Perché non mi piace il termine “Balcani occidentali”

Un’etichetta nata 15 anni fa ma che non ha certo aiutato – semmai ha rallentato – il percorso verso l’integrazione Ue del sud-est Europa. Un commento di Kristijan Fidanovski, pubblicato su balcanicaucaso.org.

All’inizio di quest’anno, l’Unione europea ha pubblicato la sua Strategia per i Balcani occidentali, che ribadisce una “credibile prospettiva di allargamento  ” per i sei restanti paesi della regione. Alcuni hanno interpretato la strategia come un “passo avanti”, altri come un “secchio di acqua fredda” per la regione, ma nessuno si è lasciato infastidire dal termine “Balcani occidentali”. Oggi questo neologismo quindicenne, coniato nel vertice UE-Balcani occidentali del 2003 a Salonicco, è usato con tale disinvoltura da stranieri e locali che ha da tempo perso le sue virgolette.

Recentemente, ho avuto la seguente conversazione con un mio amico americano:

“Voglio visitare i Balcani occidentali quest’estate! Da dove pensi che dovrei cominciare?”, mi ha chiesto.

“Bruxelles”, non ho potuto fare a meno di rispondere.

Da antico difensore del compromesso sulla controversia sul nome con la Grecia nel mio paese natio, la Macedonia, non sarò certo io a fare storie sulla terminologia. Ma qui la questione va oltre le parole. L’eventuale adozione di un nuovo nome (per uso internazionale) da parte della Macedonia non avrebbe effetti reali nel peggiore dei casi, mentre nella migliore delle ipotesi avrebbe importanti implicazioni positive di accelerazione dell’integrazione europea del paese. La perpetuazione del costrutto “Balcani occidentali”, invece, ha avuto l’esatto opposto (e immediato) effetto politico: ha trasformato una serie di paesi con le proprie sfide (a volte distinte) in una scatola mentale artificialmente omogenea e politicamente marcata.

Nell’ultimo decennio e mezzo, l’etichetta dei Balcani occidentali ha avuto quattro sfortunati effetti. Ha perpetuato l’onnipresente stereotipo dell’arretratezza balcanica, restaurato il vecchio stereotipo di “Balcani” come “occidentalità” in attesa, messo le nazioni dei Balcani (occidentali) una contro l’altra e, cosa più importante, ha ritardato l’integrazione europea della regione che era stata presumibilmente creata per accelerare.

I Balcani: il peggior incubo di tutti

Un saggista tedesco scrisse una volta che “se i Balcani non fossero esistiti, sarebbero stati inventati”. Dal momento che praticamente nessuno dei presunti “popoli balcanici” si identifica come “balcanico”, i Balcani sono davvero – e sono sempre stati – inventati.

Nel suo racconto, altrimenti illuminante, degli stereotipi occidentali sui Balcani come “cortile brutale e incivile dell’Europa  “, Maria Todorova articola la propria eterna lotta per imparare come “amare i Balcani senza esserne orgogliosa o vergognarmene”. Todorova dimostra magistralmente che ciò che si immagina di solito come “balcanico” è più spesso radicato nelle fantasie esterne che nella realtà culturale. Eppure, riassumendo queste fantasie come “balcanismo” da contrapporre ai “veri” Balcani, Todorova sottintende che esiste una vera “balcanità”, semplicemente distorta dallo stereotipo.

Questa implicazione però è in contrasto con un’altra astuta osservazione di Todorova, secondo cui tutte le popolazioni che abitano nella penisola balcanica hanno interiorizzato il “balcanismo”, accettando – e persino sviluppando – alcuni degli stereotipi negativi esterni sulle loro culture. Milica Bakić-Hayden ha dimostrato che questa interiorizzazione, anziché aiutare le persone a riflettere in modo critico sul proprio stile di vita (per assicurarsi che non ci sia alcuna verità dietro gli stereotipi!), opera in realtà come un’ammissione della “arretratezza dei Balcani” e, successivamente, come una lotta senza fine per raffigurarsi come il meno balcanici possibile.

Quindi, se “balcanico” non è altro che un’etichetta tossica per le nazioni “balcaniche” da rinnegare con indignazione, allora non ci sono sicuramente “Balcani” di cui essere orgogliosi o vergognarsi in primo luogo: qualsiasi uso della parola “Balcani” è insignificante nel migliore dei casi e inestricabile dallo stereotipo negativo nel peggiore.

Il miglior esempio della connotazione inestricabilmente negativa della parola “Balcani” sta nel suo uso per quanto riguarda le guerre jugoslave degli anni ’90. Mentre queste guerre hanno avuto luogo (in parte) sul territorio della penisola balcanica, c’è una chiara ragione pratica per non chiamarle “balcaniche” ed evitare confusione con le guerre balcaniche del primo Novecento. A differenza delle guerre precedenti la Prima guerra mondiale, che travolsero anche paesi “balcanici” non jugoslavi come Bulgaria, Romania e Albania, le guerre jugoslave negli anni ’90 furono un prodotto diretto del collasso dello stato jugoslavo e possono quindi essere chiamate solo “jugoslave”.

L’uso limitato del termine “Balcani” durante l’era jugoslava indica che l’Occidente ha impiegato solo un paio d’anni a spostare mentalmente – e relegare – le persone che vivono in questo spazio da “jugoslavi” a “balcanici”. Per adattarsi al profilo barbarico dei fanatici della guerra, i discendenti del formidabile stato di Tito hanno dovuto essere ribattezzati “Balcani” da un giorno all’altro.

Ad oggi, i principali media occidentali come BBC e CNN fanno riferimento ai conflitti jugoslavi come “guerre balcaniche”. L’etichetta “balcanico” è a disposizione ogni volta che si vuole denigrare qualcuno, anche collegandolo a contesti in cui non è mai stato usato prima. Il termine ha da tempo oltrepassato i confini della penisola balcanica e per vivere di vita propria: persino i tedeschi a volte liquidano i propri vicini austriaci come – ebbene sì – “balcanici”.

E se questo non basta ancora a provare la connotazione intrinsecamente negativa dell’etichetta, basti ricordare che la parola “balcanizzazione” è una parola inglese di uso comune (sinonimo di “frammentazione”) disponibile per l’uso in contesti non balcanici. Quando papa Francesco ha usato questo termine dopo il referendum sulla Brexit per mettere in guardia contro la “balcanizzazione” della stessa UE, l’ironia non sarebbe potuta essere più grande.

Balcani (occidentali) = “occidentali” in attesa

Chiaramente, nessuno vuole essere balcanico. Ma che dire di “Balcani occidentali”? L’UE ha ripulito la vecchia etichetta balcanica della sua connotazione intrinsecamente negativa? Ad esempio, “Balcani occidentali” propone sicuramente un diverso tipo di “balcanità” rispetto a quello ritratto nei primi anni ’90, quando l’etichetta ha raggiunto il proprio minimo storico (nella sua storia sempre negativa) con le guerre nell’ex Jugoslavia. Se i Balcani venivano visti come “incapaci di cambiare”, condannati a vivere in una “capsula temporale in cui la gente imperversava e versava sangue, sperimentando visioni ed estasi  “, i Balcani occidentali sono definiti oggi proprio dalla loro prospettiva di cambiamento (attraverso l’integrazione europea).

[…]

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Foto thalespaz CC0
Foto Amadalvarez cc-by-sa

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