Il ministro degli Affari esteri Lajčák rimette il suo mandato

Il ministro degli Affari esteri ed Europei Miroslav Lajčák ha deciso ieri di dare le dimissioni dopo che il Parlamento ha rigettato il Global Compact for Migration delle Nazioni Unite. Un fatto atteso dopo che nelle scorse settimane il ministro aveva difeso strenuamente il documento ONU alla cui redazione aveva contribuito nella sua veste di presidente della 72esima Assemblea generale, incarico che si è concluso a settembre.

Questa decisione non ha preso di sorpresa diversi analisti e osservatori della politica slovacca: gli attacchi al documento ONU venuti da più parti, ma in particolare dal Partito nazionale slovacco (SNS), membro essenziale della coalizione che sostiene il governo, non gli lasciavano altra scelta, hanno detto diversi di loro. Del resto, nemmeno i colleghi del suo partito Smer-SD hanno mostrato il minimo sostegno del lavoro di Lajčák in questo frangente, sebbene il ministro sia stato additato da molti come il candidato più credibile di Smer alle elezioni presidenziali dell’anno prossimo.

Fine della candidatura potenziale anche a presidente?
Con la sua risoluzione, Lajčák dice addio al suo posto di capo della diplomazia slovacca, ma in buona sostanza dà anche un calclio alla possibile sua candidatura a presidente nelle file dei socialdemocratici. Gli rimangono tuttavia aperte, notano diversi osservatori, altre strade nelle istituzioni europee e mondiali, cosa cui Lajčák non ha mai nascosto di aspirare, non curandosi troppo delle beghe politiche nazionali. Tra il 2007 e il 2009 egli fu Alto Rappresentante (OHR) per la Bosnia ed Erzegovina, e, come già detto, dal settembre 2017 per dodici mesi presidente della 72esima Assemblea generale delle Nazioni Unite (ONU). Non era invece andata a buon fine la sua candidatura a segretario generale dell’ONU, dove era stato battuto nelle fasi finali da António Guterres. Il suo nome uscì nel 2010 per una possibile nomina a Rappresentante speciale dell’UE per i Balcani occidentali.

Lasciando la poltrona di ministro, egli dovrebbe ora prendere posto in Parlamento, dove è stato eletto nel 2016 nel partito Smer-SD, anche se con i nuovi sviluppi non è detto che seguirà la linea dettata dal partito e il suo eventuale mancato voto potrebbe creare problemi al governo.

Questa mattina la lettera di dimissioni al presidente
Il ministro ha presentato questa mattina le sue dimissioni all’Ufficio di garinetto del presidente Andrej Kiska, e ha ufficialmente informato il primo ministro Peter Pellegrini. Dal palazzo presidenziale hanno informato che il presidente Kiska incontrerà Miroslav Lajčák martedì 4 dicembre. Il ministro si vedrà il giorno prima, lunedì 3 dicembre, con Pellegrini che ha già annunciato di volerlo convincere a restare. Il premier sostiene che il no del paese al Global Compact ONU non è una ragione per le dimissioni di un tale stimato rappresentante della diplomazia slovacca, ricordando inoltre i compiti di politica estera che attendono la Slovacchia nei prossimi mesi. Oltre alla presidenza di turno del Gruppo Visegrad, Bratislava dovrà dal 1° gennaio 2019 prendere le redini anche dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE).

Pellegrini: non voglio perderlo
A una conferenza stampa convocata appositamente, Pellegrini ha detto che cercherà di appianare la cosa con il ministro degli Esteri. «Non voglio perderlo. Lo scongiuro di rimanere. Non riesco a immaginare chi altro potrebbe meglio di lui guidare la presidenza dell’OSCE o mettere mano alla situazione difficile tra Russia e Ucraina», ha detto il primo ministro. Egli ha rivelato che non solo incontrerà ufficialmente Lajčák lunedì al palazzo del governo, ma intende parlare con lui per tutto il weekend.

Se tuttavia non riuscisse a convincerlo, per coprire quell’incarico servirà un diplomatico di alto livello, ben rispettato e di grande professionalità. Pellegrini ha rifiutato di commentare nomi che sono circolati in queste ore, come quello dell’ex primo ministro Robert Fico. Anche senza Lajčák, la Slovacchia non si scosterà dal suo orientamento filoeuropeo e filoatlantico, ha detto Pellegrini: «Condividiamo i valori dell’UE e la sicurezza del nostro Paese è legata nella nostra appartenenza alla NATO. Anche la nostra economia è congiunta alle maggiori economie occidentali».

Gli altri commenti
Tra i diversi commenti dei partiti politici, cominciati subito ieri con le prime voci dell’addio di Lajčák, si nota quello di Robert Fico, che ha avuto il ministro in ben tre governi (2009-2010, 2012-2016 e 2016-2018). Fico ha rivendicato come interesse strategico del suo partito Smer-SD di non impegnare la Slovacchia nel Global Compact for Migration, e come secondo interesse strategico ha citato quello di tenere Miroslav Lajčák, «un diplomatico di livello mondiale», sulla sua poltrona di ministro.

Il vice presidente del Partito nazionale slovacco (SNS) Jaroslav Paška ha detto di rispettare la decisione del ministro Lajčák, e lo ha voluto ringraziare per il suo lavoro. Pur rivendicando le scelte fatte dal suo partito, egli ha detto di rispettare il forte impegno del ministro nei confronti del documento dell’ONU sulle migrazioni, tanto da percepire il no del Parlamento come «una censura del suo lavoro sul documento». A suo parere, le dimissioni di Lajčák significano un duro colpo per la politica estera della Slovacchia: «Spero che […] rimarrà in diplomazia, a livello europeo o nazionale». Il leader di SNS, che aveva avuto uno scontro acceso con il ministro, ha detto: «Sono sempre rattristato da una situazione del genere, anche se alcune delle dichiarazioni di Lajčák sono andate oltre il vocabolario diplomatico, penso di avere con lui relazioni oneste. Così è la vita, nessun posto è per sempre».

Il terzo partito della maggioranza, Most-Hid, si augura che la decisione del ministro non sia definitivo. Il presidente del partito Bela Bugar ha detto che le sue dimissioni non sarebbero il segnale migliore da mandare all’estero, soprattutto nel momento in cui la confinante Ucraina ha dichiarato la legge marziale. L’uscita di Lajčák dal governo costituirebbero una perdita per la Slovacchia, secondo Bugar, e Most-Hid si augura che ci sia ancora margine per una decisione razionale nella discussione tra il ministro e il premier Pellegrini.

Richard Sulík, capo del maggior partito di opposizione SaS, accusa il ministro di agire in modo incomprensibile e irresponsabile. «Non ha lasciato il governo quando stava saccheggiando la volontà [del popolo], quando il giornalista [Ján Kuciak] è stato ucciso, o quando [l’ex premier] Robert Fico teneva [l’amante] Mária Trošková al suo fianco e la portò da [Angela] Merkel creando un imbarazzo internazionale per la Slovacchia», ha detto Sulík. E nemmeno, ha rincarato, «quando Fico usava i migranti per terrorizzare i cittadini». Sulík vede in questo un atteggiamento di ipocrisia e speculazione e critica il ministro per «lasciare le questioni di politica estera slovacca nelle mani di SNS», criticato per i suoi orientamenti filorussi, «e Fico».

Se Boris Kollár, leader di Sme Rodina (Siamo una famiglia), un critico vocale del patto,  loda comunque Lajčák per dimostrare di avere «almeno una spina dorsale», un altro capo dell’opposizione, Igor Matovič di OLaNO, sottolinea che il ministro non avrebbe nemmeno mai dovuto accettare di entrare nel governo di Robert Fico, anche se faceva parte di una piccola parte minoritaria di «più o meno normalità» sia nel governo che dentro Smer-SD. Matovič ha ricordato anche le altre dimissioni di ministri negli ultimi mesi da parte di persone critiche con le posizioni assunte dal paese: dalla Giustizia se ne era andata Lucia Žitňanska, e poi dalla Cultura Marek Maďarič, entrambi anche usciti dai rispettivi partiti (Most-Hid e Smer-SD).

(Red)

Foto UN.org

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