Per Tripoli non ci sono più lacrime

Di Khalifa Abo Khraisse, regista – Abbiamo problemi a soddisfare anche solo i nostri bisogni fondamentali, restare vivi è un’impresa quotidiana, un’impresa che si fa ogni giorno più difficile. Ogni giorno affrontiamo ingiustizie, violenza e corruzione, siamo vittime di continue violazioni dei nostri diritti. Tutto questo fa parte integrante della nostra giornata, dall’alba al tramonto, finché non smettiamo di accorgercene e diventa normale, la nostra nuova realtà. La cosa più spaventosa, quella più triste e difficile da accettare è però svegliarsi un giorno e scoprire che non solo non siamo riusciti a cambiare la nostra realtà, ma nemmeno a impedirle di cambiarci.

Oggi mi sono alzato consapevole del fatto che negli ultimi 27 giorni, durante gli scontri, sono morte più di cento persone, in gran parte civili, e io non ho nemmeno pianto! Questa cosa mi ha spezzato il cuore. Sono profondamente triste e mi vergogno moltissimo, ma so che in questo momento non posso permettermi di piangere. Ho dovuto imporre barriere alle mie emozioni e una catena al mio cuore, so che lasciarlo libero come ho sempre fatto in passato potrebbe essere pericoloso. Non è saggio lasciarsi prendere dal panico durante una guerra, ci sarà tempo di farlo una volta che sarà tutto finito, e un’intera vita per piangere, posto che si riesca a restare vivi.

Sentivo le esplosioni stando seduto sul terrazzo. Se i rumori provengono da una certa distanza somigliano agli effetti speciali dei pugni in un classico film di kung fu. Quando invece sono più vicini, i colpi si sentono due volte, al momento dello sparo e al momento dell’esplosione. Quando le esplosioni sono vicine, il suono che fanno è crudele, terrificante come nessun altro. Lo sento nel petto, le vibrazioni ti gelano la spina dorsale.

Per qualche secondo immagino che il colpo possa arrivare fino al mio tetto, immagino il momento dell’impatto con scenari diversi. Morirò sul colpo? I miei resti saranno sparsi ovunque e ci vorranno ore per recuperare tutte le mie parti? Colpirà la mia casa, qui vicino? Sarei in grado di prestare soccorso? Sarei in grado di raccogliere resti umani? E se mentre dormo dovessero colpire il muro accanto a me? Cos’è peggio, morire a causa dell’esplosione o sotto le macerie?

Sognavamo un paese democratico,
l’opportunità di dire che vogliamo vivere,
meritiamo di più, vogliamo di più

Sono tante domande, alle quali spero di non trovare delle risposte, e se non ci do un taglio da subito non cesseranno più, una domanda ne scatenerà un’altra, mi entreranno dentro conquistandomi una cellula dopo l’altra, spalancheranno le porte al panico e alla paura più incontrollata.

Metto tutto da parte e mi costringo a rimanere seduto, mi accendo una sigaretta, scrivo, mando messaggi a qualcuno, chiamo qualcun altro, cerco di parlare di lavoro, cerco di pianificare cose, fisso appuntamenti futuri, penso ai progetti che mi piacerebbe portare avanti. Mi comporto come se fosse la guerra di qualcun altro. Ho contattato diversi amici che vivono nella zona sud di Tripoli, più vicini di me agli scontri. Volevo sapere come stavano, e se riescono a cavarsela meglio di me.

Hanno smesso di piangerci su e si sono abituati. “A tutto si abitua quel vigliacco che è l’uomo!”. Così mi ha risposto Ekram Anwar, citando Delitto e castigo, quando le ho chiesto di quei momenti difficili, una risposta che spiega cosa è accaduto a tutti quanti noi. Ekram ha 26 anni, vive nella zona sud di Tripoli, nei pressi della strada per l’aeroporto, proprio in mezzo alla zona di guerra. Ho conosciuto lei e sua sorella Amira qualche anno fa, durante una manifestazione, ai tempi in cui sapevamo ancora urlare. Sembra una vita fa.

Come molti libici, sognavamo un paese democratico e chiedevamo lo smantellamento delle milizie. Cosa ancora più importante, per la prima volta avevamo l’opportunità di dire apertamente che siamo esseri umani e come tali vogliamo vivere, meritiamo di più, vogliamo di più.

Prima del 2011 questo non si poteva dire, e dopo il 2014 dirlo è diventato di nuovo pericoloso. Ho chiesto ad Amira di quegli anni. Cos’è successo ai suoi sogni? Mi ha risposto: “Il sogno di cambiare il mondo e la società, il sogno di liberare le donne, tutte queste formule mi affascinavano, ma alla fine ho capito che nessuno sarebbe cambiato a meno che non lo avesse voluto davvero. Al momento il mio unico obiettivo è salvaguardare la mia pace interiore e lavorare sul mio sviluppo personale”.

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Immagine: OpenStreetMap

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