Nella vicenda Babčenko la vera vittima è la fiducia

Se fosse una partita di calcio, parleremmo di autogol, e l’incidente non avrebbe grande importanza. Ma quel che è appena accaduto a proposito della messa in scena dell’omicidio del giornalista russo in esilio Arkadij Babčenko è di tutt’altra natura. L’Ucraina ha infatti concesso la vittoria alla Russia in un campo dove nessuno se lo sarebbe aspettato: la fiducia. Nelle guerre d’informazione che imperversano da qualche anno, la Russia ha un argomento che ama ripetere allo sfinimento ogni volta che le rivolgono un’accusa: “provocazione”. Lo ha usato di nuovo quest’anno quando le autorità britanniche hanno accusato Mosca di essere responsabile dell’attentato contro una ex spia russa a Salisbury, provocando un accenno di guerra fredda, o quando un’inchiesta internazionale ha accusato la Russia di essere responsabile dell’abbattimento del volo MH17, sopra i cieli dell’Ucraina, nel 2014.  Ogni volta i critici di Mosca si sforzano di respingere le smentite del Cremlino come altrettanti tentativi di negare l’evidenza. Lo stesso è accaduto questa settimana con l’annuncio, traumatico per chiunque avesse frequentato il giornalista Arkadij Babčenko, del suo omicidio con tre colpi di pistola sparati quasi a bruciapelo a Kiev.

Tattica disastrosa

Peccato che stavolta le smentite di Mosca non solo fossero esatte ma che, soprattutto, siano state le autorità ucraine ad aver orchestrato la messa in scena di questo falso omicidio, ufficialmente per sventarne uno vero.  Indipendentemente dal fatto che esista o meno un vero complotto per assassinare Arkadij Babčenko, e i servizi ucraini devono ancora dimostrarlo, la tattica usata è disastrosa. Getta infatti l’ombra del sospetto su tutte le informazioni di questo genere e dà alla Russia un vantaggio nella guerra d’informazione che è diventata uno dei territori preferiti dell’azione del Cremlino sotto Vladimir Putin.  Basta leggere su Twitter i commenti di un giornalista indipendente russo che vive ancora a Mosca, Andrei Soldatov, per capire la portata del danno. Soldatov, co-autore di un libro eccezionale, The red web, sul controllo esercitato dal Cremlino sul web russo, ha reso omaggio al suo collega, che credeva assassinato.  L’Ucraina ha offerto alla Russia una grandiosa vittoria.

Dopo la ricomparsa di Arkadij Babčenko, vivo e vegeto a Kiev, durante una conferenza stampa organizzata dai servizi di sicurezza ucraini, Andrei Soldatov non ha trattenuto la sua rabbia: “Mi spiace ragazzi ma, per me, abbiamo superato e di molto un punto di non ritorno. Babčenko è un giornalista, non un poliziotto, perdio, e parte del nostro lavoro si fonda sulla fiducia, nonostante quello che dicono Trump e Putin sulle notizie false. Sono felice che sia vivo, ma ha danneggiato ancora di più la credibilità dei giornalisti e dei mezzi d’informazione”.  Al di là di Babčenko, occorre comprendere la questione della fiducia di cui parla Soldatov. Da qualche anno i poteri autoritari, i movimenti populisti e i sostenitori della “re-informazione” portano avanti un lavoro di delegittimazione, un tentativo di ridefinire l’agenda politica nei confronti dei mass media dominanti, sfruttando la sfiducia che circonda, per motivi giusti o ingiusti, i giornalisti di tutto il mondo.

[…continua]
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Foto: frame da video
Babčenko con il presidente Poroshenko

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