Incontro con Donatella Di Pietrantonio: la sua “Arminuta” racconta di madri e figlie nell’aspra terra d’Abruzzo

Una ragazzina con due madri, in bilico tra due mondi diametralmente opposti e un segreto sepolto in fondo all’anima. L’Arminuta, romanzo vincitore dell’ultima edizione del Premio Campiello, racconta una storia di ferite interiori e presenta un ritratto a tinte forti del mondo abruzzese degli anni ‘70, ancora vincolato a secolari tradizioni contadine.

Nell’ambito del Festival Dolce Vitaj, l’Istituto Italiano di Cultura di Bratislava, ha presentato un incontro presso la libreria Martinus con l’autrice, Donatella Di Pietrantonio, in occasione della traduzione slovacca del suo romanzo, con il titolo Tá, čo sa vracia, curata da Adriana Šuliková per la casa editrice Inaque.

Una scrittrice che rappresenta un autentico caso letterario per il suo talento sbocciato negli anni della maturità, ma anche una donna dalla delicata sensibilità, capace di raccontare con un linguaggio scarno e forse proprio per questo intensamente lirico, un doppio rapporto genitoriale. L’Arminuta, espressione dialettale abruzzese che possiamo tradurre con “colei che ritorna” è un’adolescente che, nell’estate del 1975, viene restituita dalla famiglia adottiva ai genitori biologici di cui fino a quel momento ignorava l’esistenza. Il passaggio dall’ambiente sociale piccolo-borghese cittadino a quello contadino contraddistinto da povertà e ignoranza, rendono il “ritorno” dell’Arminuta, “orfana di due madri viventi”, una vera e propria discesa negli abissi.

I rapporti umani all’interno dei nuclei familiari costituiscono gli argomenti prediletti dell’autrice, che scava con sottile capacità di introspezione psicologica nei lati più oscuri e spesso tragici dell’animo umano. È proprio questa la funzione che, secondo Donatella Di Pietrantonio, deve avere la letteratura: esplorare le nostre zone oscure, meno rassicuranti, andare ad “affondare le mani” in quelle parti di noi che non ci piace riconoscere, smuovere la fanghiglia depositata sul fondo del nostro lago interiore e aiutarci nel percorso di scoperta di noi e del mondo che ci circonda.

Donatella Di Pietrantonio, originaria della provincia di Teramo e residente da anni a Penne, dove svolge la professione di dentista pediatrico, è approdata alla letteratura a 50 anni, con i romanzi Mia madre è un fiume (Premio Tropea) e Bella mia (Premio Brancati), ma la passione per la letteratura è nata molto tempo prima, sui banchi di scuola. Qui per la prima volta è avvenuto l’incontro con la lingua nazionale e, con esso, l’intuizione delle potenzialità della lingua letteraria.

Abbiamo avuto il piacere di seguire la presentazione e di conversare poi con la scrittrice sui temi della famiglia e del rapporto madre-figli ricorrenti nei suoi romanzi, sul mondo abruzzese della sua infanzia e sul legame con la terra in cui è nata, lavora e tuttora vive.

Che cosa l’ha spinta a dedicarsi alla produzione letteraria?

La scrittrice è nata prima della dentista, è nata quando ho iniziato a frequentare la scuola e ho intuito subito che le potenzialità della lingua nazionale erano completamente diverse da quelle del mio povero dialetto agropastorale, parlato da contadini-pastori, una lingua molto aderente alla terra, al lavoro dei campi, al tempo atmosferico, alle piogge e al vento che rovinavano i raccolti, ma incapace di esprimere i sentimenti. Ero solo una bambina, ma sentivo l’urgenza di esprimermi. La scrittura è stata la prima modalità che ho scoperto per esprimere me stessa. Tuttavia, non ho avuto il coraggio di crederci fino in fondo e quando si è trattato di scegliere il percorso di studi universitari, non sapevo nemmeno come raccontare ai miei genitori qual era il mio sogno, che cosa avrei voluto veramente fare. E cosí mi sono avviata verso una professione più rassicuranteper loro.

Tuttavia, non ho tradito del tutto la scrittura, che è rimasta sempre per me quella urgenza, quella necessità che avevo sentito fin da bambina. Quindi ho continuato a scrivere in solitudine, di nascosto, finché quando avevo ormai quasi 50 anni, mi sono detta: “ora o mai più”.

Lei è nata e vive in Abruzzo, una regione carica di memorie, la terra aspra di D’Annunzio e Silone. Quale influenza hanno avuto sulla sua scrittura queste radici storiche e culturali, le tradizioni contadine e il rapporto con una natura imponente e spesso “matrigna”?

Sicuramente hanno avuto una grande influenza. Sono contenta che Lei citi la natura imponente e matrigna. Io credo che i miei inizi con la scrittura avessero proprio la funzione di raccontare le mie paure di bambina che andava a scuola da sola, attraversando il bosco, le mie paure nei confronti della natura imponente e spesso spaventosa per una bambina di quell’età. Silone, per me che appartenevo ad una famiglia contadina, ha avuto un’importanza enorme perché ha dato voce e dignità a quei “cafoni” della Marsica che, con le ovvie differenze, mi ricordavano molto il mio ambiente familiare.

Che cosa rappresenta per Lei l’attività della scrittura? È un bisogno dell’anima?

, è unurgenza narrativa, espressiva, è la necessità di rappresentare in una modalità e in una forma condivisibile le parti dolorose di me.

Il tema del rapporto madre-figlia è una costante dei suoi romanzi. Da dove nasce la necessità di analizzarlo e quale aspetto particolare ha voluto approfondire nell’Arminuta?

, è vero. Il rapporto madre-figlia è un tema ricorrente nei miei romanzi. Quando diciamo che uno scrittore ha il suo demone o che scrive sempre lo stesso libro, secondo me non si tratta di un interesse intellettuale o culturale. Credo che lo scrittore che torna sempre su qualcosa stia parlando di un suo nodo personale che non ha risolto, di una sua ferita. Si tratta di una malattia che può curare con la scrittura, ma non guarire.

Nel mio caso, io ho avuto una madre contadina, vivevamo in un piccolissimo paese isolato senza corrente elettrica, agli inizi degli anni ‘60, senza tv, senza telefono, senza una strada per arrivare alle case con l’auto. Mia madre, come le altre donne del borgo, trascorreva tutte le ore di luce solare a lavorare nei campi insieme agli uomini e poi la sera rientrava a casa. Mentre gli uomini potevano finalmente riposare, lei cominciava a svolgere i lavori domestici. Mia madre c’era sì, ma non era mai disponibile per me, stava sempre facendo qualcos’altro. Se mi prendeva in braccio, mio nonno paterno, suo suocero, la rimproverava perché stava “perdendo tempo”. Mia madre mi è mancata e queste storie sono il mio tentativo di tornare su quella ferita.

Nell’Arminuta ho voluto analizzare in particolare l’inadeguatezza della madre, a prescindere dalla sua situazione sociale e familiare. È per questo che racconto di due madri di una stessa bambina. Si tratta di due madri molto diverse e direi opposte, ma entrambe inadeguate, per motivi differenti. Se è più facile comprendere l’inadeguatezza della madre biologica, che è una donna molto povera, priva di strumenti di ogni tipo, ci riesce più difficile comprendere l’inadeguatezza della madre adottiva. Eppure anche lei lo è, e questo ci indica che l’appartenere ad un ambiente “facilitante” non sempre consente di svolgere adeguatamente l’importante, ma anche difficile, ruolo genitoriale.

Nell’Arminuta la madre è un “luogo”, e non sempre sicuro: è il luogo della miseria contadina e dell’indifferenza borghese. Questo romanzo racconta dunque la storia del fallimento della figura materna?

, è proprio questo: la storia di un fallimento, apparentemente più difficile da comprendere nel caso della madre adottiva. Ma se analizziamo le motivazioni profonde di questa donna, il suo desiderio e il suo bisogno di avere una bambina a tutti i costi, scopriamo che non erano quelle giuste. Ecco quindi che ci possiamo spiegare il fallimento di una madre che sembrava avere tutte le carte in regola per riuscire nel suo compito di crescere un figlio. Il fallimento trova le sue radici in una motivazione che è tutta centrata nella sua persona, più che sulla bambina che voleva adottare.

E proprio l’incapacità totale della madre adottiva, Adalgisa, di comunicare e di dire la verità all’Arminuta ne fa il personaggio piu tragico del romanzo.

L’inadeguatezza della madre adottiva risiede proprio nell’incapacità di comunicare. Lei pensa di dover proteggere la figlia da verità che ritiene troppo forti per una ragazzina, ma non è con il silenzio che si protegge un figlio. Bisogna trovare il momento giusto, la modalità e la giusta lingua per dire la verità, anche la più dolorosa.

Il più grande problema dell’Arminuta probabilmente nasce dal “non detto”: per 13 anni la protagonista vive nel silenzio, nella negazione della verità che riguarda la sua origine e la sua nascita. Ed è a causa di questo silenzio che la sua restituzione alla famiglia originaria risulta particolarmente traumatica.

Il “non detto” è quindi un aspetto emblematico dell’Arminuta. La difficoltà di comunicare sentimenti, sogni, aspirazioni è un aspetto autobiografico, che riflette la paura di Donatella di rivelare a sua madre la passione per la letteratura e il bisogno di scrivere?

, può essere anche questo. Nella mia vita ho vissuto molte volte, da una parte e dall’altra, il “non detto”, nel senso che a volte per me è stato impossibile esprimere il mio desiderio di scrivere ad una famiglia che era scarsamente alfabetizzata. A volte, il non detto l’ho subito io, da parte di una famiglia contadina che non era abituata ad esprimere i sentimenti e provava un estremo pudore nel farlo. La lingua stessa, che era il dialetto, non aveva gli strumenti per consentire di esprimere sentimenti e stati d’animo.

Questo è un elemento che accomuna la civiltà contadina e quella aristocratico-borghese, cioe l’incapacità di manifestare i sentimenti, di cercare il contatto fisico di un abbraccio o di una carezza…

, c’è una sorta di blocco su un doppio canale, sia quello verbale che non verbale, corporeo. Quando entrambe le modalità sono inibite, sembra che questi sentimenti non esistano davvero.

L’Arminuta presenta un contrasto tra due mondi, una famiglia numerosa, che vive in un borgo isolato e socialmente disagiato, e l’ambiente benestante piccolo-borghese cittadino. Questo confronto risponde ad una sua precisa intenzione?

Sì, l’Arminuta è un romanzo di opposizioni e volutamente racconta due mondi contrapposti. La protagonista stessa porta dentro di sé questa contrapposizione: è figlia di due mondi radicalmente diversi, la famiglia piccolo borghese adottiva che l’ha cresciuta, e la famiglia povera alla quale poi viene restituita. È figlia anche di due luoghi diversi: la grande città sul mare, dove cresce fino all’etá di 13 anni e dove trova tutte le opportunità, e il piccolo paese isolato dell’interno. È anche figlia di due lingue diverse: l’italiano e il dialetto che ritrova nel borgo di origine. Per lei la scommessa è proprio trovare una sintesi tra questi due mondi: non può scegliere di quali essere figlia, deve comporli dentro di sé, ed essere figlia di entrambi.

L’ossimoro tra i due mondi, quello contadino e quello borghese. secondo Lei è risolvibile?

Ci possono essere tentativi di avvicinamento, ma non credo che ci possa essere una risoluzione totale, perché ognuna delle parti conserva qualcosa delle differenze originarie.

Il romanzo è anche un viaggio nel tempo, ma l’esperienza della protagonista nell’Abruzzo di 40 anni fa appartiene davvero al passato?

La sua esperienza appartiene in gran parte al passato. Nel bene e nel male, c’è stata anche nelle zone più interne una specie di globalizzazione. Gli abitanti delle zone più isolate sono andati via, ma quelli che sono rimasti hanno avuto la possibilità di accedere ad un mondo più vasto grazie alla moderna tecnologia.

Uno dei contrasti del romanzo è costituito anche dalla passività dei protagonisti maschili rispetto a quelli femminili, appartenenti soprattutto alla generazione più anziana, mentre i personaggi della generazione piú giovane, come Vincenzo, sono pieni di vita. Secondo lei, qual è la spiegazione di questo contrasto?

È vero che i maschi adulti, soprattutto i due padri sono dei “vinti”. In particolare, il padre biologico è vinto dalla sua appartenenza ad un ceto sociale svantaggiato. Il padre adottivo invece è vinto in quanto succube della moglie. Vincenzo, pur essendo figlio di quel padre vinto, povero e ignorante, e pur avendone ereditato alcune caratteristiche, prova a cambiare le proprie condizioni di vita. Quindi risulta essere il personaggio che ha il maggiore impulso verso il cambiamento. Io stessa non so quanto autentica e profonda sia la sua volontà di riscatto, perché Vincenzo porta via con sé il suo mistero. Quello che è certo è che lui vuole uscire da quel destino che la sua nascita sembra avergli cucito addosso.

Lei ha definito i personaggi maschili passivi del romanzo in maniera verghiana, come dei “vinti”. Ma c’è una possibilita di riscatto per i vinti, travolti dalla fiumana del destino?

Penso che ci sia. In fondo anche il padre biologico tenta qualcosa in questo senso. Ora questo personaggio che sembra passivo, fa qualcosa di importante: investe sul futuro della figlia. Pur essendo quasi analfabeta, decide che la ragazzina dovrá continuare a studiare. E in questo forse c’è un tentativo di cercare un riscatto che non è più possibile nella sua vita, nella sua generazione, un desiderio di elevazione che si proietta sulla figlia.

Nei suoi romanzi, Lei racconta di nuclei familiari portati avanti dalle donne. Anche se alcuni critici vi hanno riscontrato un aspetto “femminista”, questo sembra essere piuttosto un aspetto culturale, radicato nella tradizione.

Tradizionalmente le donne italiane di 30 o 40 anni fa, soprattutto nel Sud, erano quanto di più lontano dal femminismo si potesse immaginare: hanno gestito le famiglie e cresciuto i figli in condizioni di solitudine. Oggi ci sono sempre più spesso famiglie monogenitoriali, e la donna cresce da sola i figli, ma in quegli anni le donne erano sole in maniera diversa. Gli uomini lavoravano fuori e tornavano a casa la sera, erano figure umbratili, un’autorità presente solo in alcune fasce orarie ed evocata dalle madri. Serviva loro per poter dire ai figli, quando combinavano qualche marachella, “stasera quando torna tuo padre, glielo racconto.” Le madri, invece, erano quelle realmente sempre presenti e si accollavano in gran parte la “fatica” di crescere i figli. Sì, perché crescere i figli non è solo gioia, è anche fatica. Le donne non facevano questo in quanto femministe. Al contrario, agivano così perché quella era la divisione dei ruoli, la divisione del lavoro tra i generi all’interno delle famiglie.

La “resilienza” è la caratteristica che accomuna le due giovani protagoniste del romanzo, l’Arminuta e sua sorella Adriana. Quale messaggio trasmettono alla generazione più matura?

Il messaggio che trasmettono è proprio la capacità, in assenza di ruoli genitoriali adulti validi, di trovare dentro di sé, per quanto troppo giovani e immature per farlo, delle risorse, di metterle in comune e di costruire una sorta di mondo salvato dagli adolescenti. Certo, si portano dietro tutte le ferite e le cicatrici, ma comunque provano a recuperare su un piano di paritá, di rapporti simmetrici, quello che non viene dall’alto, dal mondo degli adulti. È come se dicessero: “allora ci pensiamo noi”.


Nella foto: l’autrice con la traduttrice Adriana Šulíková

Ci potrebbe dare qualche anticipazione sulla trasposizione cinematografica dell’Arminuta?

In realtà siamo ancora in una fase preliminare. Si sta lavorando alla sceneggiatura, curata da Elena Zapelli, il regista sarà Giuseppe Bonito e il film sarà prodotto dalla Overlook di Marco Donati. Io adesso ne so ancora poco, collaboro alla sceneggiatura e confesso di essere molto emozionata per questo nuovo progetto…

Donatella Dipietrantonio legge molto gli autori sia della letteratura italiana che quella francese. Che cosa sta scrivendo e che cosa sta leggendo attualmente?

Sto ricominciando a scrivere e per la prima volta sono tentata di scrivere il seguito della storia, perché ci sono personaggi, soprattutto Adriana la sorella dell’Arminuta che ancora mi parlano, mi svegliano la mattina presto (che per me è l’ora ideale per scrivere), e ancora mi sembra che mi chiedano di dare loro voce. Riguardo alla mia ultima lettura, mi ha affascinato il nuovo romanzo di Paolo Giordano “Divorare il cielo”: un libro sull’amore, sul fanatismo, sul bisogno assoluto di possedere anche il cielo, ma poi di divorarlo e distruggerlo. Spero che anche questo romanzo, come il mio, venga tradotto in slovacco.

È stata sicuramente una scelta coraggiosa da parte della casa editrice, ha concluso Donatella di Pietrantonio, che ha voluto ringraziare anche Adriana Šuliková per non essersi limitata ad una semplice opera di traduzione, ma averla “vissuta” profondamente, essendo madre di una bambina adottata.

Un romanzo intenso scritto da una donna, sulle donne e per le donne.

Grazie, Donatella.

(Paola Ferraris)

Foto Paola Ferraris
Martinus – Bratislava

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