La valigia romana restituisce le immagini della “dolce vita”. Mostra a Bratislava

 

Una vecchia valigia buttata per terra al mercato romano di Porta Portese con un’aria “vissuta” e un fotografo curioso. Inizia così la storia del ritrovamento di centinaia di immagini in bianco e nero della “dolce vita”, scatti che ricreano l’atmosfera di un passato scintillante di feste, in un vortice sfrenato di personaggi della Roma bene, divi americani e teste coronate.

Marcello Mencarini, fotografo e giornalista, organizzatore di mostre e insegnante, ha raccontato a Bratislava la storia di quel ritrovamento fortuito, durante l’incontro che ha inaugurato la mostra “La valigia romana – immagini ritrovate della Dolce Vita”, organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura.

«Se non avessi comprato io quella valigia trent’anni fa, racconta Mencarini, il rigattiere l’avrebbe gettata via. All’epoca viaggiavo molto e non ho avuto occasione di occuparmene. Quando mi sono trasferito ad Arles, in Francia, ho iniziato a metterci le mani. Così ho scoperto che, oltre ad uno dei primi modelli di esposimetro e una bizzarra lampada in stile liberty, in quella valigia c’era un autentico tesoro racchiuso in una serie di buste: oltre 500 negativi. Ho sviluppato le immagini e mi sono reso conto che alcune ritraevano personaggi famosi. Con l’aiuto della mia compagna Monica Di Giacinto ho iniziato a restaurare i negativi e catalogarli. Purtroppo, nonostante i miei tentativi e l’aiuto di varie associazioni e agenzie fotografiche, non sono riuscito a scoprire l’autore di quegli scatti».


La mostra a Bratislava rimarrà visibile al Kino Lumière fino al 3 dicembre

A Bratislava gli scatti ritrovati della Dolce vita romana

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Le foto esposte a Bratislava sono state presentate in due mostre organizzate ad Arles per sensibilizzare il pubblico sull’importanza del recupero dei vecchi archivi che rischiano di andare distrutti. Le immagini ritrovate sembrano infatti essere parte dell’archivio di un’agenzia e opera di più fotografi, perché scattate in luoghi diversi, dai teatri alla Camera dei deputati.

Gli autori erano sicuramente dei “paparazzi”, specializzati nella rappresentazione degli aspetti frivoli della vita e per questo relegati ai margini dell’arte fotografica, già di per se stessa considerata “il rifugio di tutti i pittori mancati” e incline ad “un’alleanza naturale” con “la stoltezza della massa.” (Charles Baudelaire).

Mencarini a Bratislava

Marcello Mencarini ha lanciato volutamente una provocazione con l’intenzione di riabilitare la figura del paparazzo, un reporter che non gira il mondo per raccontare guerre e miserie, ma la vita mondana, perché anche questo è un aspetto della nostra società. Sicuramente l’immagine scandalistica di un amore segreto o di un tradimento non fa vincere il premio Pulitzer. La guerra, il dolore, la miseria e la fame sono, a dirla in maniera cinica, «più fotogenici e artistici» del glamour. Eppure, dice Mencarini, siamo sicuri che amori e tradimenti non raccontino la nostra epoca quanto le foto che rappresentano il sangue, la violenza e la morte?

Va sottolineato che molti grandi fotografi non hanno disdegnato soggetti e temi più “leggeri”. Jacques Langevin, il fotografo che in piazza Tienanmen il 4 giugno 1989 ha immortalato il giovane dimostrante nell’atto di affrontare un carro armato, è stato anche il fotografo che ha realizzato l’ultima immagine di lady Diana prima dello schianto mortale nel tunnel de L’Alma. La foto iconica della guerra del Vietnam è stata scattata da un fotografo coreano che vive a Los Angeles e si occupa anche di cronaca rosa: suoi sono, ad esempio, gli scatti che ritraggono l’arresto di Paris Hilton.

«Noi fotografiamo la vita e la morte, non importa se a morire è lady Diana o un soldato; noi raccontiamo la realtà, nuda e cruda», ha confessato a Mencarini un fotografo di guerra.

I paparazzi italiani, spesso di umile origine, inventano uno stile fotografico esportato in tutto il mondo e con loro il fotografo diventa protagonista della foto. Inventano una nuova estetica, fatta di mani spalancate davanti alla faccia, di flash “sparati” contro il personaggio, di inquadrature non particolarmente curate, perché ciò che conta è solo il fatto, quel che la fotografia ritrae e non il “come”.

I paparazzi diventano anche i protagonisti della “dolce vita” nella Roma degli anni Cinquanta e Sessanta. È l’epoca del boom economico, di un benessere che si misura dalla sempre maggiore diffusione di automobili ed elettrodomestici e dal possesso di un apparecchio televisivo.

Federico Fellini e Giulietta Masina nella mostra a Bratislava – Foto: Archivio Mencarini

Il Bel Paese diventa il paradiso, anche fiscale, degli attori americani, che acquistano ville sulla via Appia e frequentano ristoranti e locali notturni in via Veneto. «Vivono in Italia, mangiano spaghetti e non pagano le tasse» si legge in un giornale dell’epoca. Cinecittà diventa il centro della vita cinematografica internazionale, è la piccola Hollywood italiana. Sono anni di glamour che verranno raccontati da Fellini ne “La dolce vita”, il film simbolo di un’intera epoca.

Il 1958 è l’anno che per molti segna l’inizio della “dolce vita”, con una notizia di cronaca rosa e le immagini della “calda” notte romana per la prima volta pubblicate in prima pagina da un quotidiano. La notte di ferragosto in via Veneto un fotografo, che ancora non viene definito “paparazzo”, riesce a fotografare al Café de Paris, uno dei più chic della capitale, l’ex re d’Egitto Faruk in compagnia di due nobildonne, le sorelle Capece Minutolo. Mentre l’ex sovrano fugge per non farsi fotografare, le guardie del corpo assaltano il fotografo, che la stessa notte sarà testimone del furibondo litigio di due coppie celebri del mondo del cinema: Anthony Steel e Anita Ekberg, Anthony Franciosa e Ava Gardner. Quel fotografo era Tazio Secchiaroli, il più famoso “paparazzo” dell’epoca.

Ma l’episodio più eclatante avviene la sera del 5 novembre nel famoso ristorante Rugantino di Trastevere, dove la nobildonna Olghina di Robilant sta festeggiando il suo compleanno. I fotografi non sono stati invitati, eppure qualcuno riesce ugualmente ad intrufolarsi nella festa e a scattare le foto dell’attrice e ballerina turca Aïché Nana, che improvvisa uno spogliarello. È una scena di vita della ricca società romana che ancora una volta Tazio Secchiaroli riesce a raccontare con le sue immagini “rubate”, salvando i rullini dal sequestro della polizia. Il giorno dopo su tutti i giornali escono le foto della festa e il giornale “Lo specchio” titola “La Roma bene si spoglia così”.

© Tazio Secchiaroli, 1958 – fonte

A volte le foto scattate dai paparazzi rappresentano un fatto mai accaduto o un fatto che è realmente avvenuto, ma lontano dagli sguardi indiscreti dei fotografi. Spesso vi è un accordo con il personaggio famoso, come nel caso di Franco Nero che finge di litigare con il fotografo Rino Barillari sotto l’obiettivo di un altro fotografo, Marcello Geppetti.

La foto in cui il protagonista è divenuto il paparazzo comincia ad essere molto richiesta dai giornali perché assicura maggiori vendite, senza contare una più ampia popolarità per tutti i soggetti coinvolti, le celebrità che “hanno perso la pazienza” e i fotografi “rompiscatole”.

Elio Sorci 1958, Tazio Secchiaroli inseguito da Walter Chiari – fonte, ©Tazio Secchiaroli

Paparazzo, una delle parole italiane più famose nel mondo, è il nome di un fotografo interpretato dall’attore Walter Santesso che appare nel film “La dolce vita”, a fianco di Marcello Mastroianni. Da allora tutti i fotografi di cronaca rosa sono chiamati cosi. Ma perché Fellini gli diede questo nome? Il grande regista – «che non era solo un giocherellone, ma anche un grande bugiardo», ha raccontato Mencarini – ha dato sempre una spiegazione diversa, riferendosi al nome di un suo compagno di scuola o di un insetto fastidioso. Più probabilmente Fellini, che non stimava i fotografi, accolse la proposta di Ennio Flaiano, co-sceneggiatore del film. Lo scrittore stava leggendo un libro dell’autore inglese George Gissing, nel quale compariva il personaggio di un albergatore di Catanzaro. Il suo cognome era Paparazzo. Ebbene, Fellini decise che era “abbastanza denigratorio” per un fotografo.

La mostra a Bratislava

“Fotografi d’assalto” in giacca e cravatta, una mano sull’obiettivo e l’altra sul flash, i paparazzi spesso nascondevano la macchina fotografica all’interno di libri o, nel caso della piccola Robot, sotto la cravatta, per riuscire a realizzare scatti anche nei luoghi in cui le foto erano proibite, come i tribunali. Di pochi di loro si è conservato l’archivio, come quello di Tazio Secchiaroli o di Marcello Geppetti. Di Gilberto Petrucci, detto il “paparazzetto”, si sono conservate poche foto, come quella che ritrae i Beatles a Roma. L’intero archivio è andato perduto, data anche l’abitudine dei paparazzi di vendere tutti i negativi ai giornali.

La mostra a Bratislava

Marcello Mencarini ha voluto concludere il suo incontro con gli appassionati di fotografia a Bratislava ricordando la figura di Rino Barillari, “il re dei paparazzi”, che negli anni Cinquanta e Sessanta era un giovanissimo fotografo impiegato dalle agenzie per distrarre con il flash i personaggi famosi consentendo ai suoi colleghi più vecchi di scattare le foto. Tra le tante avventure che hanno costellato la sua lunga carriera (165 volte al pronto soccorso…) ricordiamo la ferita ad un orecchio e la macchina fotografica distrutta da Peter O’Toole. Un’aggressione che all’attore irlandese costò una denuncia da parte del padre di Rino e un risarcimento di un milione di lire dell’epoca. O la foto di Barillari colpito da un… gelato dall’attrice Sonia Romanoff, allora nota come Sarah Roff, sorpresa in compagnia dell’amante la sera del matrimonio con un anziano signore che le avrebbe permesso di ottenere la cittadinanza italiana.

Oggi i moderni paparazzi usano droni ed elicotteri, come Massimo Sestini, che scatta le sue foto ad alta quota. Tuttavia, per i fotografi c’è sempre meno lavoro, perché con foto e selfies scattati con un semplice cellulare e diffusi sulle reti sociali… “paparazzi” siamo ormai un po’ tutti.

Qualcosa però si è conservato dell’epoca d’oro dei paparazzi, ed è lo sguardo irriverente, spesso incline alla curiosità morbosa, verso il mondo del glamour che accende la fantasia della gente comune, ma alla fine rivela impietosamente i limiti della sua superficialità.

(Paola Ferraris)

Foto: IIC Bratislava,
Arch. Mencarini, varie fonti

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