Detti e proverbi – Ty si taký Talian!

Gentili lettori di BuongiornoSlovacchia,

con un piccolo viaggio oltre frontiera, oggi torniamo con i nostri detti e modi di dire legati in qualche modo a luoghi fuori dalla Slovacchia.


To je pre mňa španielska dedina

Quando doveste sentire pronunciare To je pre mňa španielska dedina, ciò non significa affatto che il vostro interlocutore stia parlando di Spagna, Španielsko. La frase “questo per me è un villaggio spagnolo” rispecchia semplicemente una cosa sconosciuta, non nota, del tutto estranea. Forse gli Slovacchi s’immaginavano che un villaggio spagnolo dovesse essere molto diverso da uno slovacco, tanto diverso da non capirci nulla: forse un paesino spagnolo non era, come quello slovacco, composto verosimilmente da un gruppo di case basse fatte in legno (e/o fango e paglia), con al centro una piccola chiesa, una birreria/osteria, krčma, e poi più tardi anche una „casa della cultura“, dom kultúry (che era una versione socialista del circolino italiano), e un cimitero appena fuori dal paesino. Chissà?

Villaggio di Treviño, Spagna


Španielsky vtáčik

Cosa mai sarà questo španielsky vtáčik, „uccellino spagnolo“? Sarà un uccellino strano, oppure una cosa spagnola che non è un uccellino? Errate entrambe le ipotesi: španielsky vtáčik è il nome di un piatto a base di carne di manzo; sono degli involtini all’interno dei quali viene nascosto – oltre ad altri ingredienti anche un intero uovo sodo.

Vista la spiegazione relativa a španielsky vtáčik, potete ben immaginare che razza di volatile sarà il moravský vrabec, „il passero di Moravia!“ … per scoprirlo dobbiamo nuovamente uscire dall‘ornitologia ed entrare nell’arte culinara: moravský vrabec è in realtà anch’esso un secondo piatto a base di carne (stavolta di maiale) che ben si accompagna ai crauti e ai canederli o gnocchetti (knedlíčky) di patate.

Sulla nostra foto invece, che ne dite, ci saranno forse… „gli uccellini di Lilliput“?


Raz za uhorský rok

Uhorsko è quella parte del territorio che nell’Impero Austro-Ungarico era riferito all’Ungheria. Il modo di dire raz za uhorský rok, letteralmente „una volta all’anno ungarico“, significa „molto raramente“. Ci vediamo a ogni morte di Papa, dicono gli italiani. Vídavame sa raz za uhorský rok, dicono gli slovacchi.

Ho cercato di scoprire le origini di questo strano modo di dire. Ho trovato due risposte, nessuna è certa.

La prima si riferisce al fatto che una volta nell’Impero Austro-Ungarico gli uomini firmavano per andare sotto le armi per un anno. Nel caso di un conflitto però questo tempo prestabilito si prolungava fino all’occorrenza, e l’anno diventava così „più lungo/elastico“.

La seconda possibilità sulle origini di questo detto trova per l’aggettivo uhorský il collegamento al nome úhor, che è un terreno agricolo non lavorato. In passato gli slavi che lavoravano la terra utilizzavano un sistema particolare, dividendo il terreno in tre parti e lasciando ogni anno un terzo non lavorato, a riposare, ležať úhorom. In questo senso „un anno“ del genere diventava lungo tre anni solari, perché ci voleva tre anni perché ogni pezzo di terra godesse della sua annata di riposo.


Byť hotentot, hovoriť/vyjadrovať sa ako hotentot

Mi sono ricordata di questo modo di dire assai informale, verificando sulla rete ho scoperto con piacere che non è andato perso da quando ero una scolara. Per chi non conoscesse l’espressione, „essere un ottentotto“ o „parlare/esprimersi come un ottentotto“ vuol dire uno che non capisce nulla, che parla in modo confuso, incapibile, ottuso e mal articolato. Mi dispiace per gli ottentotti, se pur non ne conosca personalmente nessuno, per essere diventati nello slovacco un sinonimo di incapacità di pensare e di esprimersi in modo coerente. Sono convintissima che sono persone in gamba e che tra loro si capiscono benissimo, come d’altronde vale per tutte le comunità, lingue e dialetti del mondo.

Finché usato in modo autoironico (ja som ale hotentot!), questo modo di dire tra amici può essere accettato, e visto che non è volgare risulta persino più leggero di tante altre espressioni. Se rivolto ad altre persone, diventa molto offensivo.

  Due ottentotti del Capo di Buona Speranza (XVIII sec.)


Non posso in questa sede non riportare il modo di dire che segue.

Ty si taký Talian!

Forse ora che la (Ceco)Slovacchia non è più nascosta dietro la Cortina di Ferro, e abbiamo scoperto personalmente (chi più chi meno) che gli ITALIANI altro non sono che abitanti dello stesso pianeta Terra, se pur con tradizioni, usanze, cibi, modi di fare, di pensare, di parlare diversi da noi (ceco)slovacchi. È vero che a volte ci sembra di vivere su un pianeta diverso, ma non è così.

Non è molto gentile, dire a qualcuno ty si taký Talian, „tu sei come un italiano“. Non è carino perché si riferisce a qualsiasi cosa negativa che una volta un „cecoslovacco“ (passatemi il termine) poteva pensare di un italiano: che è irrequieto, esplosivo, vivace, loquace, un po’ confusionista e un po’ spreciso, allegro, espressivo, di buona compagnia, un po’ artista e anche inventore, molto sognatore e romanticone anche quando non è opportuno, insomma, un perfetto italiano!

Per me che vivo in Italia e che so benissimo che forse solo un milionesimo della popolazione (che equivale a circa 60 individui, neonati compresi) corrisponde a tutte queste caratteristiche messe insieme, questi singoli aggettivi hanno acquisito un titolo di „valori aggiunti“. È ciò che ci distingue, è ciò che ci fa diventare ciò che siamo, dei popoli diversi con le stesse origini che si perdono nelle nebbie dei tempi. Siamo abitanti della Terra, e volendo basta poco per imparare gli uni dagli altri quello che è buono e forte e positivo in noi, basta poco per diventare tutti un pochino più „italiani“, o un pochino più „slovacchi“ e così via.

(Michaela Šebőková Vannini  ―  vedi il suo blog)


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Foto Basotxerri cc by sa, Michaela Sebokova Vannini,
hpgruesen CC0, wikiAlessandro Prada cc by sa

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