Libia, una crisi cronica

La Libia continua a vivere una fase di profonda instabilità. Lo scontro degli ultimi giorni nella capitale Tripoli potrebbe estendersi e mettere a dura prova la tenuta del Governo di Accordo nazionale internazionalmente riconosciuto e guidato da Fayez al-Sarraj, un’evenienza che avrebbe un peso notevole tanto a livello interno quanto sul piano internazionale. Quali sono gli attori in gioco e quali le dinamiche sul campo? Come potrà evolvere la situazione nel prossimo futuro?

La situazione sul campo

A fine agosto si è riaccesa a Tripoli una nuova ondata di violenza fra i diversi gruppi armati che si contendono il controllo del paese. In particolare, la Settima Brigata di Tarhuna – legata a Salah Badi, ex leader di Libya Dawn, un raggruppamento di milizie islamiste che già in passato ha provato a prendere la capitale – ha sferrato un attacco contro milizie rivali, fedeli al Governo di Accordo Nazionale guidato da Fayez al-Sarraj. Gli scontri hanno registrato almeno 50 morti, inclusi numerosi civili, e decine di feriti. A causa del deteriorarsi della situazione – e dopo che un colpo di mortaio ha colpito un albergo vicino all’ambasciata italiana – il governo italiano ha ritenuto necessario evacuare parte del personale diplomatico e tecnico, benché la sede diplomatica resti comunque operativa. Nel tentativo di porre un freno alle violenze e ristabilire l’ordine, al-Sarraj ha dichiarato lo stato di emergenza e richiesto l’intervento della Forza anti terrorismo di Misurata. La missione Unsmil delle Nazioni Unite, invece, ha fatto appello alle varie parti coinvolte nello scontro perché si incontrino oggi per provare a trovare un accordo e preservare il governo internazionalmente riconosciuto.  Se oggi il futuro della Libia appare più che mai incerto, è chiaro invece che gli scontri in corso non siano che l’ultimo episodio di una crisi che si protrae da tempo e che testimonia una situazione di profonda ingovernabilità.


Un souq nella medina di Tripoli

Il mosaico delle milizie

In seguito all’insediamento di Fayez al-Sarraj a Tripoli nel marzo 2016, quattro fra le più rilevanti milizie locali – riunite in una sorta di unico “cartello” – si sono progressivamente divise il controllo della capitale libica, gradualmente radicandosi nel territorio e nei ranghi delle istituzioni al potere. Estorsioni e frodi sono state uno degli strumenti di finanziamento privilegiati per tali milizie, che si sono dimostrate capaci di infiltrarsi nei gangli della pubblica amministrazione. Come descritto da Wolfram Lacher e Alaa al-Idrissi in un report pubblicato The Small Arms Survey, tali milizie gestiscono infatti buona parte delle istituzioni e controllano nodi importanti nella capitale quali, ad esempio, le banche, fornendo loro sicurezza in cambio di importanti compensi. La Settima brigata fa parte di quelle milizie che prima erano presenti nella capitale libica e che ora sono invece “periferiche”. All’origine dell’attacco vi è dunque la necessità di superare questa situazione di marginalità che ostacola le attività della milizia stessa e ne penalizza il posizionamento sullo scacchiere interno.

Nei prossimi giorni, il posizionamento di alcune importanti milizie come quelle di Zintan e di Misurata potrebbe rappresentare l’ago della bilancia per gli sviluppi sul campo, determinando il successo, oppure il fallimento, dell’iniziativa militare portata avanti dalla Settima Brigata; la milizia infatti non sembra in grado di prendere Tripoli contando solo sulle proprie forze. In particolare, se al cartello che controlla la capitale a difesa di Serraj dovesse opporsene uno alternativo, formato da quelle che controllano le zone più periferiche e sostengono la Settima brigata, allora il conflitto potrebbe estendersi e divenire più violento, mettendo effettivamente a rischio la tenuta del governo al-Sarraj. Una tale eventualità infliggerebbe un duro colpo ai progetti di stabilizzazione della Libia promossi dalle Nazioni Unite.

Il puzzle degli interessi esterni

Anche gli attori esterni stanno contribuendo in maniera rilevante al protrarsi del caos nel paese. Gli attori regionali sembrano sfruttare la complessa situazione libica per guadagnare maggiore influenza nell’area nordafricana; mentre Egitto ed Emirati Arabi Uniti supportano il parlamento di Tobruk e il suo uomo forte, il Generale Khalifa Haftar, Turchia e Qatar sono invece schierati a sostegno delle varie milizie islamiste presenti in Libia. Una sostanziale incapacità di incidere sembra invece caratterizzare l’azione degli attori internazionali, primi fra tutti le Nazioni Unite e l’Unione Europea. Quest’ultima, in particolare, rimane vittima di dissidi tra gli stati membri sulla politica estera per la Libia, che non sembrano destinati a venire meno. In questo contesto, la Francia si è dimostrata particolarmente attiva, nonostante le sue azioni destino forti perplessità. Da una parte, nonostante il sostegno formalmente accordato al Gna di al-Sarraj, Parigi continua ad appoggiare il Generale Haftar. Dall’altra, le iniziative promosse dall’Eliseo negli ultimi mesi – come il vertice convocato dal presidente francese Emmanuel Macron a fine maggio – hanno coinvolto soltanto un numero limitato di rappresentanti politici libici, ben lontano dall’essere rappresentativo della complessità del panorama degli attori coinvolti.

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La Libia nel 1482
GeographiaFrancesco Berlinghieri
Foto Abdul-Jawad Elhusuni cc by sa

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