Perché il giornalismo è necessario, oggi più che mai

Le copertine del magazine Time, che stavolta moltiplicano la persona dell’anno e diventano una difesa del giornalismo in tutto il mondo, sarebbero potute essere centinaia. Alla fine il direttore a Edward Felsenthal e la sua squadra hanno scelto quattro scatti: quello del saudita Jamal Khashoggi, fatto a pezzi nell’ambasciata del suo Paese a Istanbul; quello della redazione della Capital Gazette di Annapolis, in Maryland, vittima lo scorso 28 giugno di un attacco mirato che ha lasciato a terra cinque colleghi; quello della reporter filippina Maria Ressa, alla guida del sito Rappler, oasi libera nel duro regime di Duterte; quello dei giornalisti birmani di ReutersWa Lone Kyaw Soe Oo, imprigionati, sottoposti a un processo farsa e condannati a 7 anni di galera per aver denunciato il genocidio dei musulmani rohingya in Myanmar. I loro scatti sono mostrati dalle due mogli.

Li chiama i “guardiani della libertà”, lo storico settimanale. Come loro, moltissimi altri che cita nel lungo articolo firmato da Karl Vick.

Basti pensare che sono stati 52 i giornalisti uccisi nel 2018 e l’aspetto più lampante è che ogni Paese sfoggia un suo microcosmo di rischio, la sua insofferenza al controllo dal basso, i suoi cronisti sotto scorta, i suoi morti di verità. Solo in Italia sono 19 quelli privati di quella libertà che hanno contribuito a restituirci, da Federica Angeli a Paolo Borrometi.

Forse il dato più inquietante è che nessuno è al sicuro: il fenomeno sta cioè diventando un denominatore comune, al di là dei regimi e del tasso di democraticità: non importa ormai come e dove, dalla Russia all’Italia, dalle Filippine agli Stati Uniti, da Malta (peccato dal lungo pezzo manchi Daphne Caruana Galizia, forse perché assassinata nel 2017) all’Ungheria la stampa è ovunque in pericolo e spesso le manca quel cordone di protezione diffuso che dovrebbe essere costituito dall’opinione pubblica.

Oggi quel vaccino è tossico: i cittadini sono posti gli uni contro gli altri, caricati di interessi di parte, trasformati in tifosi e corporazioni liquide e dunque innescati contro chi mette in fila i fatti, denuncia violenze e corruzione, mafie, traffici e conflitti d’interesse.

Ecco che, a guardare quelle copertine di Time, viene in mente come ogni Paese avrebbe potuto avere le sue. Le sue persone, le sue storie, le sue redazioni, simboli di un movimento intero che – in un miracolo quotidiano – pone poteri deboli e forti di fronte alle proprie responsabilità. Perché la battaglia che combatte la stampa di tutto il mondo va ormai oltre le tradizionali difficoltà: si scontra, come ha spiegato Felsenthal, con la manipolazione e l’abuso della verità. Cioè con una deliberata contronarrazione che, spesso alla luce del sole, non solo pretende di interpretare i fatti a proprio piacimento ma di spacciarli (come una droga, sì) ai cittadini col fine di lucrarci, in chiave elettorale o in altro modo. Di nuovo, un fenomeno che le democrazie occidentali hanno rapidamente importato dai più odiosi regimi autoritari. Ma che le sta scavando dall’interno.

Nel 2017 l’osservatorio Ossigeno per l’informazione ha censito 423 fra giornalisti e altri operatori dell’informazione colpiti in Italia da 216 attacchi “gravi e ingiustificabili”, commessi allo scopo di intimidirli o di limitare in altro modo il diritto di cronaca o di espressione. Ma in realtà sono molti di più, diversi fatti non sono stati analizzati. Come nei protagonisti scelti da Time, anche da noi come nel resto del mondo le fonti del pericolo sono le più varie: il crimine organizzato, la politica, il terrorismo fino a quelle situazioni ben più intricate di quanto si riesca a immaginare in cui, con coraggio, i cronisti mettono il dito. Di nuovo, basti pensare al caso Caruana Galizia.

Eppure, sempre per continuare questo parallelo fra il nostro contesto e il resto del pianeta, gli autentici pericoli non arrivano solo da chi minaccia, aggredisce, rapisce, brutalizza, uccide ma anche da chi, creando un clima ostile alla libera informazione, non si accorge di segare anche il ramo su cui è seduto.

Chi, cioè, costruisce il vuoto intorno ai giornalisti – cittadini e persone come voi, come tutti, senza particolari interessi da difendere con buona pace dei complottismi da social network. Chi non risponde alle domande, chi li deride, chi ne umilia il lavoro, chi non ricorda quei morti e quegli aggrediti, chi ne sottovaluta cause, origini e ragioni. Chi, in una parola, ne erode l’investitura popolare, il mandato a nome di tutti, il ruolo sociale.

Quando sono soli i giornalisti sono evidentemente più deboli. Quelli che sanno di agire per conto di una comunità coesa che si nutrirà dei risultati del loro lavoro, e che grazie a essi migliorerà le sue condizioni, sono invece più forti. In molte parti del mondo, come in Italia, l’attacco è doppiamente insidioso: distruggere quelle comunità di riferimento per isolare la stampa.

(Simone Cosimi, Wired cc by nc nd)

Articoli più letti

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*


Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.