La scortecata o l’eterno inganno dell’apparenza. Un teatro ‘fisico’ che emoziona – Recensione

Attendo con curiosa trepidazione di sentire Salvatore D’Onofrio e Carmine Maringola pronunciare, in dialetto napoletano, al Teatro Nazionale Slovacco di Bratislava, le battute di apertura de “La Scortecata”, lo spettacolo dell’acclamata regista teatrale e cinematografica palermitana Emma Dante in scena oggi all’interno della cornice del Festival della Cultura Italiana “Dolce Vitaj” 2018. Un modellino, in plastica azzurra, di un castello fiabesco guida lo sguardo verso il centro della scena in penombra, adornata di pochi altri elementi: una porta di legno coricata, una corona bianca, due seggiole, un lungo lenzuolo, un vecchio baule e uno scaletto.

La scelta di portare oltre confine un testo teatrale dialettale, il quale è una rivisitazione contemporanea di una delle 50 storie dell’antica raccolta di fiabe Lo Cunto de li Cunti dell’autore seicentesco napoletano Giambattista Basile, è felice e audace perché rappresentativa della ricchissima varietà culturale regionale che caratterizza il Bel Paese cui il Festival slovacco dedica l’intero mese di Giugno.

“Mi fa schifo…!”, esclama concitato uno dei due attori tenendosi in bocca e succhiando con zelo il dito mignolo della propria mano, burlesco emblema di questa fiaba nera, convulsa e irriverente, che parla dell’inganno dell’apparenza, dell’universalità delle emozioni umane – qui con l’accento su quelle più spregevoli.

O’ tiemp’ nun’ pass’ cchiù…” (il tempo non passa più…), ripete una delle due tormentate vecchine, protagoniste e artefici della propria disavventura all’amaro inseguimento di un riacceso ardore amoroso giovanile e del riscatto da un’atavica e abbrutente povertà. Invidia, bellezza, desiderio, goliardia, complicità e inganno sono turbinosamente mescolate in un tessuto linguistico ricchissimo e fortemente contrastato, ricco di reminiscenze colte dell’antico napoletano e della commedia dell’arte. L’interpretazione dei soli due attori che impersonano un personaggio maschile (il re voglioso e indecente) insieme agli altri tre personaggi femminili (le due sorelle, e la fata del bosco), è lodevolmente ritmica, viscerale, convulsa fino a diventare sputacchi, sussurri, gridolini, grugniti che prima si fondono alle note di intermezzi di musica partenopea – che a me, da campano, hanno fatto esplodere brividi di approvazione -, e poi diventano danza. Sì, ho notato alcuni nel pubblico, battere mani, piedi, e canticchiare per alcuni timidi secondi, segno che la poderosa energia estatica della tradizione popolare del Sud Italia conquista anche quando la barriera linguistica sembra separare le regioni e gli stati. E dopo il ritorno alla calma sul palco, palpitanti e svestiti gli attori sono lucidi di sudore, i loro gesti, agili ma goffi, spargono gocce di sudore in terra e il loro odore corporeo, ora percepibile dal pubblico, instaura un rapporto intimo con quest’ultimo che è incantato ma anche atterrito da tanta realtà, così vicina, assurda e corporea che è probabilmente un buon antidoto alla controparte “disinfettata”, “smart”, “virtual” e “online” che ha preso così tanto piede nell’intrattenimento e nella vita sociale odierna. La mimica grottesca, e la gestualità esasperata che rende noi italiani – assieme a svariati valori decisamente più nobili -, famosi in tutto il mondo, riesce a far sorridere e a coinvolgere il pubblico slovacco che regala un lunghissimo e soddisfatto applauso a fine spettacolo.

Il barocco “Racconto dei Racconti” di Basile racchiude, come la tradizione mitologica e fiabesca mondiale, l’intero spettro della sfera emotiva umana, e continua ad ispirare da più di 400 anni l’opera di innumerevoli cantanti, musicisti, poeti e registi, i quali si assumono il compito di preservare l’antica saggezza della ricchezza culturale orale e popolare. Dai dialoghi commoventi delle due decrepite e indispettite sorelle in cerca del perduto amore e della perduta fortuna, al ballo esplicitamente erotico e spassoso sulle note trascinanti di “Mambo Italiano” dei due attori rimasti sul palcoscenico in mutande, si mette a nudo la fragilità umana, e i risultati catastrofici della discordia che nasce nei cuori che diventano di pietra. Un vortice di temi eterni, e di sonorità a tratti incalzanti e rumorose, a tratti pacate e infantili, presentano l’orrore della morte e allo stesso tempo la magia fiabesca della vita.

(Matteo Sica, Istituto Italiano di Cultura)

Foto Rudolf Baranovič / IIC
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