Il Portogallo dalla recessione all’ascesa

Ecco come il Paese lusitano ha invertito la rotta, trovando un giusto equilibrio tra necessità economiche e scelte politiche. Un caso ‘sui generis’ che sta attirando l’attenzione di numerosi attori europei e internazionali per il crearsi di condizioni e congiunture uniche che hanno portato il Portogallo a crescere economicamente in un clima di austerity, con un Governo di matrice socialista.

1. L’EVOLUZIONE, DALLA CRISI ALLA CRESCITA ECONOMICA

Il Portogallo, dal 2015 a oggi, è stato protagonista di una crescita e una ripresa economica senza precedenti, da quando il Governo del leader socialista Antonio Costa ha cercato di portare avanti un processo di ripresa dalla grave crisi economica e di deficit pubblico che il piccolo Paese iberico stava attraversando dal 2011. Come ciò è potuto accadere si può capire facendo un passo indietro e analizzando la situazione in cui Lisbona versava fino a qualche anno fa. La forte crisi aveva spinto nel 2011 il Portogallo in una fase di recessione, per la quale si era reso necessario l’intervento della Troika, che richiedeva la messa in atto di politiche di austerity per ridurre il deficit e di conseguenza il debito pubblico.
Dal 2013, quando era ancora al Governo il leader del centrodestra Pedro Passos Coelho, iniziarono ad arrivare i primi timidi segnali di ripresa economica: il PIL reale registrò una variazione dal -3% del 2012 al -1,1% del 2013 e il tasso di disoccupazione passò dal 17,3% del 2013 al 13,9% del 2014. Segnali di ripresa che poi hanno consentito al Paese di crescere a ritmo sempre più sostenuto, fino ad arrivare all’uscita dalla procedura di deficit eccessivo, messa in atto dall’UE per gli Stati che abbiano un deficit superiore al 3% del PIL. Ma le accorte decisioni in campo economico hanno anche incontrato un terreno fertile dal punto di vista politico. Difatti, dalla fine del 2015, il Partito socialista moderato di Antonio Costa è riuscito a creare un Governo stabile, formato da una coalizione con i partiti della sinistra radicale come il Bloco de Esquerda e la Coalizione Democratica Unitaria (che comprende il partito comunista portoghese e i Verdi). Ciò, seppur con qualche difficoltà iniziale, ha creato una maggiore coesione e coerenza nel programma politico portato avanti dal Governo, senza creare falle nel consenso dei cosiddetti “partiti tradizionali”. Infatti, a differenza di altri Stati europei in cui la nascita di partiti populisti sta minando le basi della democrazia, il Portogallo è riuscito ad arginare questo fenomeno e a far ripartire l’economia, senza mettere in discussione gli equilibri politici preesistenti.
Forse a causa del ricordo ancora troppo vivo delle dittature che i due Paesi iberici hanno vissuto fino al recente 1974, il Portogallo è riuscito a tenere lontane le correnti estremiste e i rigurgiti nazionalisti e xenofobi, diventando un modello per il resto d’Europa.

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Foto pixabay: Lisbona, la torre di Belém

 

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