Italiani all’estero alla plenaria CGIE: ripensare il Sistema paese

La scorsa settimana a Roma, al Ministero degli Affari esteri, si è svolta la 42esima assemblea plenaria del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE), aperta dal direttore generale per gli italiani nel mondo Luigi Maria Vignali, che ha portato la relazione del governo. Elezioni europee, rete consolare, risorse, lingua e cultura, criticità in Venezuela, Sud Africa e Gran Bretagna, e dialogo tra le generazioni sono stati i temi elencati da Vignali.

Nel corso della seconda e ultima giornata della plenaria CGIE è stato affrontato il tema di cosa significhi (e di come nei fatti si concretizzi) il “sistema Paese“. Un tema sollecitato, come specificato dal segretario generale Michele Schiavone e dai consiglieri, che hanno chiesto una maggiore collaborazione tra le rappresentanze degli italiani all’estero (Comites, associazioni, comitati e lo stesso CGIE).  «C’è necessità – ha detto Schiavone – di organizzare sinergie, sviluppare osmosi tra i diversi enti protagonisti nella vita degli italiani nel mondo. Spesso istituti di rappresentanza come ENIT, ICE e Camere di Commercio (CCIE) non dialogano tra loro e se vogliamo promuovere una politica seria verso gli italiani all’estero, dobbiamo essere consci che il motore di questa iniziativa non può e non deve essere solo il MAECI, perché la vita delle comunità non è rivolta solo alla politica estera dell’Italia, ma a situazioni peculiari delle comunità che in un certo paese promuovono iniziative che, talvolta, nemmeno si riscontrano nei programmi del MAECI stesso».

Il secondo intervento è stato quello di Giangi Cretti (Svizzera), presidente della Commissione Informazione e della Fusie, che – dopo essersi interrogato sul ruolo ricoperto dal CGIE, dopo le dichiarazioni nella giornata precedente dei presidenti delle Commissioni esteri di Camera e Senato, Grandi e Petrocelli – ha aggiunto la sua opinione a quanto detto da Schiavone: «ICE, ENIT e Camere di Commercio non solo non collaborano, ma spesso concorrono e addirittura competono. Poi dicono che vogliono fare “sistema”, come se questa fosse una parolina magica. Ma di fatto, nell’atto pratico, il sistema non esiste, esiste solo concorrenza. Di questo si dovrebbe occupare il CGIE: fare sistema, avere un’efficacia sul territorio».

D’accordo anche Manfredi Nulli (Uk) – «All’estero ci sono cabine di regia per l’ICE, l’ENIT, le CCIE presso le ambasciate. Perché non coinvolgere anche i rappresentanti del CGIE?» – e Mariano Gazzola (Argentina), che ha definito l’espressione “Sistema paese” come un “sogno”. «Nella realtà – ha detto – questo non avviene e dobbiamo dirlo con forza, perché è il nostro compito illustrare quale sia l’effettiva realtà della nostra situazione. Ci sarebbe bisogno, almeno una volta l’anno, di fare coordinamento, di condividere informazioni, di collaborare. Spesso noi del CGIE veniamo a sapere delle iniziative quando sono già finite e questo perché non c’è programmazione né coinvolgimento». Ha auspicato una maggiore collaborazione – pur ritenendo che in tempi recenti si sia fatto un passo avanti – anche Elisa Siragusa, deputata 5 Stelle eletta in Europa, che ha anche parlato di una nuova sensibilità verso la situazione degli italiani all’estero.

A rappresentare la Direzione generale per gli italiani nel mondo della Farnesina è stato Giovanni De Vita, capo dell’Ufficio I della Dg: «L’amministrazione estera – ha assicurato – è sempre attenta agli spunti dei Comites. Ci sono molte ambasciate che vedono i comites come elementi di Sistema Paese. Daremo comunque un segnale alle nostre sedi affinché questo modello venga ripetuto ovunque. Spesso, però, i Comites non sono all’altezza del ruolo che hanno. Nel senso che ce ne sono alcuni che non fanno assolutamente nulla, – ha osservato De Vita – che sono chiusi in dinamiche di contrasto tra gli uni e gli altri e alimentano quella percezione che, dopotutto, i contributi dati ai comites non servano a molto. Noi non ne siamo convinti. Non è solo una questione di fondi, ma anche di impegno personale».

Ha risposto a De Vita Nello Collevecchio (Venezuela) che ha parlato di Comites e CGIE come di assi portanti del made in Italy e che ha a sua volta auspicato un ingresso del CGIE nella cabina di regia del Sistema paese. Dello stesso parere anche Cesare Villone (Brasile) e Norberto Lombardi (Pd), che ha aggiunto: «noto da qualche tempo che verso il CGIEc’è, a corrente alternata, un’attenzione da parte del parlamento, del governo, e dell’amministrazione, che un tempo avevano un atteggiamento distaccato. Ad ogni modo, esorto il segretario generale a favorire sì le presenze autorevoli, ma di non consentire mai – come accaduto ieri – che sia un rappresentante parlamentare o dell’amministrazione a concludere una sessione del CGIE. Dev’essere il segretario generale a farlo, per rispetto verso la nostra autonomia e per l’incisività che dobbiamo esercitare». «Questo organismo – ha concluso – deve fare un salto culturale e professionalizzarsi. È una sfida per noi stessi».

Rita Blasioli Costa (Brasile) ha parlato della necessità da parte dei consiglieri di sollecitare quei Comites inattivi, mentre Nello Gargiulo (Cile) ha parlato del bisogno di una maggiore organizzazione centrale, che dia luogo a riunioni consolari dove già a monte si sappia di cosa parlare, evitando “inutili ammucchiate”. «Vivere all’italiana – ha detto – non dev’essere uno slogan, ma qualcosa di concreto». «Spesso, quando ci sono incontri istituzionali con le comunità – ha detto Vincenzo Arcobelli (Usa) nel suo intervento – i rappresentanti delle comunità stesse – Comites e CGIE – non vengono invitati. E questo è gravissimo. Per questo dovrebbe essere inviata una circolare a tutte le ambasciate e consolati per istituire questa buona norma». D’accordo su tutta la linea Isabella Parisi (Germania), così come Silvana Mangione (Usa), che auspica la costituzione di un “team magico” presso consolati e ambasciate di cui facciano parte anche i rappresentanti del CGIE. Fernando Marzo (Belgio) ha parlato della necessità di allestire un archivio al MAECI dove conservare tutte le comunicazioni istituzionali dei Comites, mentre Paolo Brullo (Germania), riprendendo l’intervento di De Vita, si è interrogato su quali siano i motivi che spingono un determinato Comites a restare inattivo. Vincenzo Mancuso (Germania) ha parlato di una situazione per i Comites «al limite della sopravvivenza», dove il peso a livello locale nell’amministrazione, in alcuni casi, è pari a zero. Carlo Ciofi (Ctim) ha auspicato un intervento diretto del MAECI laddove vengano riscontrate inadempienze da parte di alcuni Comites, mentre Tony Mazzaro (Germania), come Brullo, ha sostenuto l’importanza di indagare sulle cause che portano un Comites all’immobilità, se si tratti di una “ribellione” o di una mancanza di strumenti. E, in ogni caso, intervenire.

(focus/aise)

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