Irlanda: i cambiamenti sociali oltre i referendum

In Irlanda in pochi anni diverse consultazioni popolari hanno mostrato una tendenza a una forte virata verso valori meno tradizionali e più liberali. (Di Jessica Ní Mhainín).

Il 26 ottobre scorso, gli irlandesi hanno votato con un margine del 65% per cancellare dalla Costituzione la disposizione che prevedeva la blasfemia come reato. In tutto il mondo, la notizia del referendum è stata riportata come un’ulteriore indicazione dei valori sempre più liberali dell’Irlanda. L’esito è stato paragonato a quello delle consultazioni sull’uguaglianza matrimoniale del 2015 e sulla legalizzazione dell’aborto del maggio scorso, in cui il 62% e il 66% rispettivamente votarono a favore del cambiamento.

Ma in Irlanda, il referendum sulla blasfemia è andato e venuto senza troppe fanfare. Le elezioni presidenziali, che si sono svolte contemporaneamente e attraverso le quali è stato rieletto il poeta e accademico Michael D. Higgins, hanno tenuto banco sugli organi di informazione. I seguiti del referendum sull’aborto di maggio, d’altra parte, continuano a farsi sentire. A sei mesi dal voto, il ben più ampio impatto della campagna – al di là del nuovo testo della Costituzione e dell’imminente legalizzazione dell’interruzione di gravidanza (che dovrebbe entrare in vigore entro gennaio 2019) – è diventato chiaro.

Una campagna di base
Il referendum sull’aborto è stato innescato da un movimento popolare; il governo di Dublino non è stato infatti eletto con la promessa di concedere un voto sull’aborto. Fra gli eventi che hanno spinto l’esecutivo presieduto da Leo Varadkar a indire un referendum un ruolo di primo piano lo ha avuto Strike4Repeal, manifestazione che l’8 marzo 2017 chiese al governo di chiamare gli irlandesi alle urne sotto la minaccia di uno sciopero nazionale.

Un mese dopo, fu chiaro che un referendum sarebbe avrebbe avuto luogo, dopo l’annuncio dei risultati dell’Assemblea dei cittadini (un organo consultivo composto da 99 cittadini scelti a caso e da un presidente), che per il 64% optò per la legalizzazione dell’aborto senza limitazioni fino alle 12 settimane di vita del feto.

Eppure sembrava ancora una battaglia in salita per i sostenitori del sì. Un ex vice primo ministro aveva definito l’Assemblea dei cittadini una “ridicola farsa”; e anche pubblicazioni liberali come l’Irish Times si erano chieste perché “raccomandare un regime di aborto più liberale di quanto il pubblico irlandese sembri volere?”.

Nella notte del referendum, tanto gli elettori del Yes quanto quelli del No si interrogavano cercando di capire come un Paese che 16 anni prima aveva rifiutato per uno strettissimo margine (pari allo 0,4%) di rendere la legislazione sull’aborto più avrebbe potuto ora votare a valanga per legalizzarla. Tuttavia, a far la differenza fra questo referendum sull’aborto e quelli che lo aveva preceduto, è stato il ruolo delle donne irlandesi, di ogni età e provenienza, che avevano deciso di parlare delle proprie esperienze. La natura popolare della campagna ha portato a un rifiuto schiacciante dello status quo.

Nuove dinamiche di genere?
Calmatesi le acque attorno al risultato del referendum, molte delle donne che si erano battute in prima linea nella campagna, si sono rese conto di non voler indietreggiare rispetto all’impegno civico. Avevano acquisito competenze e formato reti attive nella preparazione alle urne. Forti del risultato, diversi partiti politici si sono uniti e molti si sono riuniti per iniziare una nuova campagna elettorale su altre questioni. […continua]

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Foto modonnell CC0

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