Perché gli armeni protestano?

Il 9 aprile 2018 è stata una data storica per l’Armenia. Una nuova costituzione è entrata in vigore, che prevedeva tre principali modifiche. In primis, l’ampliamento dei poteri del primo ministro; in secondo luogo, il forte ridimensionamento del ruolo del Presidente della Repubblica, divenuto poco più che una carica simbolica; infine, la riduzione dei seggi in parlamento da 131 a 101. Il 9 aprile avrebbe dovuto segnare, inoltre, anche l’uscita di scena dal palcoscenico politico del decennale capo dello Stato, Serzh Sargsyan, il quale in questa stessa data aveva lasciato il proprio in carico a favore di Armen Sarkissian, ex ambasciatore in Gran Bretagna.

Durante la campagna elettorale per il referendum costituzionale, Sargsyan aveva affermato che non avrebbe più tentato di essere eletto come presidente, né avrebbe cercato di assumere la carica di primo ministro. Tuttavia, l’ex Presidente della Repubblica ha rivisto la sua posizione lo scorso marzo, affermando che le dichiarazioni rilasciate quattro anni prima fossero state decontestualizzate.

Diverse indicazioni portavano a considerare la nomina di Sargsyan a primo ministro come la fine più ovvia. La principale è il sistema partitico armeno, pressoché monopartitico. Thomas De Waal  ha definito lo stato caucasico come un “one-and- a half party state”, dove il Partito repubblicano, la fazione di governo, domina la scena politica, contrastato da una debole opposizione. Principale ragione per cui Sargsyan sarebbe dovuto divenire primo ministro, secondo i suoi sostenitori, sarebbe stata la volatilità del conflitto in Nagorno Karabakh, che sin dalla fine dell’Unione Sovietica scuote i rapporti fra Armenia e il confinante Azerbaijan.

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Foto Tony Bowden cc by sa
Yerevan, e sullo sfondo l’Ararat

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