‘La primavera è arrivata’: il libro di Ludvík Vaculík a Genova, martedì 20 novembre

Certamente non si tratta di uno scherzo della natura: a Genova la primavera ci arriverà sicuramente ma solo tra quattro o cinque mesi, come ogni anno. La primavera di cui si parla nel titolo è la raccolta di fejetony di Ludvík Vaculík, ‘La primavera è arrivata‘, pubblicata lo scorso settembre da Edizioni Forme Libere (come da noi già annunciato qui). Le traduttrici del volume, Stefania Mella e Michaela Šebőková Vannini, presenteranno La primavera è arrivata (in originale Jaro je tady) durante l’evento di inaugurazione della Mostra organizzata dai Consolati Onorari di Repubblica Ceca (in Liguria e Piemonte) e della Repubblica Slovacca (in Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta) “1918-1968. Dalla nascita della Cecoslovacchia alla Primavera di Praga” che avrà luogo presso la Sala dei Chierici della Biblioteca Civica Berio a Genova domani 20 novembre. Sarà possibile visitare la mostra didattica dal 20 al 27 novembre. L’allestimento verrà successivamente spostato a Torino dove il pubblico torinese potrà visitare la mostra dal 28 novembre al 03 dicembre, al Palazzo Città Metropolitana.

Come promesso tempo fa, oggi vi portiamo qualche piccolo assaggio di questo libro. Per una corretta introduzione diamo prima una breve lettura alla prefazione:

«[…] Nel 1987 è stato conferito a Ludvík Vaculík il Premio Seifert per la sua attività di stesura di fejetony dalla Fondazione Charta 77, che precisò quanto segue: “Ludvík Vaculík ha elaborato un tipo di fejeton assolutamente nuovo e singolare, che è originale non solo per la sua forma letteraria e per la sua visione del mondo, ma anche per il suo linguaggio distintivo e inimitabile. I fejetony di Vaculík, scritti ogni mese per molti anni, sono una penetrante cronaca del periodo comunicata in maniera suggestiva”. A esercitare un ruolo decisivo per l’ottenimento del suddetto premio è stato senz’altro il suo ciclo di fejeton primaverili La primavera è arrivata, caratterizzato da un tono allegro, vivace e a tratti anche fortemente polemico, e imprimendo così un carattere insolito, del tutto singolare e stravagante, alla modalità attraverso la quale esporre il tema della Primavera di Praga».

Qualche assaggio

E adesso, come un menu gourmet a quindici portate, ecco un piccolo assaggio per ogni fejeton. Un pensiero, un evento, una particolarità. Una giostra un po’ pazza che spazia in tutti gli angoli della mente, del tempo e del mondo. Un menu che fa meditare.

Ludvík Vaculík, foto © Alena Janková

1968
[…] Il ponte che si dice vogliano costruire a Troja (1) al posto del traghetto che c’è oggi è una grossa cavolata, sarà di nuovo solamente qualcosa che aiuta a rendere il trasporto più affidabile, ma ci sarà un motivo in meno per mettersi in viaggio: sparirà un posto particolare. Perciò voi, citrulli che vivete in città, ripensateci! Avete il cervello? Noi andiamo a Troja proprio per poter prendere il traghetto e mica per arrivarci prima a Troja.
(1) Si tratta di un distretto di Praga. Il ponte fu effettivamente costruito, poi nel 1981 portato via dall’alluvione, ricostruito nel 1984 e quest’ultimo è caduto un anno fa. Attualmente è stato ripristinato il servizio del traghetto.

1975
[…] Quando ero piccolo […] i giornali forse, ora non lo so con certezza, ma forse non c’erano nemmeno. Non ricordo che ce ne fregasse più di tanto o che facessimo affidamento su di essi per sapere qualcosa. Ognuno giocava con chi gli piaceva, gli insegnanti davano i voti in base a ciò che uno sapeva, ognuno mangiava quello che aveva, parlava con chi voleva, leggeva ciò che gli capitava tra le mani, scriveva ciò che gli veniva in mente, ad avere paura erano solo i ladri, era molto gradevole.
Non vedo l’ora di rivivere tutto ciò.

1976
[…] Ogni tanto qualcuno usciva in cortile e quando rientrava insieme a lui si insinuava in bella compagnia una gallina marrone che Jožin buttava fuori per il collo. Anch’io a un certo punto uscii per dare un’occhiata alla mucca. Jožin mi voleva raccontare come per poco non l’avessero arrestato per una frase detta in osteria, ma Franta lo azzittì e preso da una fretta improvvisa insistette perché io finissi il bicchiere. Io però avrei preferito sentire quella frase, Jožin avrebbe tanto voluto dirmela, muoveva la bocca a vuoto, ma Franta ripeteva: “È meglio se stai zitto!”, “Račí buď ticho!“ Dissi: “Ragazzi, io devo, mosim, sentirlo, ho bisogno di sapere per che cosa si viene imprigionati qui da voi, per compararlo con Praga.” Franta fece un cenno e la frase di Jožin suonava così: “Farabutti!” Mi rincresceva terribilmente per loro, di quanto poco fosse loro permesso: al cugino Ludvík, al cugino Jožin con Franta, allo zio Jošek e alla gallina.

1977
[…] Ma ormai tutte queste emigrazioni mi mettono di malumore anche per un altro motivo. Tutti coloro che se ne sono andati, ma che non hanno perso l’interesse per questo paese, continuano ad aver sete di notizie provenienti da qui: desiderano quindi leggersi le opere interessanti che qui vengono scritte e sentire le parole coraggiose che qui vengono pronunciate. Uno a volte percepisce esplicitamente che hanno sulla punta della lingua ciò che vorrebbero che accadesse qui da noi. Alcuni sono disposti perfino a pagarlo, o addirittura pensano che lo stiano già facendo.
***
[…] Le persone si allontanano tra di loro nel momento in cui divergono le loro speranze. Dobbiamo riconoscere che la nostra speranza è una delle ultime. A prima vista, e anche alla successiva, è così sgradevole che non tutti la sopportano.

Ludvík Vaculík, foto © Alena Janková

1978
[…] Qualche volta nutro il desiderio di iniziare, gradualmente e attraverso un processo a ritroso, a dimenticare di nuovo tutto ciò che ho imparato nel corso della vita, a sganciare dalla mia vita uno dopo l’altro gli estranei, a sbarazzarmi della mia maledetta istruzione su questo socialismo, sul governo in questo paese, a disconoscere una modesta superficie del mondo e a vedere nuovamente solo la polvere, fredda e grigia, sulla strada che si sta aprendo a nuove avventure. Già nel villaggio accanto vedrò case diverse, conoscerò altri mestieri, sentirò un’articolazione diversa della mia lingua madre e mi succederà qualcosa di nuovo, di bello.

1979
[…] L’inverno scopre sempre doverosamente le spine che si celano sotto il manto fiorito del biancospino. Paghiamo la nostra ricchezza esaltante con qualcosa che con il denaro non riavremo mai più: tempo, tranquillità, amicizia, umorismo, libera circolazione e salute. Io sono per la riduzione della produzione, dell’estrazione, dei trasporti, delle trasmissioni, e questo sia in primavera che in estate. Altrimenti non vedremo mai un livello di vita più elevato.

1981
[…] Evidentemente mi sono esaurito, non ho proprio voglia di scrivere, nemmeno della primavera. A me piacerebbe scrivere se in cambio qualcuno mi desse dei soldi. Come allora in Literární noviny (2) Sergej Machonin (3), che mi continuava a dire: “Scrivimi un fejeton, riceverai quattro pezzi da cento corone messi così uno accanto all’altro” e faceva con il dito quattro segni sul tavolo. In seguito, ricevevo anche cinque banconote da cento corone per un pezzo, così scrivevo anche due fejetony all’anno. E ora invece ogni mese, e gratis?
(2) La rivista Literárnínoviny venne fondata nel 1952 e divenne ben presto lo specchio dell’evoluzione del ‘nuovo corso’ degli anni Sessanta. Per questo motivo nell’ottobre del 1967 venne tolta all’Unione degli scrittori e posta sotto il controllo del Ministero della Cultura e delle Informazioni. Nel marzo del 1968 potrà nuovamente uscire, esercitando la sua funzione originaria, con il nome Literárnílisty, divenendo una delle più importanti piattaforme della discussione intellettuale del periodo della Primavera di Praga. Tuttavia, in seguito all’invasione sovietica, la sua pubblicazione venne interrotta nel maggio 1969.
(3) Sergej Machonin (1918-1995) è stato un importante critico teatrale e letterario, dal 1954 al 1969 anche redattore della rivista Literární noviny. Negli anni Settanta e Ottanta operò nel circuito clandestino del samizdat e fu tra i primi firmatari di Charta 77.
 

1982
[…] La notte che precede il primo giorno primaverile l’ho trascorsa dormendo in una rete indiana chiamata amaca, proveniente dal Nicaragua. Il giorno successivo, nella vicina Guatemala, è stato rovesciato il governo. Questi ripetuti rovesciamenti devono essere qualcosa di terribile. Ma è terribile anche quando per lungo tempo non si vuole rovesciare nulla. Non saprei che cosa preferire.

1983
[…] Volevo anche tratteggiare come si è svolto, e soprattutto com’è andato a finire, il procedimento giudiziario sulle cose che mi sono state requisite per un’azione fatta di testa propria dal tenente semplice Bežuch nel gennaio 1981. Quindi il tribunale municipale in una seduta molto scorrevole mi ha tolto tutto, compreso L’ombrello di Piccadilly di Seifert, dattiloscritto, che comunque nel frattempo era uscito in stampa. E anche perfino la piccola raccolta dattiloscritta di canzoni popolari di Kopanice (4). Nociva è, sembra, già la mera dattilograficità di una qualsiasi opera. E ora – che faccio? Devo lasciare le cose così come stanno, oppure spingerle in basso, cioè alla Corte Suprema?
(4) Regione al confine tra la Moravia e la Slovacchia, particolarmente ricca di tradizioni popolari.

1984
[…] Mi volevo comprare un canzoniere di canzoni popolari russe, ma pensate che a Praga avessero qualcosa di simile? Alla fine, mi hanno offerto canzoni dei popoli della SSSR (5) e io le ho comprate, perché non avevo preso in considerazione la possibilità che ci fosse un diverso significato di certe parole qui da noi e lì: da noi s’intenderebbero delle canzoni che il popolo canta o cantava, mentre da loro si tratta di canzoni che il popolo deve cantare al posto di quelle popolari.
(5) SSSR –Svaz sovětských socialistických republik, l’Unione delle repubbliche socialiste russe – URSS.

1985
[…] Il vigile paga il caffè nero, afferra il cappello bianco e nel giro di due minuti si trova accanto al commutatore delle luci sul ponte. Vedo gli alberi senza foglie sull’isola, la collina di Petřín forse senza razzi, e nella cornice successiva l’immagine di Hradčany (6). Durante la mia infanzia trascorsa in campagna li consideravo come simboli della nostra libera repubblica. Qui sono in versione reale: non solo senza dentellatura, ma anche senza valore in centesimi, senza l’aura solare – e senza la ristampa che già da quarant’anni gli sarebbe dovuta (7).
(6) Si tratta del Castello di Praga.
(7) Il ricordo di Vaculík bambino è relativo a un’immagine di Praga stampata su un francobollo.

1986
[…] Da tempo mi sono anche messo in testa di partecipare alla seduta primaverile o almeno autunnale del parlamento, quando è che ci sono andato l’ultima volta? Era nel 1947, è stato eccitante, ma interessante è stato poi anche leggere il giorno successivo i giornali di tutti i partiti politici. Nemmeno uno ha descritto le discussioni così come le avevo sentite e viste prima. La cosa migliore è scriversi tutto da soli.
***
[…] La responsabilità è il lato sgradevole di una gradevole vita.

1987
[…] Il dottor Kurka mi fece un’iniezione nella gengiva da entrambi le parti e nelle mani mi mise un giornale: “Ecco, da bravo, legga, in attesa che la bocca le si inizi ad addormentare!” Giro il giornale alla prima pagina: è un giornale di dubbia qualità, incaricato di decalcomania degli articoli sovietici, che compare quindi solo nei club di ROH (8) e dai dentisti. […] Accanto al mio gomito appare il lembo di una cappa bianca. “Allora che ne dice?” – “Che cosa? Niente” rispondo. “Perciò lei da tutto ciò non sente quel profumo della primavera” sogghigna il mio dentista. “No. In questo vedo solo un salto in sella, per ora – affermo mentre il mio labbro inferiore si sta addormentando – e la primavera, dottore, la primavera inizierà quando un giornale scriverà a sostegno di Gorbaciov e un altro giornale contro di lui”. – “Ma davvero!” sghignazzò gentilmente mentre stava scegliendo sul tavolino la leva adatta. “Lei è probabilmente caduto dalla luna!”
(8) ROH sta per Revoluční odborové hnutí, l’unica organizzazione di sindacati nella Cecoslovacchia socialista; nella maggior parte dei casi l’iscrizione dei lavoratori era obbligatoria e automatica. Il ROH si occupava soprattutto delle attività culturali e dei soggiorni vacanza nelle strutture ricreative che gestiva.

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1988
No, nemmeno la primavera ha un suono giusto senza il giusto inverno. Adesso sicuramente molti si arrovellano il cervello sul nostro insuccesso canadese (9), ma a me è chiaro: tale inverno, tale hockey. La vera primavera, a differenza di quella artificiale, non si può fingere ma nemmeno nascondere: il ghiaccio si è sciolto, l’acqua deve scorrere. Già per questo la Primavera di Praga del 1968 non fa parte di questo fejeton: ad agosto si poteva ancora fermare!
(9) Ai XV Giochi Olimpici invernali di Calgary, in Canada, il team dell’hockey della Repubblica Socialista Cecoslovacca finì al sesto posto, uno dei peggiori risultati mai ottenuti.

1989
Una volta si poteva credere ai fenomeni naturali, cioè che sono veramente soltanto loro, e non il riflesso criminale di qualche impresa umana. Quando prima, per esempio, arrivavano i sette anni magri, era per causa naturale e non per il ruolo guida di un partito attualmente al potere. Ora la scienza stessa sta perdendo la certezza: è giusto appoggiare la Russia di Gorbaciov? Io da parte mia osservo indeciso la questione oppure mi domando addirittura: che me ne frega? Ma altre volte non mi piace il fatto di avere una simile idea.

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