L’Austria di Kurz alla prova della presidenza UE

Passati sei mesi dall’insediamento del governo KurzStrache, possiamo fare un primo bilancio e domandarci cosa ci si deve aspettare dalla presidenza austriaca che debutterà il 1° luglio.

Buona intesa sul fronte interno e convergenza sui migranti
All’interno si conferma la buona intesa fra i due leader. Sebastian Kurz rispetta lealmente le concessioni fatte nell’elaborare il programma comune, ad esempio obbligando i suoi a votare per l’abrogazione della legge anti-fumo, ma per il resto tiene saldamente le redini.

Conclusa una fase di attesa per varie elezioni regionali, il governo sta mettendo mano ad alcune delle riforme previste nel programma, a cominciare da quella delle casse malattia, da cui ci si ripromettono cospicue riduzioni delle spese di amministrazione.

E’ in corso l’approvazione di tagli (peraltro non molto drastici) alle prestazioni sociali per gli immigrati : misure che mirano sia a ridurre il deficit, sia a rendere meno attraente la “migrazione verso il welfare”.

La questione migratoria è quella su cui vi è una convergenza quasi piena fra i due partiti della coalizione (è anche quella che ha portato l’indipendente Karin Kneissl a farsi arruolare da Strache). La chiusura di alcune moschee e l’espulsione di decine di predicatori indica la fine del laissez-faire ma non una svolta anti-islamica: si tratta di singoli casi, motivati da violazioni della legge (propaganda politica di una organizzazione di estrema destra turca, prediche estremiste di arabi salafiti), e le misure sono state approvate da autorevoli esponenti della comunità musulmana.

L’Austria rimpiazzata dall’Italia come sorvegliata speciale dell’Europa
Sul piano internazionale l’Austria non è più il sorvegliato speciale cui l’Europa guarda con sospetto perché ha aperto le porte del governo ad un partito populista ed euroscettico, sia pure come junior partner. Questo onore spetta ormai all’Italia, che vanta una coalizione interamente populista e in parte pronta a sfidare apertamente Bruxelles.

Indubbiamente permangono riserve verso un partito, l’Fpoe, fortemente infiltrato da membri di associazioni nazionalistiche, con nostalgie pangermaniche. A Gerusalemme non sono gradite visite di ministri appartenenti a quel partito, neanche della già citata ministra degli Esteri Kneissl, indipendente ma nominata in quota Fpoe. Di conseguenza le rimane chiusa, almeno per ora, anche la porta del segretario di Stato americano (che invece si dedica al dialogo con il dittatore nord-coreano Kin Jong-un). Ma questa freddezza non tocca il Cancelliere Kurz, democristiano.

Ingiustificati i sospetti di adesione al blocco di Visegrad
I sospetti di adesione al blocco di Visegrad continuano ad essere ingiustificati, soprattutto se intesa come involuzione della democrazia secondo le ricette ungaro-polacche e come rivolta sovranista contro Bruxelles. Come Kurz ha ribadito in una recente intervista, i due partiti della coalizione hanno visioni diverse, ma hanno concordato un programma comune in cui figura l’orientamento europeista. Ciò non toglie che si ponga più che in passato l’accento
sull’interesse nazionale e sul principio di sussidiarietà: “fare meno cose (a livello europeo) ma in modo più efficiente”, limitare la produzione normativa di Bruxelles. Possiamo perciò definire il giovane cancelliere, se non un euro-scettico, un euro-tiepido, poco incline a fughe in avanti verso una maggiore integrazione europea quale
delineata dal Presidente Macron.

Se dunque non c’è una affinità con il sovranismo e l’autoritarismo di Orban (a parte le convergenze sul blocco della rotta balcanica), va detto che non c’è neanche una presa di distanza da Budapest e dagli altri Paesi di Visegrad; ma ciò è normale considerando che quelli sono Paesi confinanti o molto vicini, e che ancora cento anni fa appartenevano all’impero asburgico (tre interamente, uno in parte).

In più, l’attuale governo si attribuisce una vocazione a lenire la spaccatura Est-Ovest in seno all’Unione europea. Non sarà dunque l’Austria a promuovere sanzioni contro l’Ungheria per il rifiuto di accogliere migranti o per violazioni dei principi democratici.

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Foto kremlin.ru/wikimedia cc by
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