La democrazia dell’algoritmo. L’Italia nella tempesta dello spread

L’Italia è in una tempesta perfetta sui mercati, complice l’instabilità politica. Ma i rally speculativi giocano spesso su aspettative che si auto-avverano. Perciò inquieta che proprio nel giorno cruciale per un nuovo governo, Moody’s abbia ipotizzato un declassamento. Urge fissare nuove regole per la finanza. Articolo di Andrea Baranes per Sbilanciamoci.info. Scritto ieri, prima di sapere che 5 Stelle e Lega hanno trovato l’accordo con il presidente Mattarella per un nuovo governo che giurerà oggi al Quirinale.

Lo spread – Lo spread è la differenza tra il rendimento dei Btp (Buoni del tesoro poliennali) italiani a 10 anni e quello degli analoghi titoli tedeschi. In pratica misura quanto l’Italia sia considerata a rischio. La Germania è presa a riferimento perché ultra-sicura. Se i mercati pensano che l’Italia sia solida e possa ripagare il proprio debito senza problemi, il governo potrà offrire un basso tasso di interesse. Se al contrario siamo percepiti come rischiosi e inaffidabili, il rendimento sui titoli, ovvero lo spread, salirà.

A differenza di quanto potrebbe sembrare leggendo i titoli allarmistici sui media, un aumento dello spread non implica un rischio immediato per lo Stato o un brusco peggioramento dei conti pubblici. Bot o Btp hanno una durata (mesi o anni rispettivamente). Quando stanno per scadere, se il debito pubblico non cala il governo deve emettere titoli nuovi per sostituire quelli in scadenza. Se lo spread è alto, questi nuovi titoli avranno un rendimento maggiore, ovvero solo su quelli lo Stato dovrà pagare interessi più alti. Progressivamente più soldi pubblici vanno quindi a pagare gli interessi sul debito e peggiorano i nostri conti, ma l’impatto di uno spread alto o basso si manifesta su periodi medio-lunghi.

Impatti su banche e imprese – Gli impatti a breve si hanno per le banche. Se sale lo spread e lo Stato deve emettere titoli con un alto rendimento, quelli analoghi e già in circolo perdono di valore.  Per semplificare, se domani arrivano BTP che rendono il 5%, quelli che ho acquistato l’anno scorso e che rendevano solo il 2% valgono meno. Ancora prima il valore cala, e bruscamente, se con l’aumento dello spread circolano voci di un possibile default. Può essere un problema per i risparmiatori, ma lo è prima di tutto per le nostre banche. Queste, anche se negli ultimi tempi hanno progressivamente ridotto l’esposizione, hanno comunque a bilancio centinaia di miliardi in titoli di Stato.

Un peggioramento dei conti per un sistema bancario già fragile rischia di riversarsi sulle imprese che ricevono meno finanziamenti e a costi più alti. Per le imprese i problemi sono anche altri: se sale lo spread e quindi circolano titoli che danno elevati rendimenti, le imprese che si finanziano tramite emissione di obbligazioni dovranno fronteggiare la concorrenza di tali titoli, il che si traduce in maggiori costi e difficoltà. Questo senza considerare che voci di un possibile default impattano il “sistema Paese” e quindi a cascata non solo lo Stato ma anche le imprese nostrane.

Siamo in crisi? – La situazione quindi è così preoccupante? A guardare i fondamentali no. Siamo in un contesto molto diverso da quello dell’ultima impennata dello spread, nel 2011. Erano gli anni successivi alla bolla dei subprime e alla conseguente crisi finanziaria internazionale, in un momento di fortissima recessione e con prospettive a dire poco nere all’orizzonte. Oggi l’Italia è in relativa ripresa, in particolare riguardo PIL ed economia. Sembra difficile giustificare l’allarmismo di questi giorni. Difficile se si guarda ai soli fondamentali dell’economia, meno analizzando il funzionamento dei mercati e degli elementi su cui basano il loro insindacabile giudizio.

Probabilmente la prima regola dell’economia è quella della domanda e dell’offerta. Se tutti vogliono qualcosa il prezzo sale, se nessuno la vuole il prezzo scende. O meglio, cosi dovrebbe funzionare. Perché con il dominio della finanza sull’economia e della speculazione sulla finanza, sempre più spesso sono le aspettative o peggio ancora le voci di aumento o diminuzione di domanda e offerta a guidare i prezzi. Se in giro si dice che un’impresa – o uno Stato – potrebbe avere dei problemi, tutti vorranno venderne i titoli. I mercati cercano di anticipare i fondamentali dell’economia, e fin qui tutto bene. Ma se sulla base delle aspettative e delle voci di peggioramento tutti vendono, per la legge della domanda e dell’offerta il prezzo crolla. Se crolla il valore dei titoli e nessuno si fida più, i problemi iniziano davvero. Le aspettative si auto-realizzano e la profezia si auto-avvera.

La speculazione e l’instabilità – La speculazione si nutre di queste aspettative e soprattutto dell’instabilità dei prezzi. Nessuno specula sui titoli tedeschi perché il loro valore è praticamente immutabile, non posso estrarre profitti aspettandomi di comprarli a poco e venderli a tanto grazie a oscillazioni sui mercati. Se però l’Italia è in una fase di instabilità, ecco che la cosa si fa interessante. Li posso comprare a un certo prezzo e sperare di rivenderli a uno molto diverso entro pochi giorni, realizzando così un ampio margine di profitto. Sui mercati è oggi possibile scommettere tanto sul rialzo quanto sul ribasso di un titolo. Il problema è che se in molti si lanciano a scommettere sul valore di un dato titolo, l’enorme afflusso di capitali genera volatilità. Questa volatilità, ovvero la possibilità che il prezzo vari molto in poco tempo, è proprio quello che attira altri speculatori, il che aumenta l’instabilità, nuovamente in una spirale che si auto-alimenta.

Attenzione, qui non stiamo solamente dicendo che sono le aspettative sul futuro a guidare i prezzi, ovvero che i mercati anticipano l’andamento dell’economia. Il problema centrale è che sono proprio gli speculatori a generare o per lo meno ad amplificare le oscillazioni e la volatilità che consente agli stessi speculatori di realizzare profitti.

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Foto Boboshow CC0

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