Il nemico invisibile della privacy

Un barista si procura una scottatura al lavoro, compra una crema per le ustioni in un negozio e, più tardi, su Facebook vede una pubblicità di quella crema. Un uomo al supermercato dice al suo amico di prendere una Red Bull e mentre tornano a casa vedono su Instagram una pubblicità della bibita. Una cuoca sogna di avere un robot da cucina in casa e poco dopo sul telefono appare una pubblicità del robot. Due amici parlano del loro ultimo viaggio in Giappone e, di lì a poco, uno dei due vede la pubblicità di un volo low cost per Tokyo. Sono solo alcune delle strane coincidenze che portano i consumatori di oggi a sentirsi sorvegliati. A volte è solo una coincidenza, a volte è il frutto di oscuri interessi. E più questi interessi verranno alla luce, più sentiremo il bisogno di nuove misure normative o legali.

Ma niente di tutto questo è una novità e la questione non riguarda solo le grandi aziende tecnologiche. Le tecniche di raccolta dati esistono da anni e i servizi online stanno solo accelerando il loro l’uso. Le aziende hanno raccolto le nostre informazioni (con o senza il nostro consenso) da datori di lavoro, registri pubblici, negozi, banche, curriculum e centinaia di altre fonti. Li hanno ricollegati, ricombinati, comprati e venduti ad aziende, pubblicitari e intermediari. Succede da tempo e succederà ancora. L’era del nichilismo della privacy è realtà ed è tempo di farci i conti.

Molte persone pensano ancora che il loro smartphone li ascolti in segreto, registrando le conversazioni per poi passarle furtivamente a Facebook o Google. Facebook in particolare è stata accusata di questa pratica, probabilmente perché è un’azienda di successo e le sue pubblicità sono facili da individuare. Facebook ha sempre negato le accuse e secondo i ricercatori la cosa è tecnicamente impossibile. Ma l’idea rimane.

Rimane perché sembra vera e anche perché in parte lo è. Forse Facebook e Google non ascoltano letteralmente le nostre conversazioni, ma osservano le nostre vite. Hanno così tanti dati – e su così tante persone – che è come se stessero monitorando le nostre conversazioni. Siamo in viaggio fuori città in cerca di un ristorante? Facebook e Google non solo sanno dove siamo, ma anche cosa ci piace mangiare – se abbiamo messo un like allo stufato coreano o ai pieroghi polacchi – e dai nostri dati demografici possono intuire il nostro reddito e, di conseguenza, il nostro budget.

[…] Continua su Internazionale.it

Illustr. geralt CC0

Articoli più letti

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*


Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.