Praga, ecco perché il premier Babiš è ancora l’unica alternativa

Scandali politici, divergenze interne al governo, problemi familiari e proteste di piazza. Nonostante le numerose tensioni che il premier ceco si trova continuamente ad affrontare facciano apparire la parabola politica di Andrej Babiš come in discesa e pronta a esaurirsi da un momento all’altro, il ruolo centrale dell’attuale premier nella politica ceca è solido e destinato a rimanere tale almeno nel prossimo futuro.

I motivi di una debolezza apparente

A un occhio poco avvezzo alle questioni ceche la condizione cui si trova a galleggiare Babiš sin dal giorno successivo alle ultime elezioni parlamentari appare sicuramente precaria. Ci sono voluti nove mesi e ben due nomine presidenziali per trovare la quadra in parlamento. Il miliardario ceco si trova a presiedere un governo di minoranza, in coalizione con un partito profondamente diverso ideologicamente e appoggiato per la prima volta dal 1989 anche dai comunisti.

Abbiamo assistito alla controversia riguardo la nomina del ministro degli esteri in quota socialdemocratica, con Babiš che si era più volte rifiutato di avallare la proposta di Miroslav Poche, considerato lontano dalla linea politica intrapresa dal governo sulla questione migratoria. Le elezioni amministrative dello scorso ottobre avevano segnato poi un evidente calo di consensi per ANO2011, con la bruciante perdita della capitale Praga, passata sotto le mani del partito pirata.

Le dichiarazioni del figlio del premier riguardo a un suo clamoroso rapimento per impedirgli di testimoniare in merito al processo contro il padre accusato di frode su fondi europei avevano scatenato, infine, le critiche di tutte le forze politiche, portando le opposizioni alla presentazione di una mozione di sfiducia contro il governo. La maggioranza ha resistito al voto parlamentare, cristallizzando numericamente la situazione già esistente: socialdemocratici con il governo e comunisti in appoggio esterno.

Nelle stesse ore che vedevano Babiš sopravvivere al giudizio parlamentare, da Bruxelles arrivava un ulteriore elemento di destabilizzazione politica. Il rapporto confidenziale del servizio legale dell’Unione ha riconosciuto la violazione del diritto comunitario riguardo alle accuse di frode per Babiš, sancendo l’esistenza di un reale conflitto di interessi che potrebbe obbligare il miliardario ceco alla restituzione dei fondi ottenuti illecitamente.
La questione, già in passato motivo di proteste da parte delle opposizioni, ha portato a nuove manifestazioni di piazza per chiedere le dimissioni del premier.

I punti di forza

L’opinione pubblica sembra fidarsi ancora del primo ministro. Un recente sondaggio pubblicato dall’istituto ceco “Stem” vede il partito di Babiš intorno al 35% in crescita di oltre due punti sulle precedenti rilevazioni, paradossalmente rafforzato o quantomeno non penalizzato dalle ultime notizie di cronaca politica.

I punti di forza della congiuntura positiva, che sembra non avere soluzione di continuità, possono riassumersi in una riflessione: Babiš non ha rivali.
Non c’è alternativa al suo governo. Non esiste, al momento, un altro uomo politico in grado di scalfirne la leadership. Ne sono consapevoli i socialdemocratici e i comunisti, politicamente costretti a sostenere il governo e che si trovano ora a fare i conti con un lento ma continuo calo di consensi dovuto anche all’ascesa di una sinistra più “all’avanguardia” dei tempi, quella liberal-progressista del partito pirata. Lo sa il presidente Zeman, che ne ha imposto la figura a un parlamento frammentato per ben due volte in pochi mesi. Ne hanno contezza le opposizioni, divise e quindi ancora politicamente marginali in parlamento come nella società ceca. Lo stesso leader socialdemocratico Jan Hamáček, nel dichiarare la contrarietà del suo partito alla mozione di sfiducia per il governo, aveva candidamente ammesso come nell’attuale situazione politica non esistano alternative possibili all’ esecutivo in carica.

Quanto può durare ancora questa situazione? Non poco. La condizione di instabilità politica sembra essersi stabilizzata. Le opposizioni non hanno i numeri per sfiduciare Babiš e gli alleati di governo non ne hanno per portare il paese a elezioni anticipate. In tale situazione di polarizzazione politica, se dovessero esserci, da qui ai prossimi mesi, movimenti interni alla componente socialdemocratica più critica verso l’operato del premier, Babiš potrà comunque optare per un rimpasto, sostituendo i 15 scranni parlamentari del ČSSD con i 22 dell’estrema destra di SPD, con il suo leader Tonio Okamura che da settimane manda chiari segnali a riguardo.

 

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Nel gioco politico ceco, quindi, Babiš ha ancora tutte le carte in mano. Solamente se le elezioni europee della prossima primavera dovessero risultare in un nuovo e più rilevante peso politico per le opposizioni, potremmo assistere a un cambio di tattica politica in un verso o nell’altro.

(Leonardo Benedetti, East Journal cc by nc nd)

 

Foto Martin Strachoň cc by sa
Brno, 30.9.2018

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