Stato dell’Unione, Juncker: «i nazionalismi distruggono l’UE. Usiamo l’euro al posto del dollaro»

Il discorso sullo stato dell’Unione del presidente della Commissione: l’Europa «non sarà mai una fortezza che gira la testa di fronte al mondo che soffre».

Un po’ affaticato, con argomenti che non riescono a scaldare la platea dell’Europarlamento e proposte decisamente poco ambiziose. Jean-Claude Juncker ha pronunciato ieri il suo ultimo discorso sullo Stato dell’Unione. Ed è sembrato un intervento del passato, troppo vecchio per un’Europa che si trova in una fase critica alla vigilia di una tornata elettorale decisiva. Anche le accuse verso chi rappresenta «una minaccia interna» si sono limitate a piccole punzecchiature. «L’Europa conosce la pace grazie all’Ue. Rispettiamola e non sporchiamone l’immagine trascinandola nel fango». E ancora: «No al nazionalismo che cerca dei colpevoli anziché delle soluzioni», che punta a «distruggere». Parole che in Italia sono state ascoltate con grande attenzione, anche se il presidente della Commissione ha evitato accuratamente di nominare esplicitamente i Paesi a cui si riferiva.

L’euro al posto del dollaro
Quattro anni fa aveva presentato la sua squadra come «la Commissione dell’ultima chance». Oggi, che è tempo di bilanci, dice che una Commissione «è un momento» e che «in cinque anni non si possono cambiare definitivamente le cose». Però ha rivendicato il fatto che «l’Ue ha largamente girato la pagina della crisi economica e finanziaria». E lancia la proposta – questa potrebbe essere la più innovativa – di non usare più il dollaro nelle transazioni globali, sostituendolo con l’euro «per permettergli di giocare pienamente il suo ruolo sulla scena internazionale».

Le sfide dell’immigrazione
Dice che l’Europa «non sarà mai una fortezza che gira la testa di fronte al mondo che soffre», ma lancia la proposta di una super-Frontex per pattugliare i confini. Una polizia di frontiera con diecimila uomini da mettere in campo entro il 2020. Finanziata e gestita a livello Ue. La nuova guardia costiera Ue avrà competenze anche sui rimpatri e sarà affiancata da un’Agenzia europea per l’asilo, sempre che i governi trovino l’accordo. Per la gestione degli sbarchi – e qui si riferiva ai casi di questa estate – «non possiamo andare avanti con soluzioni ad hoc, serve maggiore solidarietà». Juncker ha ribadito la necessità di «aprire delle vie di immigrazione legale verso l’Europa perché abbiamo bisogno di migranti qualificati». E, accanto a questo, ha lanciato la proposta di una nuova partnership con l’Africa, «una nuova alleanza per creare fino a dieci milioni di posti di lavoro in Africa nei prossimi cinque anni attraverso un piano di investimenti». E un’intesa commerciale tra i due continenti «in condizioni di parità».

Le altre proposte sul tavolo
Il vero cavallo di battaglia è sembrato essere l’abolizione dell’ora legale, proposta che già fa discutere e che viene vista come «un falso problema» in un momento in cui l’Europa ha di fronte a sé le grandi sfide. Tra le altre idee messe sul tavolo, il rilancio della Web Tax, nuove regole sulla protezione dei dati per evitare manipolazioni alle Europee e per contrastare la propaganda terroristica online. Nel discorso c’è stato ovviamente spazio per un passaggio, appena accennato, sulla Brexit. Con un avvertimento ai britannici: «Chi lascia l’Unione esce dal mercato unico e non può sceglierne solo alcuni pezzetti».

La sovranità europea
In vista delle elezioni ha chiesto ai governi di dimostrare che «l’Europa ha superato le divisioni tra Nord, Sud, Est e Ovest. Perché è troppo piccola per dividersi». Dunque ha detto che è l’ora di una «sovranità europea», di un «patriottismo bidimensionale», tra il proprio Paese e la sfera Ue, da contrapporre al «nazionalismo malsano». Per Juncker è giunto il momento in cui l’Ue rafforzi la sua capacità «di parlare con una voce sola», soprattutto in politica estera e sulle scelte relative alle politiche fiscali. Per questo bisognerà abbandonare le decisioni all’unanimità e lasciare posto alle votazioni a maggioranza. «No ai veti dei singoli Paesi, bisogna ritrovare le virtù del compromesso». Infine un messaggio indirizzato soprattutto alla Polonia e all’Ungheria di Orban: «Le decisioni della Corte di giustizia devono essere rispettate perché non sono un’opzione ma un obbligo». Idem per lo Stato diritto: «Laddove è minacciato, ha detto a poche ore dal voto dell’Europarlamento sull’Ungheria, bisogna attivare l’articolo 7 del Trattato».

(Marco Bresolin, lastampa.it cc by nc nd)

Foto flickr cc by nc nd

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