Lavori in corso – di Michaela Šebőková Vannini

Facendo i pendolari in macchina s’impara che le code fanno parte della vita quotidiana del lavoratore viandante come lo smog, gli animaletti morti sul ciglio della strada, i tergicristalli che non funzionano quando diluvia, i lavavetri abusivi ai semafori e la necessità di rientrare in casa per far fare la pipì alla bambina proprio quando si stava già salendo in macchina per andare all’asilo. Ma c’è una coda in particolare che mi fa andare fuori di testa: è la coda che si crea per i lavori in corso vicino a casa mia, proprio all’entrata in autostrada, appena pochi metri dopo il casello.

Sì, lo so, e l’ho appena detto, bisogna rassegnarsi a questi piccoli inconvenienti, i lavori sulle strade vanno fatti, sennò a cosa servono quelle migliaia di euro che ogni anno puntualmente verso alle Autostrade per aver utilizzato i viadotti che loro gestiscono, e che sono notoriamente sicuri, scorrevoli, sgombri, sorvegliati… ma che talvolta diventano – per continuare con la lettera “S” che abbiamo appena comprato – stressanti, stancanti, sporchi, scoccianti, subdoli, scivolosi e rare volte anche sdrucciolevoli, giacché mi piace anche questa parola.

Qual è il mio problema con i suddetti lavori in corso? È che questo “corso” non “corre” né “scorre” da nessuna parte, anzi, stagna ormai da troppi giorni, troppe settimane, troppi mesi. All’inizio sembrava una breve storiella come tante. Hanno chiuso uno svincolo dell’autostrada in entrata, e le macchine in entrata e in uscita dall’autostrada si alternano sulla corsia rimasta, comandate da un semaforo portatile. I primissimi giorni al posto del semaforo c’erano degli uomini in tuta arancione e gestivano il traffico come meglio credevano. Sebbene da un lato sembrava il momento peggiore (la gestione del semaforo umano aveva ovviamente alcune lacune), dall’altro lato la presenza degli esseri umani in zona di lavori in corso era in qualche modo rassicurante, perché dava l’apparenza che qualcosa si stesse muovendo, qualcosa si stesse facendo e forse in breve risolvendo. Quando poi l’uomo arancione è stato sostituito da un semaforo, anch’esso basso e taciturno, gli automobilisti in coda hanno festeggiato il trionfo della giustizia: adesso ogni direzione ha il verde per lo stesso tempo, è del tutto irrilevante che in entrata ci siano in coda mediamente cinque macchine mentre in uscita ce ne saranno cinquanta; ma la speranza se n’è andata. Perché oltre all’instancabile semaforo e le macchine che emettono quintali di fumo, nel posto dei lavori in corso non si muove né respira altro.

Per un giorno o due non ci facciamo caso. Ci rassicura la rete bucherellata che hanno teso, diversi cartelli con i disegni, frecce, limitazioni e punti esclamativi, e per terra i simpatici coni bianchi e arancioni. Dopo un paio di settimane si capisce che lavori in corso è solo un modo di dire, non c’è un’anima viva né la mattina, né il pomeriggio e tanto meno la sera. Facendo la solita snervante coda osserviamo il cielo in cerca di droni, chissà se le Autostrade non si siano già attrezzate e al posto degli esseri umani utilizzino già i droni e i robot (piccoli e quasi invisibili, ma affidabili e veloci perché non fanno pausa pranzo, non vanno in ferie e in malattia, non chiacchierano e non scioperano neppure)? Ma niente da fare, i droni non si vedono in giro e i robot, se ci sono, saranno in riunione perché nel posto dei lavori in corso da settimane non si è mosso nulla, tranne che quella rete bucherellata che è stata un po’ spostata dal vento.

Passato un mese, due, si continua a fare la coda e si perdono minuti già tanto preziosi che si potrebbero trascorrere altrove, in modo diverso e sicuramente più piacevole. Ma anche se non lo ammetteremmo mai, noi in realtà adoriamo trascorrere il nostro tempo in coda, in particolare qui, in autostrada; non vi rendete nemmeno conto quanto queste ore ci arricchiscano, quante nuove parole ci inventiamo, quante rime creiamo nelle nostre teste, i corpi irrigiditi costretti in attesa che il semaforo passi al verde!

Dopo tre mesi circa ecco il miracolo. Gli autisti dalle loro automobili osservano commossi: sulla rampa, proprio lì sulla corsia chiusa, dietro la rete bucherellata durante la notte è apparsa… una roulotte. Quale mai sarà il complito di codesta roulotte, nel programma triennale di lavori in corso? Per la mente ci passano varie immagini che da un giorno all’altro cambiano, fioriscono, si aprono nelle fantasie più svariate. Il romanticismo passa nello stesso momento in cui sullo svincolo, dopo una notte di caldo torrido, appare una minuscola casetta di plastica che dà tutti i segni di essere un gabinetto portatile. Be’, comunque gioiamo, perché a questo punto finalmente le cose si cominceranno a muovere. Le prime necessità dei lavoratori sono assicurate.

Tuttavia prima di vedere un essere umano nella zona dei lavori in corso ripassano altre due settimane. Una mattina all’improvviso lo svincolo diventa affollato: un camioncino, un fuoristrada, tre persone che confabulano e una quarta che sembra fare qualcosa. Passando sotto il ponte si nota che il guardrail esterno della corsia chiusa sta subendo una riparazione. Alleluia! Finalmente qualcosa si sta facendo sul serio! Adesso sicuramente finiranno! Ritorniamo alla normalità! Ma l’esultanza dura poco, perché i lavori si rifermano dopo soli due giorni.

E dopo cinque mesi di cosiddetti lavori in corso, quando ho perso circa quattordici ore della mia vita, unica e irripetibile, nell’osservare il semaforo rosso sullo svincolo di entrata in autostrada, i coni bianchi e arancioni e la rete bucherellata, e ho speso cento euro per le lezioni di yoga che avrebbero dovuto insegnarmi a gestire lo stress, all’improvviso arriva l’Illuminazione. Nonostante i lavori in corso non siano per niente in corso e che tutto sembri ancora congelato come un mammut dentro un ghiacciaio, l’improvvisa Illuminazione riscalda il mio cuore. Finalmente ho capito. Ho capito a cosa servono i lavori in corso quando non sono in corso. Ci vogliono insegnare la pazienza? Ci ricordano che tutto arriva per chi sa aspettare? No. Ci inducono a fare amicizia con gli altri automobilisti visto che c’incontriamo in coda puntualmente ogni mattina? Ci danno il tempo per osservare il cielo, le nuvole, gli uccelli e gli insetti? No e ancora no. I lavori in corso anche quando non sono in corso, sono un subdolo giochino che i gestori delle strade giocano con automobilisti, ciclisti, motociclisti e pedoni. Non è tanto quello che succede mentre durano e perdurano, ma è l’effetto benefico che fanno su di noi, esseri umani, quando essi terminano. Si inseriscono alla perfezione nel quadro della teoria dei “disagi tolti”. La conoscete questa teoria? Forse no, ma nell’arco della vita l’avrete vissuta sicuramente innumerevoli volte. Immaginate la vita regolare che scorre più o meno senza grandi disagi. All’improvviso un imprevisto: da qualche parte si rompe una tubatura dell’acqua e la fornitura viene sospesa. Rimanete per due giorni senza acqua in casa. Vi ricorderete quella sensazione di felicità e di benessere, quando l’acqua – anche se marrone – ricomincia a sgorgare dai rubinetti? In questo caso il “disagio tolto” è la restituzione della fornitura dell’acqua, cioè la restituzione di una cosa normalissima e scontata (almeno nella maggior parte del nostro paese) che abbiamo sempre avuto ma non abbiamo mai poi così tanto apprezzato.

E così la mia Illuminazione mi ha chiarito che i lavori in corso seguono lo stesso disegno del “disagio tolto”. Mi viene in mente se tutto non sia una cosa organizzata a livello statale, per distogliere l’attenzione dei cittadini da altri problemi ben più gravi. Così gli automobilisti esauriscono le loro ingiurie contro i coni bianchi e arancioni, contro le roulotte vuote e i semafori giusti ma irragionevoli, anziché accanirsi per cose ben più gravi ma meno tangibili a livello quotidiano come l’aumento dello SPREAD, delle tasse, dei prezzi, dell’intolleranza.

Dopo che i lavori saranno terminati ed entrambe le corsie saranno nuovamente agibili, per mesi e mesi ricorderemo con gratitudine la splendida sensazione di poter entrare in autostrada senza dover fare la coda e potremo partire da casa almeno cinque minuti più tardi. (Ovviamente questi cinque minuti di margine teorico verranno quotidianamente bruciati perché comunque dovremo scendere dalla macchina e rientrare in casa per far fare la pipì “urgentissima” alla nostra figlioletta.)
Le Autostrade avranno contribuito a farci diventare più felici.

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Se questo testo vi sembra contaminato dalla penna dello scrittore e giornalista ceco Ludvík Vaculík, ebbene, ammetto la mia colpa. Dopo due anni che ho dedicato alla traduzione dei suoi testi, a lavoro concluso, festeggio volentieri con un po’ di ironia, sperando di acquisire con il tempo la capacità che aveva Vaculík di trasmettere immagini e messaggi tramite i suoi testi.

Con l’occasione del 50° anniversario della Primavera di Praga vi presenterò Vaculík e la raccolta dei suoi fejetony “La primavera è arrivata”, in prossima uscita con Le Forme Libere Edizioni (Trento).

Nota: sono sicura che questo articolo dopo il crollo del ponte di Genova non sarebbe proprio potuto nascere, non con il solito spirito, non con le stesse battute. Però, in quanto il testo è stato pensato e steso già a fine luglio, dopo una profonda riflessione ho deciso di pubblicarlo senza apportarci nessuna modifica che lo collegasse ai fatti drammatici del 14 agosto. Vi prego di accettare questa mia decisione.

(Michaela Šebőková Vannini, vedi il suo blog)

Vai alla rubrica di Michaela “Detti e proverbi slovacchi”


Foto M. Šebőková

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