Cinquant’anni fa partiva l’Operazione Danubio, l’invasione della Cecoslovacchia

Slovacchi e cechi commemorano oggi il 50° anniversario dell’invasione sovietica, quando, la notte tra il 20 e il 21 agosto 1968, i carri armati dell’Urss e di altri quattro paesi del Patto di Varsavia (Germania Est, Polonia, Bulgaria e Ungheria – ma non la Romania di Ceausescu che si era opposta e nemmeno l’Albania di Enver Hoxha) attraversavano i confini della Cecoslovacchia per schiacciare il movimento di riforma democratica chiamato “Primavera di Praga”, ispirato dall’allora segretario generale del Partito comunista cecoslovacco (KSC) Alexander Dubcek. L’idea di Dubcek di dare “un volto umano al socialismo”, attraverso riforme democratiche che avrebbero reso il regime totalitario meno duro e più al servizio del popolo, aveva preoccupato Mosca che temeva un indebolimento del blocco comunista. La Cecoslovacchia sarebbe potuta diventare un pericoloso esempio per altri paesi del blocco, provocare la ribellione in seno all’alleanza e dunque danneggiare in modo irrimediabile l’ideologia, il potere sovietico e la sua leadership nel mondo comunista. Mosca dunque, ricordando la rivolta del 1956 in Ungheria, reagì in maniera risoluta, mandando le proprie truppe a porre fine a quella stagione di grandi sogni dei cecoslovacchi.


Un fotogramma di Ladislav Bielik che è divenuto una icona dell’invasione del 1968. L’immagine è stata presa su piazza Safarikovo a Bratislava, a pochi passi dalla sede dell’allora giornale della gioventù comunista Smena (© L.Bielik)

Ufficialmente, gli eserciti dei cinque paesi oltrecortina entrarono in Cecoslovacchia in risposta a una lettera di invito scritta dall’ala conservatrice del KSC, che avvertiva gli alleati di una controrivoluzione capitalistica organizzata dai paesi occidentali. In previsione dell’invasione, l’Urss aveva già spostato sue truppe di stanza in Germania Est e un numero limitato di truppe degli altri paesi alleati vicino al confine cecoslovacco, con la scusa di manovre militari del Patto di Varsavia.

Quando le forze di occupazione, con l’Operazione Danubio scattata alla mezzanotte del 20 agosto, invasero il paese, presero rapidamente il controllo di Praga, delle altre grandi città e dei collegamenti di comunicazione e di trasporto. I sovietici sapevano che gli Usa, dato il loro impantamento nel conflitto in Vietnam e le dichiarazioni sul non intervento nel blocco dell’Est, che gli Stati Uniti non avrebbero fatto altro che condannare l’invasione, ma non avrebbero fatto nulla per difendere la Cecoslovacchia.

La dura repressione sovietica in Cecoslovacchia – quel periodo definito con un elegante eufemismo “normalizzazione” – è stata un’azione rapida e riuscita, ma la resistenza su piccola scala è continuata soprattutto nei primi mesi. Per protestare contro l’oppressione lo studente Jan Palach si suicidò nel gennaio 1969, dandosi fuoco su piazza Venceslao, a Praga. Un fatto che fece molto riumore in occidente, ma che non portò ad alcuna azione concreta, mentre i cecoslovacchi parteciparono in massa ai suoi funerali in un evento che sarà per decenni la manifestazione di protesta più partecipata negli anni a venire. Nell’aprile del 1969 i sovietici costrinsero Dubcek a lasciare il potere.

Nel primo giorno di occupazione furono una cinquantina i cechi e slovacchi che rimasero uccisi, molti a causa di incidenti stradali. Alla fine, secondo gli storici il conto delle vittime dell’occupazione sovietica arriverà a 402. L’ultimo soldato sovietico lascierà il paese soltanto nel 1991, due anni dopo la Rivoluzione di Velluto che rovesciò il regime comunista e diede il via alle riforme democratiche, mentre l’Unione Sovietica stava vivendo la sua drammatica dissoluzione.


Prima pagina dell’edizione speciale del quotidiano Smena (organo dei giovani comunisti) del 22 agosto 1968

Gli storici discordano sui numeri dell’invasione: si parla di un numero di soldati tra 200.000 e 600.000, accompagnati da almeno 2.000 carri armati e forse due volte tanti mezzi corazzati, oltre a numerosi aerei militari che trasportavano truppe sovietiche nelle principali città. L’occupazione provocò un’ondata di emigrazione, stimata in 70.000 persone nell’immediato e 300.000 in totale, che interessò soprattutto cittadini di elevata qualifica professionale. Gli emigranti riuscirono in gran parte ad integrarsi senza problemi nei paesi occidentali in cui si rifugiarono.

(La Redazione)

 

Foto damiel cc by nc sa +edit.BS
Ladislav Bielik, Bratislava 21. August 1968 (© L.Bielik)
Foto CIA/wiki CC0

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