A cento anni dalla nascita della Cecoslovacchia

La Repubblica Ceca e la Slovacchia celebrano in queste ore il centenario della loro indipendenza, quando il 28 ottobre del 1918, dalle ceneri dell’Impero Austro-Ungarico, nasceva la Repubblica di Cecoslovacchia (nella foto: Piazza Venceslao a Praga il 28.10.1918).

Alla presenza del cancelliere tedesco Angela Merkel e del presidente francese Emmanuel Macron, le due capitali omaggiano l’appuntamento con tutti gli onori del caso, ricordando quei giorni di cento anni fa quando, tra le strade del paese, cechi e slovacchi, uniti, poterono sventolare la loro bandiera e festeggiare l’indipendenza dopo trecento anni di dominazione asburgica.

I primi cinquant’anni e il destino degli “otto”

La travagliata storia della Cecoslovacchia è stata curiosamente segnata da questo numero. Il 1918 fu l’anno dell’agognata indipendenza, quando il padre della patria Tomaš Masaryk firmò il documento che sanciva finalmente la creazione di uno stato comune dei cechi e degli slovacchi, con parità di diritti. Nel corso della storia però, per la Cecoslovacchia il numero 8sarebbe divenuto sinonimo di cattivo presagio e di sventura.


Nel ritratto i tre “fondatori” della Cecoslovacchia, da sinistra Beneš, Masaryk e Štefaník

La giovane repubblica fu l’unico paese dell’area a conservare un sistema democratico negli anni ’30, il decennio della crisi delle democrazie e della fascistizzazione dell’Europa. Nei destini del paese e dei due popoli vi era però in agguato un altro otto, questa volta fatale per le sorti del piccolo stato mitteleuropeo. Il 1938 fu l’anno di Monaco, dove le potenze occidentali tradirono cechi e slovacchi permettendo a Hitler di occupare il paese, subendo prima la divisione tra un protettorato ceco e uno stato indipendente slovacco, poi il saccheggio e l’umiliazione della guerra.

Neanche il secondo conflitto mondiale fu capace di dividere le sorti dei due popoli. Cechi e slovacchi decisero quindi di tornare insieme sotto un’unica bandiera. L’utopistica idea del nuovo presidente Edvard Beneš era quella di una Cecoslovacchia come di un paese ponte tra l’est e l’ovest, ponte che, come predetto dal ministro degli esteri dell’epoca Jan Masaryk, figlio di Tomaš, non fu in grado di reggere il peso delle troppe persone intente ad attraversarlo, in un’epoca di divisione del mondo in blocchi contrapposti.

Un altro otto incombeva sui destini della fragile democrazia cecoslovacca. Correva il 1948 quando, sotto la pressione dell’Unione Sovietica e del volere di Stalin, con un’astuta manovra di palazzo i comunisti cecoslovacchi, guidati da Klement Gottwald, riuscirono a ribaltare il governo del Fronte Nazionale e a occupare totalmente il potere, ponendo le basi per l’instaurazione di una repubblica socialista di stampo sovietico.

Ben più conosciuta e sicuramente ancora viva nelle menti e negli occhi della popolazione fu la stagione della Primavera di Praga. Il nuovo corso del 1968 vide una mobilitazione sociale, politica e culturale senza precedenti nella storia del paese. Con le spinte riformatrici guidate dallo slovacco Alexander Dubček, la Cecoslovacchia sembrò finalmente svegliarsi dal torpore staliniano del ventennio precedente.
Quel fermento di idee che aveva aperto la strada per il sogno di un socialismo migliore e più umano terminò solamente dopo poche settimane, schiacciato drammaticamente sotto i cingoli dei carri del Patto di Varsavia.


Carri armati sovietici a Bratislava il 21 agosto 1968 (foto Ladislav Bielik/FB)

Dopo il 1918, il 1938 e il 1948, un nuovo otto si era inserito nella storia della nazione cecoslovacca e dei suoi popoli tra i grandi eventi che ne cambiarono le sorti. Per la società cecoslovacca il 1968 significò una cesura culturale importante e netta con il suo passato. Il paese mitteleuropeo, per la prima volta in vent’anni, si ritrovò non più amico dell’Unione Sovietica. Quell’anno è rimasto nella memoria dei cecoslovacchi per questi due opposti traumi: prima la stagione del socialismo dal volto umano e poi la sua negazione.

Due popoli, un destino comune: l’Europa

La Rivoluzione di Velluto del 1989 segnò il crollo del regime comunista. La Cecoslovacchia sopravvisse unita alla caduta del muro e alla fine dell’ideale socialista, ma non riuscì a salvarsi dalla transizione verso un mondo nuovo. Quel sentimento di inferiorità e di sottomissione che gli slovacchi avevano coltivato nei decenni precedenti fu tra i maggiori responsabili della separazione dai cechi e quindi della dissoluzione del paese. Nel 1992 i due leader Václav KlausVladimír Mečiar (foto sotto) firmarono la condanna a morte per lo stato unitario, proclamando dal primo gennaio 1993 lo scioglimento pacifico del paese e la nascita di due repubbliche indipendenti e sovrane.

Da quel momento, la Repubblica Ceca e la Slovacchia intrapresero percorsi diversi, entrambi con una sola destinazione: l’integrazione europea e la democrazia. Se per Praga la transizione verso l’Europa fu pacifica e lineare, Bratislava dovette fare i conti con il ritorno di un nazionalismo mai del tutto sopito. Nonostante la differente connotazione delle trasformazioni politiche di quegli anni, entrambi i paesi approdarono ufficialmente nell’Unione Europea il primo gennaio del 2004.

Oggi, le relazioni tra i due paesi restano ottime. La Repubblica Ceca e la Slovacchia sono entrambi membri dell’UE e della Nato. Partner del gruppo Visegrad insieme a Polonia e Ungheria, in questi anni le due piccole repubbliche mitteleuropee hanno raggiunto differenti livelli di integrazione, altalenando periodi di maggiore propensione verso l’Europa a ondate di euroscetticismo.

Senza dubbio, gli incontri diplomatici di questi giorni e i numerosi eventi congiunti tra la splendida cornice del Castello di Bratislava o della Piazza Venceslao a Praga, rinforzeranno le relazioni tra questi due popoli storicamente segnati da un destino comune.

(Leonardo Benedetti, via East Journal cc by nc nd)

Foto CC0/wiki
Foto FB/PellegriniPeter
Meciar e Klaus in trattativa, 1992

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