La lunga strada degli italiani nel mondo

ROMA – focus/ aise – Gli italiani, si sa, quando si mettono in testa di fare qualcosa, ci riescono e, molto spesso, con risultati d’eccellenza difficilmente eguagliabili. Quando in casa le opportunità sono scarse, non si fanno remore (almeno non troppe) a fare le valigie e partire, lasciandosi alle spalle il conforto del focolare domestico e ricominciando una nuova vita altrove.

Alcuni sperano un giorno di ritornare, altri invece si adattano talmente bene al nuovo contesto da non pensarci neanche. Per chi resta in Italia, la vita degli italiani all’estero è piena di fascino e incognite, per questo molti media dedicano a questi nostri connazionali dei focus specifici.

È il caso di una rubrica sempre molto aggiornata: Cervelli in fuga” de “Il Fatto quotidiano”, che ogni settimana scova qualche italiano partito dal nostro Paese e lo intervista, facendosi raccontare la propria esperienza. Questa settimana abbiamo due storie, la prima raccontata alla giornalista Elisa Murgese, la seconda a Silvia Bia.

Nel primo caso il protagonista è Giuseppe Totaro, laureato con lode in informatica e oggi impiegato alla Nasa. Messinese, Giuseppe è stato assunto nell’agenzia spaziale di Pasadena, California, nel 2015 e ancora oggi stenta a crederlo. La sua storia, però, comincia in Italia, quando una sua professoressa dell’università l’ha spinto a continuare sulla strada della ricerca, fino a quella proposta da parte della Nasa per una posizione full time in qualità di Scientific Applications Software Engineer al Jet Propulsion Laboratory, il laboratorio che si occupa di costruire i sistemi e le sonde spaziali senza equipaggio della Nasa, come Curiosity, il robot utilizzato per esplorare Marte.
Ma oltre a questo, oggi Giuseppe collabora anche con il dipartimento della difesa americano, per il quale sta sviluppando un sistema d’intelligence in grado di contrastare il traffico di esseri umani sul deep e dark web.

Quella di Giuseppe, a differenza di tante altre, è una storia fatta di impegno, di tanto studio ma anche di grandi soddisfazioni, raggiunte sì con sacrificio, ma senza grossi intoppi. Lui dalla Sicilia non è fuggito ed è lì che vorrebbe tornare, magari con delle competenze utili al suo Paese.

Il protagonista della seconda storia ha 63 anni, ha vissuto in Germania, a Stoccarda, dove tuttavia non è riuscito a trovare lavoro. Oggi è in Francia. Lino si definisce un “cervello in fuga” con ironia, vista l’età. Ma la differenza tra lui e un trentenne non è poi tanta. Anche lui è partito in cerca di migliori prospettive di vita, dopo aver perso il lavoro in Italia. Lino è ingegnere, a Stoccarda ha investito il suo tempo in corsi di lingua e master di aggiornamento, ma le aziende tedesche lo reputavano troppo qualificato. “La Germania – si legge nell’intervista – non è l’El Dorado che raccontano. Gli italiani qui sono spesso ai margini della società. Chi pensa di trovare fortuna ma non ha una qualifica, viene sfruttato”.

Da qui la decisione di spostarsi in Francia. A oggi, il suo giudizio verso l’Italia è molto severo. Leggiamo ancora uno stralcio della sua intervista: “L’Ufficio del lavoro in Italia è semplicemente inutile, un carrozzone economico che serve solo a chi ci lavora dentro se paragonato alle analoghe agenzie del lavoro degli altri paesi europei più civili. In Germania come in Francia, gli equivalenti centri per l’impiego forniscono servizi che in Italia sono impensabili, come un consigliere che guida nella ricerca del lavoro, corsi di formazione e minijob di 450 euro mensili che poi possono essere integrati con l’aiuto dello Stato. In Italia non esiste nemmeno un sito internet strutturato adeguatamente”.

(focus\ aise)

Foto pixabay CC0

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