UE: Italia contro tutti, nessun progresso sui migranti

Fisicamente vicini, seduti uno di fianco all’altro. Ma idealmente distanti, molto distanti. Tra Giuseppe Conte ed Emmanuel Macron la tensione resta alta. E i due finiscono per trovarsi quasi agli antipodi in questa mini-Europa che si è data appuntamento in una domenica d’estate a Bruxelles per discutere di immigrazione. Discutere senza però trovare una sintesi. Perché fin che si tratta di «proteggere le frontiere esterne» sono tutti d’accordo. Ma sul resto è nebbia fitta.

E se le soluzioni non arrivano nel confronto a sedici, figuriamoci quando giovedì al tavolo del Consiglio europeo si siederanno anche i «duri e puri» di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia), da sempre su posizioni radicali in tema di immigrazione.

A mani vuote  
Angela Merkel prova a tenere insieme i cocci, apre a una possibile soluzione con il sostegno «di un gruppo di Paesi volenterosi», tende la mano all’Italia («Non lasciamo soli i Paesi di primo approdo»), ma alla fine se ne torna a Berlino a mani vuote sugli aspetti che più le stavano a cuore. Il vertice era stato infatti convocato principalmente per risolvere il nodo dei movimenti secondari di migranti che le sta creando tanti problemi sul fronte interno.

Conte ha fatto il suo esordio portando sul tavolo la proposta italiana. Un piano in dieci punti «che all’85% è composto da proposte già attuate, in corso di attuazione oppure in discussione» come hanno fatto velenosamente filtrare fonti Ue alla fine del vertice. E nel palazzo della Commissione è montata l’irritazione anche perché Palazzo Chigi ha «promosso quel piano come se fosse rivoluzionario, con un chiaro tentativo di orientare il dibattito», cosa che non è avvenuta. «Non c’è un piano particolare di questo o quel Paese» ha replicato seccamente Macron, aggiungendo che «alcune proposte hanno dettagliato delle cose che sono state fatte dal 2015». Posizione condivisa da Alexis Tsipras.

L’elemento «nuovo»  
Ecco, ma allora cosa c’è di innovativo nelle idee lanciate da Conte? La parte a dir poco ambiziosa è quella che prevede la ridistribuzione automatica di tutti i migranti che arrivano sulle coste italiane: chi ha diritto all’asilo, ma anche chi non ce l’ha. Una volta sbarcati, dovrebbero essere messi sugli aerei e ripartiti tra gli altri Stati Ue. Soltanto a quel punto andrebbe fatto lo screening per capire chi ha diritto alla protezione e chi no. Molto difficile che i partner accettino, viste le difficoltà a ridistribuire anche solo i richiedenti asilo.

Ma per l’Italia si tratterebbe di «cifre molto basse», perché la maggior parte dei migranti resterebbe dalla parte opposta del Mediterraneo. Nei Paesi di transito e in quelli costieri, dove Unhcr e Oim si farebbero carico delle loro richieste di protezione internazionale (con l’apertura dei corridoi umanitari per chi ne ha diritto e il rimpatrio volontario assistito per gli altri).

I porti  
Chi ha avuto il compito di tirare le somme del mini-vertice riconosce che al tavolo sono emerse due visioni contrapposte sul concetto di «piattaforme di sbarco», ossia i porti in cui far sbarcare i migranti salvati nel Mediterraneo. Da un lato c’è chi li vuole nei Paesi nordafricani: sono di questa idea il Belgio, l’Olanda, l’Austria, la Bulgaria, il Lussemburgo e la stessa Italia. La Francia, però, si oppone: difficile convincere Paesi come Tunisia ed Egitto. E farli in Libia rischia di violare le norme del diritto internazionale sui respingimenti.

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Macron ritiene che debbano essere fatti sulle coste europee. Quindi principalmente in Italia (per la rotta centrale) e in Spagna (per quella occidentale). Centri chiusi, gestiti dall’Ue, che provvederebbe a ridistribuire i richiedenti asilo e a espellere gli irregolari, senza oneri per il Paese «ospitante». Un piano ricco di ostacoli, eppure Madrid è d’accordo. L’Italia, invece, si è opposta nettamente. E Macron, irritato, ha colto l’occasione per lanciare nuove frecciate verso «quei Paesi che strumentalizzano la situazione dell’Europa per creare tensione politica e giocare con le paure». Non parlava dei Visegrad.

(Marco Bresolin, La Stampa cc by nc nd)

Foto eu_echo cc by nd

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