Italians. Altre storie di cervelli in fuga

ROMA – focus/ aise – Come spesso accade, la rubrica de Il Fatto quotidiano ci offre un interessante bacino di storie di italiani, per lo più giovani, migrati all’estero in cerca di fortuna. Il fatto che ogni settimana non manchino nuove testimonianze, fa riflettere sull’ampiezza del fenomeno.

In un articolo di Raffaele Nappi, leggiamo di Maurizio Bocca, 37 anni, originario di un paese sul lago di Como, Pescate. Maurizio ha lasciato la prima volta l’Italia su un aereo diretto da Malpensa a Oulu, nord della Finlandia. Era il 2003: da allora non è più tornato. Oggi, dopo un dottorato, un post-doc in Usa e l’assunzione come ricercatore al centro di ricerca Bosch a Paolo Alto (California), Maurizio è direttore tecnico in un’azienda di Salt Lake City, nello Utah. L’Italia? “Da noi un neolaureato è costretto a elemosinare pseudo-contratti temporanei con stipendi molto più bassi – spiega –. O deve passare attraverso anni di praticantato lavorando quasi gratuitamente”.

Nella nuova sezione “La valigia di cartone”, dove ciascuno può inviare la propria esperienza di emigrazione, troviamo la testimonianza di Nicola Boccadoro, che da Bari è partito per Londra: “Quando torno a Bari vedo le facce di sempre, solo un po’ invecchiate, gli stessi luoghi, solo un po’ più brutti”. Laureato in Architettura con il massimo dei voti, Nicola non ha parenti nel settore edile, è figlio di nessuno e non ha raccomandazioni. “La mia storia”, scrive, “la mia fame, non nasce dalla rabbia per la disoccupazione, dalla categoria degli architetti in Italia, eterne partite iva che lavorano 17 ore al giorno abbandonate dallo Stato, la cui burocrazia e lentezza spesso finisce per trattarli solo come bancomat per pagare le tasse prima ancora di avere un reddito. Ho visto realtà che mi hanno sempre pagato puntualmente e promosso quando lo meritavo, e personaggetti sfruttatori di poveri neolaureati, troppo accecati da un contesto dalle difficili prospettive per capire che il loro tempo e impegno ha un valore”. “In Italia”, prosegue, “si può vivere. Anzi, per me è sempre stata dura andar via e sentirsi chiedere di restare ovunque sia stato. Non sento addosso il peso di una grande rinuncia all’estero per la colazione con il caffè americano piuttosto che con l’espresso, non mi interessano i tabù di chi soffre l’alimentazione non italiana, di chi piange il grigio del cielo piuttosto che il sole e le spiagge, le case piccole e fragili piuttosto che i soggiorni voltati in pietra”.

Nella stessa rubrica troviamo la testimonianza di Bruno Pompa, emigrato in Germania, dove ha raggiunto obiettivi che in Italia non avrebbe mai potuto raggiungere. “Ho lasciato l’Italia prima di diventare maggiorenne per evitare il servizio militare, oggi ho 63 anni e 6 mesi. Avevo con me solo due pullover, due pantaloni e un po’ di biancheria intima. Poi due scarpe e un giubbino di finta pelle. E 50mila lire frutto dei miei risparmi del lavoro in nero nei cantieri. Avevo una licenza media presa alle serali di Teano e in tasca un biglietto di sola andata per Tuttlingen. […] Ho trovato lavoro in una fabbrica di utensili e strumenti chirurgici per 6 marchi all’ora. Di più rispetto alle 4mila lire al giorno che prendevo in Italia. Ero sbalordito. Essendo abituato al lavoro duro dei cantieri in pochi giorni avevo quasi duplicato la mia paga. Col primo stipendio comprai scarpe e giacca adeguate al clima”. Una vita lavorativa piena di soddisfazioni, dopo una partenza in salita. Nessun rimpianto, anzi, un profondo senso di gratitudine verso il Paese che l’ha accolto: “Ringrazio la Germania per l´opportunità che mi ha dato e aggiungo che sono stati furbi e lungimiranti. Dal 1984 a oggi ho pagato oltre 700mila euro di tasse allo stato tedesco. Senza formazione non ne avrei versati neanche un quarto. Quindi lo stato tedesco mi ha sovvenzionato per 70mila marchi e ne ricevuti in cambio 10 volte tanto. L’Italia dovrebbe solo copiare le cose buone oltre confine, ma anche questo non gli riesce”. 

(focus\ aise)

Foto pixabay CC0

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