Ci stiamo risvegliando dal sogno romantico della sharing economy?

Airbnb sta diventando simile a un qualsiasi servizio alberghiero, Uber vuole diventare una compagnia di taxi: forse ci siamo sbagliati a parlare di “sharing economy”. 

Le promesse della sharing economy si reggevano su basi solide: grazie all’ubiquità degli smartphone e alla diffusione di apposite applicazioni, era improvvisamente diventato possibile trasformare le città in una grande comunità. Una comunità in cui si condividono le auto usando i sistemi di car sharing; in cui una stanza libera nel proprio appartamento poteva essere messa a disposizione di chiunque; in cui si poteva mettere in condivisione anche il proprio tempo libero per guadagnare qualche soldo extra facendo lavoretti in casa dei vicini, portando i panni altrui in lavanderia, oppure consegnando i piatti dei ristoranti direttamente a domicilio.

Le città, e non solo, con l’avvento dell’età della condivisione avevano l’occasione di mettere in piedi una sorta di grande economia di vicinato basata sulla condivisione dei beni sottoutilizzati; con le sole differenze che tutto questo veniva organizzato tramite le app degli smartphone e che per i favori da vicino era richiesto un piccolo pagamento

Potevamo immaginarci tutti come dei supereroi della condivisione: a farci entrare in azione sarebbe stata una notifica. Ma è stato davvero così? A giudicare dalle ultime news che riguardano i principali portavoce dell’utopia dello sharing, la risposta sembrerebbe essere negativa.

Il sogno immaginato per primi dai fondatori della rivista Shareable, uno dei portabandiera della rivoluzione della condivisione, era quello appena descritto. Il risveglio, però, è stato di quelli bruschi: dalla condivisione di un auto (o anche solo di un posto libero) si è passati a Uber, in cui di condiviso c’è poco e gli autisti sono driver professionisti che svolgono un lavoro di fatto dipendente (ma senza godere di tutele lavorative).

Allo stesso modo, le persone che ci consegnano le pizze sono rider di Deliveroo o Glovo che lavorano a tempo pienopagati a cottimo e che, se si fanno male cadendo dalla bicicletta, sono costretti a restare a casa senza guadagnare nulla (oltre a essere sottoposti a un ranking feroce, in cui un punteggio basso può causare l’estromissione dalla piattaforma).

Gli esempi che parlano di una tendenza radicalmente cambiata, o almeno del tutto malintesa, non mancano: l’idea di approfittare di un divano per offrire ospitalità a qualche turista si è trasformata nel colosso Airbnb in cui a farla da padrone è chi possiede diversi appartamenti e preferisce affittare per brevi periodi ai turisti (causando l’espulsione di chi già abitava in quelle case e provocando un aumento dei prezzi degli affitti).

[…] Continua a leggere su Wired

Foto Alan Levine cc by

Articoli più letti

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*


Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.