La BCE e la fine del quantitative easing

Dopo quasi quattro anni la Banca centrale europea si appresta a chiudere il suo programma di quantitative easing. Nonostante non si tratti di un cambio d’indirizzo dell’attuale politica monetaria, la decisione rappresenta forse per l’Istituto di Francoforte la fine di un’epoca. Di Roberto Italia, Il Caffè Geopolitico.

WHATEVER IT TAKES

Lo scorso 15 settembre è ricorso il decimo anniversario dall’inizio della crisi finanziaria globale. In quel giorno di fine estate 2008 la Lehman Brothers, una delle più importanti banche d’affari al mondo, avviò la procedura fallimentare: scoppiava il più devastante terremoto economico-finanziario dai tempi della Grande depressione. Da allora le Banche centrali si sono trovate di fronte a sfide senza precedenti per portata, frequenza e complessità. Il loro attivismo vigoroso e l’utilizzo di nuovi strumenti di politica monetaria sono risultati fondamentali per la sopravvivenza e la stabilità del sistema mondiale.
Da parte sua la Banca centrale europea (BCE) non è rimasta a guardare, anzi ha dovuto contrastare una situazione unica nel suo genere e divenuta ingestibile nell’Eurozona dopo il 2010. In anni in cui non c’erano altre politiche, whatever it takes è stato il mantra ripetuto a Francoforte durante la presidenza di Mario Draghi per uscire dalla crisi della moneta unica.
Tra le numerose e spesso controverse decisioni prese dall'(ex)Eurotower nella sua storia recente, quella di lanciare nel marzo del 2015 l’Expanded Asset Purchase Programme (APP) è stata la più salvifica. Il piano di quantitative easing (QE) è stata l’ultima misura di politica monetaria non convenzionale messa in campo dalla BCE. Nonostante le fasi più acute della crisi del debito sovrano fossero alle spalle, il quadro economico dell’area era cupo: moderata crescita, alto tasso di disoccupazione, sistema bancario bloccato, disparità nell’accesso al credito da parte delle imprese dei diversi Stati membri, lentezza nell’attuazione di riforme strutturali da parte di alcuni Governi e, cosa più rilevante per la banca centrale, crollo persistente del tasso d’inflazione dalla fine del 2011.
Le azioni della BCE si spiegano infatti alla luce dell’andamento di quest’ultima variabile. Il mandato che è stato affidato all’Eurosistema al momento della sua nascita è mantenere la stabilità dei prezzi. Ciò significa contenere l’inflazione misurata sull’indice armonizzato dei prezzi al consumo per l’area dell’euro su livelli inferiori, ma prossimi al 2% nel medio periodo. La stabilità dei prezzi viene perseguita per svariati motivi, tra cui attenuare l’incertezza circa la loro evoluzione generale, evitare la perdita di valore dei risparmi e impedire un trasferimento di potere d’acquisto dai creditori ai debitori. Inoltre, la fissazione di un tasso d’inflazione-obiettivo diverso da zero è dovuta ai vantaggi che questa produce in termini di stimolo agli investimenti e di libertà nella manovra al ribasso dei tre tassi ufficiali di competenza della Banca centrale. Tuttavia gli impulsi di politica monetaria non incidono direttamente sui tassi a medio-lungo termine, su cui si basano le decisioni di spesa economicamente pesanti di famiglie e imprese, ma solo sul costo del denaro che le banche commerciali si scambiano tra loro nel brevissimo periodo. Solo attraverso il sistema finanziario la Banca centrale può influenzare la domanda aggregata e la crescita dei prezzi. Ebbene, questo meccanismo di trasmissione si è inceppato nei tre anni antecedenti al QE. L’istituzione dell’Unione Europea ha portato invano verso lo zero i suoi tassi d’interesse nel tentativo di rivitalizzare un’economia stagnante e sostenere un’inflazione in caduta libera. E nel momento in cui a cavallo tra il 2014 e il 2015 si è materializzata nuovamente dopo cinque anni la deflazione e le aspettative di lungo periodo si sono attestate su valori tali da far presagire l’inizio di una spirale deflattiva, la BCE aveva solo un’arma da poter sfoderare.

IL FUNZIONAMENTO DEL QE

Il quantitative easing è una misura di politica monetaria ultra-espansiva, implementata dopo il 2008 dalle Banche centrali dei Paesi più avanzati, tra cui la Federal Reserve, la Banca d’Inghilterra e la Banca del Giappone. Si è trattato di una novità assoluta, visto che tale strumento era stato utilizzato unicamente dalla Banca centrale nipponica tra il 2001 e il 2006. […continua]

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