La procedura d’infrazione dell’UE contro Polonia ed Ungheria

Il 2 luglio la Commissione europea ha attivato la procedura d’infrazione prevista dall’articolo 7 del Trattato sull’Unione Europea nei confronti della Polonia. Pochi giorni prima, il Parlamento europeo ha votato a favore di sanzioni nei confronti dell’Ungheria, accusata di aver violato i principi base della legalità e dello stato di diritto.

L’articolo 7

L’articolo 7 del Trattato sull’Unione Europea prevede che su proposta motivata di un terzo degli Stati membri, della Commissione o del Parlamento europeo, il Consiglio, dopo aver deliberato con una maggioranza dei quattro quinti dei suoi membri, possa avviare una procedura d’infrazione nei confronti di uno Stato membro colpevole di una grave violazione dei principi fondanti dell’UE. Tali principi sono elencati all’articolo 2 dello stesso trattato, e includono: “Il rispetto della dignità̀ umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze”.

Il meccanismo preventivo dell’articolo 7 consiste in un avvertimento da parte del Consiglio nei confronti dello Stato membro trovato in grave violazione dei valori di cui all’articolo 2. La Commissione ha intrapreso un dialogo con le autorità polacche sulle preoccupazioni riguardo il principio di legalità già a partire dal 2016. Le richieste della Commissione sono però rimaste inascoltate, e dopo l’avvio della procedura d’infrazione il 29 luglio del 2017 e l’invio della proposta al Consiglio il 20 dicembre dello stesso anno, il vice-presidente della Commissione Frans Timmermans è stato incaricato di iniziare la procedura d’infrazione. La Polonia è da anni sotto osservazione da parte delle istituzioni europee per provvedimenti che hanno progressivamente ridotto l’indipendenza della magistratura. In ultimo, la legge del dicembre 2017 che dal 3 luglio di quest’anno ha costretto al pensionamento forzato gran parte dei giudici della Corte Suprema sgraditi al partito di governo Diritto e Giustizia (PiS). Il meccanismo di sanzionamento intrapreso autorizza il Consiglio a sospendere alcuni dei diritti derivanti dai trattati dell’Unione, ivi compreso il diritto di voto dello stato in violazione dei principi fondanti europei all’interno delle istituzioni europee, ipotesi difficilmente realizzabile vista la necessità del voto unanime degli Stati membri.

Il voto dell’Europarlamento nei confronti dell’Ungheria è soprattutto una mossa politica. L’iniziativa della deputata olandese dei verdi Judith Sargentini riportava preoccupazioni relative all’indipendenza del potere giudiziario, corruzione, libertà di espressione, diritti delle minoranze e dei rifugiati. Il primo ministro Viktor Orbán ha risposto che vista la sua riconferma elettorale non c’è più nulla da discutere sull’argomento, liquidando la deputata Sargentini come: “Uno degli agenti di Soros”. Sebbene le conseguenze della procedura d’infrazione siano potenzialmente molto gravi, il potere coercitivo dell’UE nei confronti degli Stati membri è basso, e così come nel caso della Brexit, l’UE si è fatta trovare impreparata.

Il trasformismo del PPE

Ciò che ha rallentato l’inizio della procedura d’infrazione nei confronti della Polonia sono stati i diversi orientamenti dei membri della Commissione. Tra i sostenitori della linea dura c’erano il vice-presidente Timmermans, mentre tra coloro che avrebbero voluto abbandonare il procedimento previsto dall’articolo 7 c’erano Martin Selmayr e il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker.

La posizione di Juncker non stupisce, perché espressione del Partito Popolare Europeo (PPE), partito maggioritario nell’Europarlamento. Da anni i popolari europei stanno vivendo una complessa trasformazione. C’è da ricordare che i gruppi parlamentari europei non sono veri e propri partiti, ma raggruppamenti che includono i vari partiti nazionali. Quindi, all’interno di un gruppo parlamentare europeo convivono realtà politiche estremamente diverse. All’interno del PPE coesistono la CDU della cancelliera tedesca Angela Merkel e Fidesz di Viktor Orbán. Da tempo si discute della possibilità di escludere Fidesz dai popolari europei per le sue posizioni estreme, ma non si è mai passati dalle parole ai fatti, perché escludere Fidesz significherebbe perdere i 12 seggi parlamentari che rappresenta. Sembra improbabile che gli altri membri del PPE possano decidere di mettere alla porta Fidesz, soprattutto in vista delle elezioni europee del 2019. Anche PiS, nonostante l’attivazione dell’articolo 7, ha dichiarato di voler entrare a far parte del PPE, soprattutto perché in vista della scomparsa dei Tory, deputati conservatori della Gran Bretagna, i membri di PiS sarebbero gli unici rappresentanti rilevanti del gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei (ECR). Il polacco Piattaforma Civica (PO) è all’opposizione di PiS ma parte del PPE, ed ha annunciato che, qualora PiS entrasse, uscirà dal gruppo dei popolari. L’ingresso di PiS nel PPE potrebbe favorire l’ingresso di altri gruppi euroscettici quali la Lega, e riorientare il PPE verso posizioni più estreme. Visto che finora il PPE ha privilegiato l’integrità della maggioranza parlamentare al proprio orientamento ideologico, non è escluso che i popolari europei possano presto trasformarsi in populisti europei.

Cambiare l’Unione dall’interno

I principi dell’UE comprendono democrazia, libertà e i principi dello stato di diritto. La democrazia che l’UE prefigura è quindi una democrazia liberale, che prevede la separazione dei poteri, l’autonomia della stampa e i diritti umani fondamentali. Questi ultimi comprendono i diritti riproduttivi delle donne, che PiS intende circoscrivere ulteriormente, e i diritti dei migranti, che Fidesz ha criminalizzato. Quello a cui stiamo assistendo è la fine dei valori dell’UE. Di questo passo l’unica cosa che resterà dell’Unione saranno i fondi europei. Orbán e Kaczyński stanno spolpando l’UE, e della loro scorpacciata resterà solo un guscio vuoto.

(Gian Marco Moisé, East Journal cc by nc nd)

Nella foto, i quattro primi ministri dei paesi Visegrad.
Secondo e terzo da sinistra il premier polacco Mateusz Morawiecki e quello ungherese Viktor Orbán

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