Difesa comune: così l’Europa dovrebbe rispondere a Trump

L’enfasi sul contributo dei paesi europei alla Nato mette in secondo piano la vera questione. L’Europa avrebbe bisogno di una politica di integrazione realmente efficace nella difesa, che conduca anche alla razionalizzazione della spesa militare.

 

Le richieste degli Usa all’Europa

Nel vertice Nato dell’11 luglio Donald Trump ha assunto una posizione decisa nei confronti degli alleati europei accusati di non rispettare gli impegni di spesa in ambito militare. Il presidente americano, peraltro, ha deciso di spiazzare tutti invitando i paesi dell’Alleanza a impiegare il 4 per cento del Pil in spesa militare, una percentuale superiore alla misura del 2 per cento, la cosiddetta Nato rule.

Dell’impegno di spesa dei paesi dell’alleanza si è discusso per diversi anni, ma adesso il tema riacquista centralità in virtù delle nuove esigenze strategiche a livello globale. Durante la guerra fredda, gli Usa, leader dell’alleanza occidentale, impegnavano nella difesa molte più risorse degli alleati. E già allora, alcuni di questi, pur rispondendo alle sollecitazioni provenienti da Washington, erano accusati sovente di comportamenti opportunistici (free-riding).

Negli ultimi anni, alla luce dei nuovi equilibri globali e della rinnovata minaccia russa, i paesi alleati avevano cercato una convergenza negli impegni per la difesa. La dichiarazione congiunta dei capi di governo della Nato del settembre 2014 indicava le linee guida per i paesi membri e in particolare l’obiettivo di raggiungere nel 2024 la quota del 2 per cento di spesa militare sul Pil e di destinarne il 20 per cento a nuovo equipaggiamento. E infatti a partire dal 2014 la maggior parte di paesi europei ha cominciato ad aumentare le spese militari a un ritmo che nel 2024 consentirà di raggiungere l’obiettivo.

Nello stesso periodo sono però cambiate le priorità strategiche degli Usa e l’impegno a favore dell’Europa appare oramai eccessivo, tanto che è in corso una politica di disimpegno dal Vecchio Continente. In questo contesto, quantunque non si possa dire che siano inadempienti rispetto all’accordo del 2014, i paesi europei hanno manifestato sicuramente una sostanziale inazione rispetto alle nuove esigenze strategiche.

Qual è l’interesse europeo

L’enfasi sulla Nato rule mette, tuttavia, in secondo piano la vera criticità della difesa in Europa. Quello di cui avrebbero bisogno i paesi europei, infatti, è una politica di integrazione realmente efficace nell’ambito della difesa, che conduca a una razionalizzazione della spesa militare. In altre parole, quello che Oltreoceano non si comprende, o che probabilmente non si vuole comprendere, è che la criticità europea in ambito militare non sono i supposti comportamenti opportunistici, ma la mancanza di coordinamento e la conseguente inefficienza della spesa.

L’incapacità di coordinamento discende dalla natura dell’industria militare europea strutturata secondo il modello dei “campioni nazionali”, vale a dire gruppi industriali a specializzazione militare sovente di proprietà pubblica. Si pensi a Leonardo in Italia, a Safran, Dcns e Thales in Francia e Navantia in Spagna. In pratica, si hanno spesso duplicazioni di spese, investimenti e programmi di ricerca per lo sviluppo di competenze ed equipaggiamento in virtù del sostegno da parte dei governi alle proprie industrie. Si pensi ai caccia da combattimento: la Francia ha sviluppato il Dassault Rafale, la Svezia il Saap Gripen, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito hanno creato il consorzio Eurofighter, ma nel contempo, più di recente, Italia e Regno Unito partecipano al progetto dell’F35 e nel 2017 Angela Merkel e Emmanuel Macron hanno annunciato lo sviluppo di un caccia franco-tedesco di nuova generazione. Se esistesse il progetto di un unico caccia europeo, vi sarebbero verosimilmente minori costi. Anche l’annunciato, e già accidentato, percorso di cooperazione strutturata permanente in materia di difesa (Pesco) dell’UE non sembra aver scalfito purtroppo il modello dei campioni nazionali.

Gli Usa non dovrebbero quindi invitare gli alleati europei semplicemente a spendere di più, ma dovrebbero chiedere loro di farlo in maniera più coordinata e integrata, di ridisegnare la struttura industriale militare del Vecchio Continente e di aumentare l’efficienza prima industriale e poi operativa. Il presidente americano, invece, non sembra avere interesse per un’integrazione europea e una razionalizzazione della spesa militare in Europa.

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Il dubbio è che in realtà Donald Trump da un lato preferisca un’Europa divisa e che dall’altro voglia riaffermare l’dea che le relazioni diplomatiche e le alleanze militari si concretizzano anche attraverso l’interscambio nel settore delle armi, in particolare nel settore aereospaziale e in quello dei dispositivi ad alta tecnologia. Durante la guerra fredda, infatti, esisteva una chiara sovrapposizione tra alleanza militare e fornitura di armamenti. Oggi quello degli armamenti a livello globale è un mercato di concorrenza monopolistica che diviene sempre più competitivo e in cui comunque continuano a essere decisive le relazioni bilaterali tra governi. L’invito ai paesi europei ad aumentare la spesa militare e in particolare le acquisizioni di nuovo equipaggiamento, nel breve periodo, ha probabilmente anche l‘obiettivo di limitare la frammentazione del mercato delle armi, favorendo le imprese statunitensi nel settore della difesa. In questo senso, è indicativo il cambio di rotta che Trump ha imposto rispetto all’esportazione di droni militari e altre tecnologie unmaned rimuovendo vincoli e limitazioni che dovrebbero rendere più agevoli le esportazioni.

In realtà, un’Europa divisa pur aumentando le proprie spese militari non aumenterà necessariamente i propri livelli di sicurezza. Il vero investimento da compiere per i paesi europei non può che essere quello di una maggiore integrazione e cooperazione in un processo che conduca infine a un sistema di difesa comune.

(Raul Caruso, Lavoce.info)

 

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