PresaDiretta: la ‘guerra’ della Slovacchia per accaparrarsi il lavoro (anche a spese dell’Italia)

È andato in onda ieri su PresaDiretta, programma d’inchiesta di Rai3 diretto da Riccardo Iacona, un servizio sull’economia slovacca e la delocalizzazione in Slovacchia dall’Italia e altri paesi dell’Europa occidentale, che ha coinvolto anche il nostro giornale. Tra le varie interviste incluse nel pezzo, intitolato “La guerra del lavoro”, qualche domanda è stata fatta a Loris Colusso, l’editore di Buongiorno Slovacchia, e a Paola Ferraris, direttrice del nostro giornale in lingua spagnola Buenos diás Eslovaquia.

Tutto il servizio è partito dal caso Embraco, la multinazionale che quasi un anno fa decise di chiudere il proprio impianto a Torino, licenziando oltre 500 persone, per spostare la produzione altrove. Allora si disse che sarebbe stato lo stabilimento in Slovacchia a beneficiare della nuova produzione, una questione secondo noi ancora non del tutto chiarita; già l’inverno scorso i sindacati locali dicevano che non sarebbe stato possibile, visto che la capacità produttiva slovacca di Embraco era già tutta impegnata. La situazione di Torino, dove l’azienda multinazionale era irremovibile nel suo intento di chiudere baracca, senza concedere la cassa integrazione agli operai o aprire a soluzioni più graduali che favorissero la reindustrializzazione del sito, fece nascere anche un caso politico. Il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, sospettando una concorrenza sleale da parte del governo di Bratislava chiese alla Commissione europea di verificare se la Slovacchia non stesse facendo un uso improprio degli aiuti di Stato, che secondo le norme dell’UE non possono essere concessi ad aziende che semplicemente spostano il lavoro da un paese all’altro dell’Unione europea, chiudendo in uno e aprendo nell’altro. Per di più, negli ultimi tre lustri Embraco avrebbe incassato 20 milioni di euro di fondi dalla Regione Piemonte, per cui lo schiaffo a istituzioni e lavoratori era ancora più scottante. Per questi ultimi, poi, un ulteriore smacco: erano stati proprio quelli di Torino a insegnare il lavoro agli slovacchi qualche anno fa.

LA GUERRA DEL LAVORO

LA GUERRA DEL LAVOROIl Caso Embraco

Uverejnil používateľ PresaDiretta Pondelok 15. október 2018

La giornalista Elena Stramentinoli si sposta poi a Spišská Nová Ves, Slovacchia orientale, dove c’è la grande fabbrica di Embraco da 2.300 lavoratori, aperta sette giorni su sette. Quegli stessi lavoratori che, mentre a Torino si licenziavaottenevano un nuovo contratto con aumenti salariali. Uno di loro dice che non conosce nessuno dei colleghi che sia soddisfatto dello stipendio: «Noi vogliamo che le nostre paghe siano come quelle austriache o tedesche», «non c’è relazione tra quando produciamo e quanto guadagniamo». Una affermazione, quest’ultima, confermata anche dal vicepresidente del sindacato Kovo, Juraj Hoinos, secondo il quale i dipendenti sono scontenti e la situazione sta peggiorando: «Quando Embracoè arrivata qui 20 anni fa, noi producevamo circa 380 pezzi. Ora se ne producono 1.500. La produttività è aumentata costantemente, ma i salari no».

CI RUBIAMO IL LAVORO TRA DI NOI

CI RUBIAMO IL LAVORO TRA DI NOIIn Europa ci stiamo rubando il lavoro tra di noi. La partita economica è truccata, non tutti giocano con le stesse carte e sono tanti i paradisi fiscali. Interi Stati stanno crescendo sulle nostre disgrazie e le nostre fabbriche chiuse, come la Slovacchia.

Uverejnil používateľ PresaDiretta Pondelok 15. október 2018

Da Spišská ci si sposta poi nella capitale Bratislava, citando il fatto che i tre stabilimenti automobilistici di Volkswagen, Kia e Groupe PSA – una produzione complessiva di 1.025.000 auto nel 2017 – creano, con il loro indotto, il 44% dell’intera produzione industriale del paese. Un operaio di Volkswagen, l’enorme impianto alle porte di Bratislava che produce per cinque marchi automobilistici, spiega come con il suo salario (un netto di 1.200 euro al mese, più 13esima, 14esima e partecipazione agli utili) la sua situazione sia decisamente privilegiata, e lui possa fare una vita normale, paga il mutuo per la casa, mette via qualche soldo e riesce ad andare in vacanza. Una cosa che altri suoi amici non si possono permettere («in alcuni casi, il divario è davvero enorme»). Volkswagen spiega, tramite il portavoce Michal Ambrovič, che quando decise di investire in Slovacchia nel 1991 tenne conto delle competenze di ingegneria industriale dei lavoratori. Anni dopo, a incidere sui futuri investimenti (fino ad oggi oltre 5 miliardi di euro) è stato l’ingresso della Slovacchia nell’Unione europea e poi nell’Eurozona, elementi cruciali per la strategia della casa tedesca. Il costo del lavoro, ammette Ambrovič, è un aspetto importante di cui tenere conto, «ma è solo uno dei fattori in gioco», e così lo sono «anche le tasse».

Il servizio spiega che tra gli strumenti principali per attirare le aziende in Slovacchia c’è SARIO, l’Agenzia statale per gli investimenti «che fa solo questo: facilitare gli investimenti stranieri». «SARIO ha aiutato 500 aziende nei loro progetti, e queste 500 aziende hanno creato migliaia di posti di lavoro», , ha detto alla giornalista la nostra collega Paola Ferraris, «premiando quegli imprenditori che investono nelle zone meno sviluppate del paese, nel centro e soprattutto nell’est». «La politica attuata dal governo slovacco ha particolarmente incentivato la grossa azienda», che crea migliaia di posti di lavoro ma «non solo, crea un indotto», ha osservato il nostro editore Loris Colusso. C’è poi la leva fiscale, che con una imposta sui redditi di impresa al 21% («esattamente come la corporate tax introdotta da Trump negli Usa») e una agevolazione fiscale concessa agli investitori con un “credito fiscale” da scontarsi sulle tasse sui reddutu futuri per un certo numero di anni, fino a 10. «È grazie ai salari bassi e a queste politiche fiscali», chiude il servizio la giornalista, «che la Slovacchia negli ultimi vent’anni ha vissuto un vero e proprio boom economico, paragonabile a quello dell’Italia del dopoguerra».

LA GUERRA DEL LAVORO

LA GUERRA DEL LAVOROIn Europa ci stiamo rubando il lavoro l’un l’altro, come parenti serpenti. E la partita economica in Europa è truccata, non tutti giocano con le stesse carte, nell’unione sono tanti i paradisi fiscali . Così è successo che interi Stati stiano crescendo anche sulle nostre disgrazie, le nostre fabbriche chiuse. Uno di questi è la Slovacchia

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(Red)

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