Da Cinecittà alla tavola: il “cibo di carta” racconta 50 anni di Italia

Una carrellata di immagini e correlazioni tra cibo, pubblicità, design, cinema, televisione e stile di vita nell’Italia del boom dopo la fine della guerra. Tema su cui si dipana la mostra in corso alla Biblioteca Universitaria di Bratislava, e sul quale il libraio antiquario Andrea Tomasetig, curatore della rassegna, ha incentrato una sua conversazione tenuta all’Istituto Italiano di Cultura. Articolo di Paola Ferraris.

Da mera necessità biologica ad elemento della tradizione culturale: il cibo occupa un posto importante nell’immaginario antropologico e racconta l’evoluzione della società e della mentalità. Il cibo è cultura ed assume una molteplicità di significati simbolici e talvolta magici; è lo specchio delle condizioni della popolazione e delle trasformazioni sociali.

Con la celebre affermazione di Ludwig Feuerbach “l’uomo è cio che mangia” (1862) assistiamo al passaggio dal cibo-nutrimento al cibo-piacere; la semplice preparazione degli alimenti si eleva al rango di “arte” culinaria. Non a caso uno dei primi testi a stampa è il trattatello di gastronomia “De honesta voluptate et valetudine” pubblicato nel 1471 a Roma, poi a Venezia (1475) e a Cividale del Friuli (1480). L’autore, l’umanista Bartolomeo Sacchi detto il Platina, studioso di letteratura e di tradizioni popolari, trascrive in latino le ricette di Maestro Martino, il cuoco più famoso del ‘400 per talento, creatività e cultura.

Il cibo e la carta, ma anche il cibo e l’immagine costituiscono un connubio perfetto, affascinante e intrigante, che la mostra organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura nella Biblioteca Universitaria di Bratislava rievoca attraverso una selezione di interessanti materiali originali. Manifesti e locandine provenienti dall’Archivio Enrico Minisini di Cividale del Friuli aprono una finestra sull’Italia sia popolare che borghese del secondo dopoguerra, che esorcizza la paura della fame e conosce nuove forme di benessere.

Sono gli anni del boom economico, del tramonto definitivo della civiltà contadina, dell’inizio di una nuova e più intensa fase di industrializzazione,  che il cinema neorealista e la commedia all’italiana rappresentano con i volti di attori come Totò, Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Vittorio De Sica e Alberto Sordi.

Totò che si infila gli spaghetti in tasca e balla sul tavolo nel film “Miseria e nobiltà o Alberto Sordi che in “Un americano a Roma” dialoga con i maccheroni e ritorna al piatto nazionale dopo un grottesco tentativo di imitazione dei modelli americani sono tra le scene cinematografiche memorabili che documentano l’italianità a tavola.

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La guerra è finita, e anche la fame è finita: gli Italiani possono permettersi il lusso di comprare elettrodomestici, viaggiare in automobile, andare in vacanza, frequentare ristoranti e locali notturni. La nuova libertà dei costumi e dei consumi si osserva anche a tavola: il cibo non rappresenta più i valori familiari e della tradizione, diventa status-symbol. La pasta è ora considerata simbolo dei valori morali del “proletariato”, mentre il pollo arrosto diventa il simbolo laico e pagano dell’eleganza “borghese”.

Negli anni ‘70, segnati dalla crisi dei valori tradizionali, il cibo assurge a metafora dell’individuo contemporaneo e diviene uno “strumento di morte”, al pari della fame. La grande abbuffata” di Marco Ferreri riflette il disagio esistenziale di un gruppo di amici, che sceglie di ingurgitare cibi fino a stordire i sensi e l’anima, fino a morire. L’eccesso di cibo non riesce a colmare il vuoto interiore, ma si trasforma in un perverso meccanismo della logica capitalistica e consumistica.

L’opulenza a tavola risulta quasi uno schiaffo nei confronti della fame atavica dell’italiano medio nei film di Paolo Villaggio: “Il secondo tragico Fantozzi” stigmatizza lo snobismo dell’alta società, con il suo tordo, difficilissimo da mangiare con la forchetta e per questo ingurgitato “intero” dal protagonista, assieme ai pomodorini ripieni di riso, freddi fuori e “palla di fuoco a 18.000 gradi dentro”…

Il nesso molto stretto tra cibo e cinema in Italia appare anche nelle espressioni utilizzate, dal filone degli “spaghetti western” alla “pizza”, cioè il contenitore della pellicola cinematografica, dal “polpettone” che indica un film particolarmente pesante fino al “cinepanettone”, il film natalizio degli anni ‘80, prodotto appositamente per divertire il pubblico reduce dai pantagruelici banchetti in famiglia.

La mostra presentata a Bratislava e curata dal libraio antiquario Andrea Tomasetig è stata presentata anche a Milano nell’ambito dell’Expo 2015 con il titolo “Cibo di carta”. L’esposizione anticipa la III Settimana della Cucina Italiana ed è stato uno degli eventi di rilievo della XVIII Settimana della Lingua e della Cultura Italiana nel Mondo.

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Andrea Tomasetig, nel corso di una conversazione svoltasi all’Istituto Italiano di Cultura, ha illustrato un universo poco conosciuto, fatto di cibo, cinema, libri, riviste, pubblicità. Ha raccontato anche la particolare storia di Carosello, un programma pubblicitario televisivo andato in onda dal 3 febbraio 1957 al 1 gennaio 1977 che ha suscitato l’attenzione non solo di pubblicitari, ma di sociologi e psicologi.

Parole e immagini che ci hanno permesso di entrare in due mondi così affascinanti ed amati come quello del cibo italiano e della sua raffigurazione. Tomasetig ha sottolineato la straordinaria fioritura di artisti nell’Italia del ‘900, anche nel campo delle cosiddette arti minori, come il design, la fotografia e la pubblicità. Personalità geniali, quali Bruno Munari, Marcello Dudovich e Leonetto Cappiello, nei loro celebri manifesti pubblicitari hanno saputo rappresentare l’immagine dell’Italia contemporanea, testimoniando le trasformazioni della società e del costume.

Tra gli esempi più interessanti di grafica pubblicitaria proposti durante la conversazione, spicca il manifesto del pastificio Gerardo di Nola di Gragnano con i suoi 74 tipi di pasta, tra i quali i curiosi “tripolini”, inventati all’epoca della guerra di Libia e della conquista di Tripoli (1911-12).

Le immagini dei prodotti Cirio raccontano la storia del passaggio dalla tradizionale vendita al dettaglio di prodotti sfusi, molto diffusa nel sud dell’Italia, alla produzione industriale e alla commercializzazione di cibi in scatola. Si tratta di un’invenzione francese – Napoleone aveva indetto un concorso nazionale per inscatolare la carne per i propri soldati in previsione della campagna di Russia – perfezionata da Francesco Cirio. L’imprenditore piemontese, grazie ad un metodo di sua invenzione, presentato all’Esposizione Universale di Parigi del 1867, costruì un vero e proprio impero economico.

Con la commercializzazione dei prodotti confezionati di marca e la nascita della “réclame” i primi grandi cartellonisti pubblicizzano non solo e non tanto un bene di consumo, quanto piuttosto lo stile di vita elegante e raffinato della classe borghese, che può ad esempio permettersi di acquistare i costosissimi frigoriferi Algidus o Fiat.

Durante il primo dopoguerra, un efficace metodo per fidelizzare il pubblico borghese è il sistema della raccolta di figurine e di punti che danno diritto a ricevere premi. Antonio Rubino, il maggiore illustratore di libri per ragazzi, realizza il “Ciriolibro” per la raccolta delle etichette Cirio. La diffusione dei concorsi a premi, come “I quattro moschettieri” lanciato dalla Buitoni/Perugina, crea episodi di autentica follia collettiva e scatena una vera e propria caccia alla figurina introvabile (“il feroce Saladino”) per poter vincere l’utilitaria Topolino.

Negli anni ‘60 i “trofei da collezione” saranno i gadget “gonfiabili” delle aziende lattiero-casearie come Invernizzi e Galbani (oggi proprietà del gruppo industriale francese Lactalis), da “Susanna tutta panna” alla mucca Carolina, disponibile persino nella versione balneabile lanciata sulle spiagge da aerei bimotore.

Nel secondo dopoguerra a raccontare la vita dell’Italia piccolo-borghese del miracolo economico sono soprattutto le copertine della “Domenica del Corriere”, realizzate da grandi illustratori come Walter Molino. Memorabile l’immagine che testimonia il potere attrattivo del nuovo mezzo televisivo, con la sua eloquente didascalia: “3 gennaio 1954. Rivoluzione in famiglia: l’arrosto brucia, i bambini dimenticano i compiti, il papà dimentica la pipa per terra e l’appuntamento al caffè. Dopo due anni di fase sperimentale cominciano in Italia le trasmissioni regolari della televisione italiana da Milano, Torino e Roma, con un programma unico.”

E proprio alla televisione Andrea Tomasetig ha voluto dedicare uno spazio particolare durante la sua conversazione con il pubblico di Bratislava, per raccontare, e soprattutto far vedere, un esempio di quella curiosa trasmissione inventata nel 1957 che per due generazioni di bambini ha rappresentato l’ultima concessione al divertimento prima di andare a nanna. Carosello si presentava come un contenitore di 5 spot pubblicitari realizzati in modo  singolare: 120 secondi, di cui i primi 90 con una storiella divertente proposta dagli attori più famosi dell’epoca (Manfredi, Sordi, Tognazzi, ecc.), e i 30 secondi finali con la citazione del prodotto pubblicizzato, spesso con i collegamenti più strampalati alla storiella iniziale.

Per 20 anni Carosello non solo ha accompagnato le trasformazioni della società italiana come specchio fedele di quel processo ed è risultato un interessante esperimento di creatività; è rimasto soprattutto nell’immaginario collettivo di molti italiani come il simbolo dell’infanzia e di una televisione “buona”, in contrapposizione alla “tv spazzatura” degli ultimi anni.

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La mostra dedicata al cibo nei manifesti del cinema italiano resterà aperta, con ingresso libero, fino al 30 ottobre presso la Biblioteca Universitaria di Bratislava, Michalska 1, con orario 10-18. Informazioni a questa pagina.

(Paola Ferraris)

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