Italiani all’estero tra intraprendenza e grane burocratiche

ROMA – focus/ aise – Anche questa settimana abbiamo cercato notizie tra i media nazionali riguardanti gli italiani all’estero. Immancabile il servizio sulla rubrica de “Il Fatto quotidiano” dal titolo “Cervelli in fuga“.

Questa settimana, scopriamo da un articolo di Simone Bertozzi che parla di Nico Cappelluti, 39enne di Bellaria che, emigrato per la solita necessità di trovare uno sbocco professionale che gli consentisse di vivere dignitosamente, nel 2015 è approdato allo Yale Center of Astronomy, in una delle università più prestigiose al mondo, quella di Miami. “La mia università – dice Nico al giornalista – mi paga in un anno quello che in Italia non prenderei in quattro”. Prima di questo impiego, ha passato cinque anni parcheggiato in ufficio, costretto a vivere ogni anno con l’ansia del rinnovo di un assegno di ricerca col quale mantenere la famiglia.

Oggi Nico collabora anche con la Nasa e dai laboratori della sua Università guida un team internazionale pronto, come scrive l’Ansa, “a svelare i segreti della materia oscura di cui è composto il 95% della massa dell’universo”. Precedentemente emigrato a Monaco e poi rientrato in Italia, Nico si era scontrato con stipendi troppo bassi e precariato diffuso, dovuto anche al fatto – a suo dire – che in troppi, nel nostro Paese, credono che arrivare a un dottorato equivalga essersi guadagnati il posto fisso. Non è così.

Citando l’articolo di Simone Bertozzi, che riporta il giudizio di Nico sull’America: “Il 15% degli americani vive in povertà. Qua hanno ancora un sistema classista dell’educazione che continua ad avere ripercussioni a livello razziale e di genere. La sanità fa schifo, anche per chi come me se la può permettere. Insomma, la versione purista del capitalismo ha creato un mostro di diseguaglianze sociali e l’arrivo di Trump non ha aiutato”. Poi però c’è l’altra faccia della medaglia di un Paese in cui la meritocrazia resta una cosa seria e le capacità dei singoli vengono ancora premiate, spietatamente, in modo obiettivo. “Spero che anche in Italia si cominci ad investire in istituti di eccellenza, finanziando gruppi di ricerca con la peer review. Bisogna creare un modo per favorire i finanziamenti privati alla ricerca di base, togliere l’Irpef dagli stipendi dei ricercatori. È inutile girarci intorno: da noi ci sono stipendi troppo bassi e una scarsa valorizzazione delle competenze. Per non parlare poi dell’ostentazione dell’ignoranza, che oggi fa quasi figo. Ma qui servirebbe un sociologo, io sono solo un astrofisico”.

Altri due articolo provengono invece dal “Corriere della Sera“. Il primo, a firma di Luigi Ippolito, corrispondente da Londra, parla del caos in cui versa il consolato italiano nella City, dove, soprattutto dopo la Brexit, c’è stato un boom di arrivi e quella per il rinnovo dei passaporti o di altri documenti è diventata una vera e propria odissea.

“Ottenere un appuntamento – leggiamo nell’articolo – è praticamente impossibile, il centralino non risponde mai, c’è chi denuncia centinaia di chiamate a vuoto per settimane, chi attende inutilmente da mesi di essere ricevuto. In rete circolano petizioni di protesta. Alcuni lanciano l’idea di una manifestazioni in strada sotto gli uffici di Farringdon Street. Qualcun altro minaccia di fare irruzione all’interno per farsi arrestare dalla sicurezza ed essere alla fine ascoltato. Sul web volano gli insulti: Vergogna!, fannulloni!, la solita Italia!. E ci si chiede perché vengano spesi i soldi dei contribuenti per trovarsi di fronte a un simile disservizio”.

E considerando che gli italiani in Inghilterra sono circa 350 mila – con richieste di ottenimento di cittadinanza quintuplicate dopo la Brexit – si capisce bene che il problema non è da poco.

Il secondo articolo, a firma di Milena Gabanelli e Mario Gerevini, racconta invece la storia di un giovane e audace pugliese e del “miglior bar di Scozia”.

“Skassa Kazz Limited – leggiamo nell’articolo – è stata regolarmente, e senza alcun sospetto, iscritta e registrata alla Companies House di sua Maestà(il registro imprese). Dopodiché ha passato l’esame dell’anagrafe tributaria con la solita trafila di timbri e visti. E poi siccome l’intraprendente connazionale è uno bravo, un pugliese di nuova generazione, categoria emigranti col tablet, le banche gli hanno dato fiducia, l’hanno sostenuto e finanziato nell’apertura di pub brasiliani a Glasgow (Boteco do Brasil, il primo: un successo) e a Edimburgo. Non banche qualsiasi ma Hsbc, la più grande del mondo”.

È la storia di Luigi Aseni, 37 anni, che a Bari, fino ai 23 anni, aveva il posto fisso da ragioniere contabile con uno stipendio da 2.300 euro e che di punto in bianco ha deciso di volare in Scozia a fare l’aiuto pizzaiolo.

Oggi, però, gestisce quattro locali. “Il Boteco do Brasil – raccontano i giornalisti – il 29 aprile ha vinto il premio come miglior bar notturno della Scozia, dopo una competizione che ha visto il pubblico votare una short list di 20 nomi e una giuria indipendente decidere (sulla base di visite dirette) “The best late night Bar in Scotland£”, come riporta il sito della Camera di commercio di Glasgow. Un italiano che vince con un locale brasiliano nella terra dei pub scozzesi”.

(focus\ aise)

Foto Thomas Leuthard cc by

Articoli più letti

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*


Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.