Midterm Usa, i dem vincono ma per Trump sembra un pareggio

La Camera ribalta la maggioranza e trasforma il presidente in un’anatra zoppa. Ma il Senato tiene (e forse cresce) e l’ondata blu diventa una vittoria ai punti.

Trump bocciato e azzoppato, certo. Ma non tanto quanto ci si aspettava. Il presidente straperde la Camera, dove i democratici viaggiano ampiamente sopra i 218 parlamentari di maggioranza, forse avranno un vantaggio di 35 seggi, partivano da 23 in meno. Come previsto tiene il Senato, dove il ribaltone era fantascientifico anche a causa di una certa sfortuna legata ai senatori da sostituire (gli uscenti erano quasi tutti dem). Forse, e questo sarebbe ancora più significativo, guadagnerà anche qualche seggio.

Ted Cruz che batte l’“Obama bianco” Beto O’Rourke in Texas, la strepitosa Alexandria Ocasio-Cortez, la radicale progressista eletta a New York e più giovane deputata a Capitol Hill, sono i due simboli di un’America che non tradisce mai nei suoi tratti di fondo – e anzi si sta spaccando sempre di più – e di una tornata che per i dem è andata bene ma non benissimo, considerando due anni di orrori trumpiani. Se ne aprono altri due tutti da scrivere: a urne ancora aperte il magnate ha spiegato che a lui “piace andare d’accordo con gli altri e penso che ora potranno accadere molte cose”.

Dovranno accadere per forza, queste “cose”, perché anche se senza una travolgente ondata blu l’inquilino della Casa Bianca è comunque, come i suoi predecessori Bill Clinton, George W. Bush e Barack Obama, una “lame duck”, un’anatra azzoppata benché con numeri meno catastrofici rispetto ai suoi ex colleghi. Dovrà rispondere al Congresso e alle numerose pressioni che senz’altro arriveranno, anche se la portavoce Nancy Pelosi già parla di “soluzioni bipartisan” in un avvitamento che rischia di uccidere ogni prospettiva per il 2020: l’avvio della procedura di impeachment (che tuttavia dovrebbe essere confermata dal Senato), le indagini sui suoi redditi e sui conflitti d’interesse della sua cerchia, i voti contrari sul bilancio, le richieste sull’intelligence.

Insomma, tutti i provvedimenti di un certo significato: non si può governare a colpi di ordini esecutivi.

Sono andati ai repubblicani i senatori del Texas, della combattuta Florida, l’Indiana, il Minnesota, il Missouri e il North Dakota persi dai democratici, il Tennessee. Praticamente tutte le sfide in bilico si sono risolte a favore dei conservatori anche se i democratici sono riusciti a mobilitare l’elettorato che per una tornata di questo genere ha fatto segnare un record, a strappare collegi nella stessa roccaforte texana e anche alcuni repubblicani in California e sulla costa Est, specialmente nel più agevole voto alla Camera. Oltre ad alcuni governatori: in Illinois, Kansas, New Mexico e Michigan, dove governavano i Repubblicani, hanno vinto i candidati dem. Come spiegavamo, fra quei 50-55 milioni di votanti si nascondevano anche molti trumpiani reticenti, le riserve del 2016 che hanno aiutato il presidente a contenere i danni, in gran parte grazie al suo mitragliamento continuo.

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La festa appena finita è già ricominciata. Riparte oggi la campagna elettorale. Stavolta è quella per le presidenziali del 2020. Forte anche di un buon rinnovamento nella rappresentanza, questa sì un’ottima notizia, su entrambe le sponde. Fondamentale ricordare il record di donne nelle due assemblee (il totale dovrebbe toccare quota 113), l’ingresso alla House of Representatives delle musulmane Ilhan Omar in Minnesota (la prima rifugiata africana e la prima ad indossare l’hijab al Congresso) e Rashida Tlaib in Michigan, l’elezione della prima donna nativo-americana al Congresso (incredibile che si sia dovuto attendere il 2018), Sharice Davids in Kansas. Oppure i numerosi candidati dichiaratamente omosessuali fra cui la stessa Davids o Jared Polis, repubblicano progressista eletto governatore del Colorado.

Per come stanno le cose, una rielezione di The Donald non è fantascienza, anche perché alcuni nomi di prospettiva – lo stesso O’Rourke o Andrew Gillum in Florida, che avevano una sfida difficilissima – sono stati battuti e la Ocasio-Cortez, per quanto combattiva, fino a pochi mesi fa serviva ai tavoli di un ristorante messicano di Union Square. Le manca l’esperienza, chissà se riuscirà a farsene abbastanza in un paio d’anni. O forse ne ha già più di quanta ne sfoggiasse Trump il giorno dell’elezione a “comandante in capo”. Per ora è un Make America Trump Again, citofonare 2020 (forse).

(Simone Cosimi, Wired cc by nc nd)

Foto flickr cc by sa

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