Italia: fiducia in Senato al governo Conte. «Noi populisti? Ascoltiamo la gente»

Un professore a due dimensioni. Nel discorso programmatico di esordio, scandito tra i velluti vermigli di palazzo Madama, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ha dato conto del «Contratto» del governo del cambiamento, sottoscritto da Luigi Di Maio e Matteo Salvini e lo fatto, leggendo per 71 minuti un testo scritto. E aggiungendo di suo una (applauditissima) rivendicazione della natura «populista» del nuovo governo. Cinque ore più tardi, nella replica, il professore ha invece parlato per 29 minuti ininterrottamente a braccio, dimostrando una tenuta emotiva, un argomentare politico e alla fine una certa autorevolezza, che ne hanno svelato la natura: Conte non sembra avere la postura del mero esecutore di volontà altrui.

L’esordio a mezzogiorno in punto. Mentre Conte entra in aula, i senatori di tutti i gruppi lo scrutano con curiosità, provando a scoprire i primi indizi sulla natura di quel personaggio così sconosciuto, forse misterioso. L’incipit, a voce bassa, tradisce un filo di emozione. Ma dura poco. Con un sapiente alternarsi di toni bassi ed alti, con un linguaggio del corpo e delle mani che alterna attacco e difesa, il professore si conquista gli applausi dei «suoi» parlamentari: alla fine saranno sessantadue. Non pochi, anche tenendo conto di una platea «carica», che non aspettava altro che lasciarsi coinvolgere ed emozionare. Poi arriva la sostanza. Il primo colpo ad effetto è la rivendicazione del populismo: «Le forze politiche che integrano la maggioranza sono state accusate di essere “populiste” e “anti-sistema”. Se populismo è l’attitudine della classe dirigente ad ascoltare i bisogni della gente, se “anti-sistema” significa mirare a introdurre un nuovo sistema, che rimuova vecchi privilegi e incrostazioni di potere, ebbene queste forze politiche meritano entrambe queste qualificazioni».

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Il secondo colpo riguarda la collocazione internazionale della «nuova» Italia: «Saremo fautori di una apertura alla Russia, che ha consolidato negli ultimi anni il suo ruolo internazionale in varie crisi geopolitiche. Ci faremo promotori di una revisione del sistema delle sanzioni, a partire da quelle che rischiano di mortificare la società civile russa». Con una lettura filo-Putin delle sanzioni, a suo dire comminate per mortificazioni di altro tipo: al diritto internazionale. Conte propone letture rassicuranti sull’Europa («è la nostra casa») ma questo passaggio cade nel silenzio dei suoi, mentre sull’euro («l’uscita non è mai stata in discussione», ma «come facciamo a rinunciare a discutere le politiche economiche?») trova il consenso dei parlamentari giallo-verdi. Parole attese sui migranti: «La politica europea è stata un fallimento», «stop al business» attorno ai recuperi in mare.

Pensioni dimenticate  

Interessanti quanto le cose dette, anche quelle non dette. Zero assoluto sulla riforma delle pensioni e sulla famosa quota-100, prova provata che se ne riparlerà nel 2019. E nessun riferimento operativo neppure alla flat tax e al reddito di cittadinanza, se non quello sulla riforma dei Centri per l’impiego. Ma l’assenza delle riforme «pesanti» nell’orizzonte immediato di governo, dimostra che quelle più impegnative (che comportano tagli di spesa) sono rinviate a dopo le elezioni Europee del maggio 2019. E questo rinvio, paradossalmente è una delle «notizie» della giornata. Così come lo è lo spessore del professore.

I due vice-premier  

Alle sei della sera, chiamato alla replica, Conte ha replicato punto su punto alle opposizioni, in particolare a Matteo Renzi, argomentando e senza insultare. Un garbo che ha fatto fioccare meno applausi dai suoi, ma che lo ha connotato per la prima volta come capo del governo, quasi fosse un gradino sopra i leader di partito. Una «gerarchia» confermata da un piano-sequenza. Mentre Conte parlava, alla sua destra Luigi Di Maio lo guardava continuamente, affettando il sorriso di chi intimamente spera che il proprio leader di governo pronunci le parole «giuste». Diverso l’atteggiamento di Salvini, che per mezzora ha fatto un gran movimento sulle sue carte ma quando Conte ha concluso la sua replica gli ha dato una plateale e affettuosa pacca sulle mani. Scontato il risultato del voto di fiducia: i sì sono stati 171, i contrari 117 e 25 gli astenuti, una differenza di 29 voti che mette il professor Conte al sicuro da qualsiasi sorpresa.

(Fabio Martini, lastampa.it c by nc nd)

Foto governo.it cc by nc sa

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