Migrazioni: è la crisi delle crisi?

Dalla notte dei tempi la storia umana è costellata di movimenti migratori. L’idea di estirpare un fenomeno cresciuto in rilevanza e in complessità è semplicemente chimerica. La pressione inaspettata che l’Unione Europea ha subito negli ultimi anni da Sud non deve essere cagione di paure e insicurezze smisurate.

UN FENOMENO, MOLTI FENOMENI

Da sempre le migrazioni esistono. Rappresentano una costante storica che non si può cancellare, né oggi che il fenomeno ha raggiunto un’entità e un grado di complessità senza precedenti nell’era della globalizzazione, né domani su un pianeta sempre più popoloso.
Scrivere e parlare di immigrazione non è semplice, e non dovrebbe esserlo, perché la sua natura, le sue cause e i suoi effetti non sono univoci, bensì estremamente sfaccettati. Molti fenomeni si manifestano all’interno dello stesso fenomeno. Prova più evidente di ciò è l’assenza a livello internazionale di una definizione giuridica omogenea per il termine migrante. In alcuni casi per esigenze statistiche vengono inseriti nella categoria di migranti anche irifugiati e i richiedenti asilo, in altri questi soggetti sono considerati separatamente per il loro specifico regime legale e di diritto internazionale, in altri ancora si distingue tra spostamenti volontari, forzati e misti. Queste differenze d’approccio, che generano spesso e pericolosamente confusione, sono figlie del fatto che una persona abbandona la propria terra per molteplici fattori di spinta e d’attrazione: per motivi di studio, di lavoro, di ricongiungimento familiare o di qualità della vita, a causa di catastrofi naturali, cambiamenti climatici, carestie o povertà, perché vittima di persecuzioniconflitti o violenze.
Inoltre gli immigrati hanno sulle società dei Paesi di destinazione un impatto potenzialmente significativo a livello di integrazione culturale, di trend demografici, di equilibrio dei conti pubblici e del mercato del lavoro, di percezione securitaria. Sono tutte sfide di lungo periodoche rendono l’immigrazione una priorità da affrontare con cognizione di causa, responsabilità e prontezza. Non a caso a partire dal 2016 tutte le tornate elettorali e referendarie in Europa e negli Stati Uniti hanno visto la materia al centro della contesa partitica. Tuttavia a livello politico-istituzionale fatica a maturare un sano e produttivo scambio di idee: i toni sono aspri e il fenomeno non viene analizzato per quello che è, ma viene strumentalizzato secondo le convenienze di parte per attrarre il voto popolare, soprattutto delle fasce più emarginate, contrarie e arrabbiate. Il lato umano spesso drammatico e le profonde implicazioni socio-economiche di tale realtà passano in secondo piano. Si rischia così di trascurare valutazioni circa i potenziali benefici dell’immigrazione, oltre a svilire culturalmente il dibattito pubblico sulla crisi delle crisi e sulle misure da mettere in campo per gestirla. Dal canto suo, nell’Area tematica Migrazioni il Caffè Geopolitico ha da sempre respinto ogni forma di semplicismo e di miopia, fornendo riflessioni profonde ed esaustive.

UNO SGUARDO D’INSIEME

Trattare l’immigrazione come un monolite può provocare fraintendimenti e tensioni nella discussione a tutti i livelli e può manipolare le percezioni nei confronti del diverso che arriva. Ad ogni modo avere uno sguardo d’insieme è utile a comprendere quanto sia utopica l’idea di bloccare una volta per tutte gli spostamenti di milioni di persone e quanto sia errato associare alla figura dell’immigrato un profilo somatico e una provenienza ben precisi.
Un buon punto di partenza per fare chiarezza sul fenomeno è costituito dal Rapporto sull’immigrazione internazionale 2017, presentato lo scorso dicembre dal Dipartimento delle Nazioni Unite per gli Affari economici e sociali (UN DESA). L’Ufficio definisce migrante internazionale ogni persona che cambia il proprio Paese in cui ha residenza abituale, qualunque sia lo status legale del soggetto, la causa, la volontarietà e la durata dello spostamento (l’Unione Europea pone invece la soglia temporale di dodici mesi). Le informazioni in ogni Stato e continente sono dunque tratte principalmente dai dati sulla popolazione nata all’estero e, quando indisponibili, da quelli sui cittadini stranieri, due categorie non esattamente sovrapponibili. Il documento dell’UN DESA riferisce che al 2017 i migranti internazionali sono 258 milioni, pari al 3,4% della popolazione mondiale.
Di questi, 165 milioni risiedono in Paesi a economia avanzata, ma ben 11 milioni si sono spostati in Paesi a basso reddito. Gli Stati Uniti con 50 milioni d’immigrati rimangono il più importante polo d’attrazione. Seguono Arabia SauditaGermaniaRussia Regno Unito. Tra il 2000 e lo scorso anno sono però Angola, Qatar e Cile le destinazioni dove il numero d’immigrati è cresciuto maggiormente. Dall’altro lato, tra i maggiori Paesi di emigrazione spicca l’India con 16,6 milioni di emigrati, cui seguono MessicoRussiaCina e Bangladesh. Non sorprende che immediatamente dopo nella classifica ci sia la Siria, che diciassette anni fa non appariva nemmeno nelle prime venti posizioni della graduatoria, ma che è stata colpita recentemente dalla tragedia degli oltre 5 milioni di rifugiati.
Proprio per quanto riguarda i rifugiati e i richiedenti asilo, nel mondo sono rispettivamente 25,4 milioni e 3,1 milioni, un decimo del totale dei migranti internazionali. Se si si tiene conto anche dei 40 milioni di sfollati interni, si completa il quadro della più grave crisi umanitaria dalla fine della Seconda Guerra Mondiale: 68,5 milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle loro case, 26 milioni in più rispetto al 2007, 35 milioni in più rispetto al 1997. I dati sono riportati nel documento annuale Global Trends – Forced displacement in 2017 dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). Quello che sorprende maggiormente è che l’85% dei 19,9 milioni di rifugiati sotto la responsabilità dell’UNHCR, perlopiù sud sudanesi, afghani e siriani, sia accolto da regioni in via di sviluppo e ovviamente prossime alle zone d’instabilità: Turchia (3,5 milioni di profughi), Pakistan (1,4 milioni), Uganda(1,4 milioni), uno dei Paesi più poveri al mondo, e Libano (un milione). È un fatto però che nell’elenco dei primi dieci posti figuri solo la Germania tra i Paesi più avanzati, con 970.400 rifugiati.
A questo punto è inevitabile chiedersi non solo da dove vengano questi numeri, ma specialmente verso dove portino. La risposta alla prima domanda è contenuta nel Rapporto mondiale sulla migrazione 2018, pubblicato dall’Organizzazione internazionale per le Migrazioni (OIM), agenzia collegata all’ONU. Negli ultimi cinquant’anni l’esodo ha subìto una crescita esponenziale in portata e una più lieve in proporzione, andando oltre le stime iniziali: nel 1970 coloro che vivevano in uno Stato diverso da quello di nascita erano 84 milioni e mezzo, ovvero il 2,3% della popolazione mondiale, nel 1995 quasi il doppio (2,8%) grazie al balzo di 40 milioni avvenuto nella seconda metà degli anni Ottanta, mentre nel nuovo millennio l’incremento più consistente si è avuto tra il 2005 (191 milioni) e il 2010 (222 milioni). Una proiezione della stessa OIM del 2010 cerca di sciogliere il nodo sugli sviluppi futuri: si prevede che nel 2050 i migranti internazionali arriveranno a 405 milioni, costituendo il 4,1% dei 9,8 miliardi di esseri umani che abiteranno sul pianeta. Inoltre, stando alle proiezioni dell’UN DESA, per i prossimi novant’anni le “esplosioni” demografiche che colpiranno India e Pakistan dovrebbero rafforzarne i flussi verso l’esterno, mentre quelle in Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Tanzania e Uganda (in generale nel 2100 ci saranno tre miliardi di Africani in più) non possono non destare qualche preoccupazione. Nonostante la variabile migratoria sia estremamente volatile e legata anche a contingenze come la crisi economico-finanziaria del 2008 o le Primavere arabe, il trend positivo non è destinato ad arrestarsi ed è impensabile che venga invertito a fine secolo, quando il pianeta ospiterà 11,2 miliardi di persone.
Se da una parte non si può certo dire che abbandonare la propria terra d’origine per non farvi ritorno sia e sarà normale per tutti, dall’altra non si può restare passivi di fronte alle dimensioni sempre più cospicue sopracitate.

UNO SGUARDO SULL’EUROPA

Gestire il fenomeno migratorio controllando le frontiere esterne è diventato per l’Unione europea una sfida esistenziale. Ciononostante gli egoismi da parte degli Stati membri e la mancanza di una visione condivisa hanno smascherato tutta l’inconsistenza, almeno all’apparenza, delle conquiste che l’Organizzazione ha raggiunto da quando è nata. Ancora una volta è il contributo dell’UN DESA a dare il senso reale delle cose, anche se le statistiche hanno come oggetto di studio tutta l’Europa (Russia compresa, Turchia e Cipro esclusi) e non semplicemente il blocco dei Ventotto.
Innanzitutto, al pari dell’Asia, l’Europa è la prima meta di destinazione per i migranti internazionali, ma è anche la seconda area d’origine dopo la stessa Asia. Al 2017 sono 78 milioni coloro che vivono nel Vecchio Continente in un Paese diverso da quello di nascita, ovvero il 10% della popolazione europea, mentre sono 61,2 milioni gli europei che hanno cambiato lo Stato in cui risiedevano. Il saldo migratorio è positivo, ma la differenza tra chi è entrato e uscito è molto meno accentuata rispetto a quella di una regione altrettanto sviluppata come il Nord America: Canada e Stati Uniti ospitano 58 milioni di stranieri, mentre hanno dato i natali a soli 4 milioni e mezzo di migranti. Inoltre dal 2000 al 2017 l’Europa ha esibito il tasso di crescita del numero di emigrati e immigrati più basso globalmente. In Asia e Africa i dati hanno subito l’incremento più elevato e solo il tempo dirà se i flussi si irrobustiranno verso queste direzioni.
In secondo luogo, tra le venti maggiori destinazioni verso cui si è diretto il 67% dei migranti internazionali sette Paesi sono europei (GermaniaRussiaRegno UnitoFranciaSpagnaItalia Ucraina), di cui cinque appartenenti all’Unione. Tra i venti Stati da cui proviene il 49% dei migranti internazionali sette si trovano in Europa (RussiaUcrainaRegno UnitoPoloniaGermaniaRomania e Italia) e cinque sono membri comunitari. In ciascuna delle classifiche compare un solo Paese africano, rispettivamente Sud Africa (quindicesimo posto) ed Egitto (diciannovesimo posto). Il continente nero si trova al quarto posto sia come regione di partenza sia come regione d’approdo per i migranti. Infine, tra i quindici corridoi bilaterali più battuti al mondo da uno Stato A a uno Stato B, le uniche rotte migratorie che conducono in Europa sono quelle che vanno dalla Russia all’Ucraina e viceversa e dal Kazakistan alla Russia. Nessuno dei percorsi più seguiti concerne uno Stato membro UE, nessuno avente origine al di là del Mar Mediterraneo, nemmeno quello più considerevole che collega Algeria e Francia. La tanto paventata Europa africana non trova un riscontro sul piano oggettivo: dei 78 milioni di stranieri residenti in Europa, 41 milioni hanno origini europee (52,5% del totale) e circa 9 milioni sono giunti dall’Africa (11,5%). Per l’Europa il fenomeno rimane prevalentemente intra-regionale, mentre per l’altro continente la situazione è in equilibrio.
Non si può negare che l’Unione Europea abbia subito una pressione elevata in corrispondenza dei suoi confini meridionali. Il 2015 e il 2016 sono stati anni record in quanto a domande d’asilo, attraversamenti illegali e morti in mare. Nel 2016 Germania e Italia sono stati il primo e il terzo Paese al mondo per numero di richieste d’asilo ricevute in prima istanza. Il Mediterraneo, in particolare la fascia centrale, è la via più letale al mondo per chi tenta di migrare, perciò è fondamentale combattere a ogni costo l’immigrazione clandestina, pur essendo difficilmente quantificabile. Tuttavia il disorientamento e la psicosi di un’invasione da Sud, che rendono al momento impossibile una soluzione duratura ai tavoli di Bruxelles anche solo sulla riforma del sistema d’asilo, non devono far dimenticare ai Ventotto la vera entità e le vere dinamiche di un fenomeno globale, né oggi, né in futuro. Non devono far dimenticare quegli stessi valori che hanno permesso all’Unione di esistere e prosperare.

(Roberto Italia, Il Caffè Geopolitico cc by nc nd)

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Foto 1: sulla “Balkan route”, Macedonia 2015 (IFRC cc by nc nd) 
Foto 2: Mediterraneo, agosto 2015 (Kripos_NCIS cc by nd)
Foto 3: frontex.europa.eu

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