90 anni fa moriva Italo Svevo: nel suo Zeno, l’uomo contemporaneo

Sono passati 90 anni dalla scomparsa di Italo Svevo: nato a Trieste come Hector Schmitz, Svevo ha inventato personaggi emblematici, propri di un’epoca conflittuale e ricca di spinte contrastanti. Alfonso Nitti ed Emilio Brentani e Zeno Cosini sono le maschere più riuscite, e più famose, dell’uomo del Novecento.

Il 13 settembre del 1928 moriva Italo Svevo. Nella sua scrittura coesistono il naturalismo francese, conosciuto ed emulato fin dagli esordi, il positivismo, ma anche marxismo e nichilismo nietzscheano: le stesse spinte contrastanti che avevano attraversato la storia del pensiero europeo dell’epoca in Svevo trovano risoluzione negli “inetti” tipici della sua letteratura. Laddove idealismo e metafisica non arrivano più, sopraggiunge un rapporto conflittuale con la psicanalisi e con se stessi: quello che nel romanzo più famoso, “La coscienza di Zeno”, tiene le fila del racconto.

Italo Svevo: le due facce della cultura europea

Trieste fa ancora parte dell’Impero austro-ungarico quando Hector Schmitz nasce da una famiglia di origini ebraiche: padre tedesco e madre italiana, fin da giovanissimo quello che in seguito si firmerà come Italo Svevo cresce al centro del vortice culturale mitteleuropeo. Gli studi in Germania e il primo lavoro a Vienna mescolati ad un ambiente familiare italofono accompagneranno sempre il suo stile e i personaggi, anche al di là del dato strettamente linguistico.

Una “pluralità” che si rispecchia anche nei suoi molteplici pseudonimi: quando nel 1888 esce “Una Lotta” e nel 1890 “L’assassinio di via Belpoggio” a firmarli è Ettore Samigli. Solo in seguito, dopo la morte di suo padre, la penna che scriverà “Una vita” sarà quella di Italo Svevo, in omaggio alle sue origini italiane e tedesche al tempo stesso. Ma anche con l’uscita di “Senilità” il pubblico ignora questo scrittore sopra le righe, così lontano dalle metafisiche ottocentesche.

Zeno Cosini: l’inettitudine dell’uomo contemporaneo

Il successo arriva quando, nei primi anni Dieci, Svevo conosce l’irlandese James Joyce e allo stesso tempo ha il suo primo approccio con la psicanalisi freudiana. Risultato di questo incontro sarà, nel 1923, la pubblicazione de “La coscienza di Zeno”. Sarà prima grazie a Joyce e poi a Montale che il romanzo raggiunge la fama che merita.

Zeno Cosini, così come Alfonso Nitti ed Emilio Brentani, rappresentano l’ideale letterario dell’inettitudine: uomini sconfitti dalla vita, avvinti da un inganno che loro stessi perpetrano ai loro danni senza individuare una via d’uscita. Un modo particolare di porsi di fronte ad una realtà ambigua ed imprevedibile: la costituzione del personaggio sveviano coincide con una consapevolezza, ovvero quella che nella contemporaneità c’è spazio solo per gli uomini, non per gli eroi.

Citazioni dalle opere di Svevo:

La coscienza di Zeno
«Perciò io penso che il rimorso non nasca dal rimpianto di una mala azione già commessa, ma dalla visione della propria colpevole disposizione. La parte superiore del corpo si china a guardare e giudicare l’altra parte e la trova deforme. Ne sente ribrezzo e questo si chiama rimorso. Anche nella tragedia antica la vittima non ritornava in vita e tuttavia il rimorso passava. Ciò significava che la deformità era guarita e che oramai il pianto altrui non aveva alcuna importanza. Dove poteva esserci posto per il rimorso in me che con tanta gioia e tanto affetto correvo dalla mia legittima moglie? Da molto tempo non m’ero sentito tanto puro».

«La vita somiglia un poco alla malattia come procede per crisi e lisi ed ha i giornalieri miglioramenti e peggioramenti. A differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale. Non sopporta cure. Sarebbe come voler turare i buchi che abbiamo nel corpo credendoli delle ferite. Morremmo strangolati non appena curati».

Corto viaggio sentimentale
«Con dolce violenza il signor Aghios si staccò dalla moglie e a passo celere tentò di perdersi nella folla che s’addensava all’ingresso della stazione.
Bisognava abbreviare quegli addii ridicoli se prolungati fra due vecchi coniugi. Ci si trovava bensì in uno di quei posti ove tutti hanno fretta e non hanno il tempo di guardare il vicino neppure per riderne, ma il signor Aghios sentiva costituirsi nell’animo proprio il vicino che ride. Anzi lui stesso intero diveniva quel vicino. Che strano! Doveva fingere una tristezza che non sentiva, quando era pieno di gioia e di speranza e non vedeva l’ora di essere lasciato tranquillo a goderne. Perciò correva, per sottrarsi più presto alle simulazioni».

Senilità
«Subito, con le prime parole che le rivolse, volle avvisarla che non intendeva compromettersi in una relazione troppo seria. Parlò cioè a un dipresso così: – T’amo molto e per il tuo bene desidero ci si metta d’accordo di andare molto cauti. – La parola era tanto prudente ch’era difficile di crederla detta per amore altrui, e un po’ più franca avrebbe dovuto suonare così: – Mi piaci molto, ma nella mia vita non potrai essere giammai più importante di un giocattolo. Ho altri doveri io, la mia carriera, la mia famiglia».

(Federica D’Alfonso, Fanpage cc by nc nd)

Foto: wikipedia 

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