Che fine ha fatto l’Isis? Indebolito ma non annientato

A tre anni dal Bataclan, il sedicente Stato islamico sembra aver fatto perdere le sue tracce. Cos’è successo davvero al gruppo simbolo del terrorismo contemporaneo

La prima prova empirica ci arriva da Google Trends: nella settimana appena trascorsa, la parola Isis è stata digitata nel motore di ricerca il 98% in meno dello stesso periodo di tre anni fa. Tre anni fa, e precisamente a cavallo del 13 novembre 2015, c’erano purtroppo solide e tragiche ragioni per inserire quel termine nella barra di ricerca: un commando di assassini collegato al sedicente Stato islamico aveva appena ucciso 130 persone in Francia, di cui 90 soltanto al Bataclan di Parigi.

Ma anche rispetto allo stesso periodo del 2016, il calo di interesse nei confronti dell’Isis è evidente, con due terzi delle ricerche in meno in 24 mesi. Che si tratti di dati raccolti su scala globale, o anche soltanto per quanto riguarda l’Italia, il risultato non cambia. Ma se l’interesse del pubblico per le sorti dello Stato Islamico sembra diminuito, che ne è stato dell’organizzazione che in meno di un lustro ha conquistato intere regioni della Siria e dell’Iraq, sponsorizzato attentati in tutta Europa e fatto tremare l’Occidente? Non se ne sente più parlare, o quasi, perché il peggio è passato o solo perché i media sono concentrati su altro?

Negli ultimi mesi il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha fatto più volte sfoggio dei successi della sua amministrazione nella distruzione del califfato islamico.

A settembre è iniziata una battaglia lunga e importante presso la città siriana di Hajin, nella parte orientale del paese, con le Forze democratiche siriane (Sdf), una coalizione di arabi e di curdi appoggiata dagli Stati Uniti che potrebbe spazzare via quella che da molti è considerata l’ultima vera roccaforte dell’Isis.


Abu Bakr Al Baghdadi, ispiratore e leader dell’ISIS

Eppure lo stesso Pentagono ha smentito l’ottimismo di Trump, spiegando che il gruppo terrorista è “ben posizionato per ricostituirsi” e che “probabilmente ha più capacità di Al-Qaida in Iraq quando era al suo apice, nel 2006-2007”, come ha dichiarato un portavoce del dipartimento della Difesa statunitense.

Un commento che non è affatto isolato. Secondo una stima recente dell’ispettorato generale del Pentagono, i militanti attivi dell’Isis in Siria e in Iraq sono tra le 28mila e le 32mila unità. Cifre simili le aveva calcolate un rapporto delle Nazioni Unite lo scorso luglio, che parlava di un numero tra i 20 e i 30mila miliziani divisi tra i due paesi. Sono indagini che ci dicono che, dopo quattro anni di conflitto, dopo 24mila bombardamenti e dopo una spesa di circa 14,3 miliardi di dollari, l’esercito islamista ha suppergiù la stessa consistenza di quella registrata al massimo della sua forma, nel 2015, quando l’intelligence americana parlava di 33mila miliziani arruolati.

Se il califfato in quanto entità politica è stato distrutto, o perlomeno è rimasto un’ombra di ciò che era (era arrivato a controllare un’area grande quanto il Regno Unito) questo non vuol dire che la sua minaccia è diminuita. Certo, le sue risorse umane, tra volontari e coscritti, sono sparpagliate tra due stati, le provviste saccheggiate negli anni di conquista si stanno esaurendo, e gli attacchi in grande stile diventano sempre più difficili. Ma l’Isis sta compiendo sempre più frequentemente, come riporta il Washington Post – azioni suicide sparse tra l’Iraq e la Siria, colpendo le infrastrutture e i civili, soprattutto. Un attacco kamikaze multiplo nella provincia di Sweida, un’area della Siria meridionale, pochi mesi fa ha fatto oltre 200 morti.

Secondo l’esperto di terrorismo Bendaudi Abdelillah, la distruzione dell’Isis in quanto minaccia militare era piuttosto prevedibile, perché uno dei motori che alimentavano la forza propulsiva del califfato – sia dal punto di vista ideologico che strategico – era la conquista continua: di territori, città, ricchezze e prigionieri. Fermata l’espansione dell’Isis, resta da affrontare la sua ideologia. La narrazione occidentale, ha spiegato Abdelillah su Al Jazeera, è straordinariamente miope nell’interpretazione delle cause alla radice del terrorismo: il risentimento del Medio Oriente, il fallimento delle guerre al terrore e delle primavere arabe, su tutti.

Sulla rivista NATO Review, la ricercatrice Vera Mironova ha spiegato come, sebbene delusi nelle loro aspettative dalla realtà quotidiana del califfato, molti militanti fuoriusciti dall’Isis si ritrovino abbandonati a sé stessi, cittadini apolidi senza documenti e mezzi di sostentamento, impossibili da reintegrare nella società e con la guerra armata come unica qualifica nel curriculum. Con un Iraq e una Siria ancora preda dell’anarchia in buona parte del loro territorio, e la restante ancora da ricostruire, questi ex soldati potrebbero diventare facilmente preda di altre organizzazioni criminali, dedite allo strozzinaggio e ai furti.

La ricetta consigliata dagli esperti, come sempre in questi casi, è un mix di buon senso e buona volontà: tracciare le parabole degli ex combattenti, investire nei programmi di de-radicalizzazione dei territori, affrontare la discriminazione e la qualità della vita che può aver spinto cittadini qualsiasi a scegliere la via della guerra santa.

(Paolo Mossetti, Wired cc by nc nd)

 

Foto flickr cc-by
Bandiera dell’Isis mostrata da ufficiali iracheni, dicembre 2016

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