Ungheria, niente cibo ai migranti nei centri di raccolta

Niente cibo ai migranti. Neppure del pane. In Ungheria non si può dar da mangiare ai richiedenti asilo fermi nelle «zone di transizione», gli appositi centri di raccolta costruiti al confine meridionale. Ivàny Gàbor, pastore metodista e leader della comunità evangelica ungherese, ha tentato di portare un po’ di sollievo a chi ne ha bisogno. Ma gli è stato impedito. Il pane, le mele, e gli altri alimenti confezionati portati agli stranieri fermi alla frontiera non sono stati consegnati. Lo hanno impedito i responsabili dei centri, applicando le norme che vietano accoglienza e assistenza fino a quando non se ne ha diritto. O meglio: non si è trovato nessuno che potesse dare a Gàbor il via libera.

Il pastore racconta di aver chiesto di poter portare da mangiare ai richiedenti asilo del centro di Röszke, ma è stato fermato perché privo della autorizzazioni. Ha cercato di ottenerle a Mórahalom e Szeged, presso l’Ufficio immigrazione. Tutto inutile, perché nonostante ore di attesa le autorizzazioni non sono arrivate. Nessuno è stato in grado di indicare una persona competente e responsabile per la questione, e non risultava chi fosse in servizio. Storie di disfunzioni di pubblica amministrazione che nascondono il voluto ostruzionismo all’accoglienza.

Fin dall’inizio della crisi migratoria Budapest ha scelto la linea dura e intransigente. Ha fatto costruire un muro di filo spinato lungo la frontiera con la Serbia, e concentrato i richiedenti asilo in speciali zone di raccolta erette allo scopo di fermarli e valutarne le richieste. Ma finché queste ultime sono concesse, non è possibile fornire assistenza. Quindi niente cibo a chi ha fame. Così ha deciso il governo Orban, accusato di violare sia le normative comunitarie, che non prevedono nulla di simile, sia i principi della Corte dei diritti dell’uomo.

Accuse analoghe in queste ore sono state rivolte al governo italiano per la decisione di non far sbarcare i 177 migranti a bordo della nave Diciotti, ferma al porto di Catania. Il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale ritiene che questi immigrati si trovino in una condizione di privazione della libertà di fatto, e questo violerebbe l’articolo 13 della Costituzione e l’articolo 5 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (Cedu).

(Emanuele Bonini, La Stampa cc by nc nd)

Foto peter_tkac cc by sa
Una immagine del 2015 dall’allora campo rifugiati di Röszke

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