La fine del comunismo è cominciata nel 1968

Serviva una spiegazione: da Roma al Messico, da Tokyo a Parigi, da Berlino e San Francisco, la generazione degli anni sessanta scendeva in piazza con tale simultaneità e tanti punti in comune che molti leader occidentali non avevano tardato a trovare un colpevole.

“È stato il Kgb”, mormoravano. In realtà non avrebbero potuto commettere errore più grande, perché la prima conseguenza dei sixties, degli anni sessanta, è stata proprio la fine del mondo sovietico. Ieri abbiamo parlato del ruolo fondamentale dei “sessantini” sovietici nella democratizzazione dell’Unione Sovietica sotto Michail Gorbačëv e nella dissoluzione dell’Urss, ma in realtà non c’è bisogno di andare così lontano nel tempo.

La resistenza della Polonia
Restiamo negli anni sessanta. Nel marzo del 1968, cinquant’anni fa, gli studenti polacchi e molti professori avevano scioperato manifestando nelle più grandi città del paese perché il potere comunista aveva vietato la rappresentazione di Dziady(Gli avi), grande opera del Victor Hugo polacco, Adam Mickiewicz.

A ogni rappresentazione, gli spettatori più giovani applaudivano veementemente un testo che denunciava l’oppressione zarista, cercando chiaramente di opporsi all’oppressione sovietica del loro tempo. I leader delle manifestazioni come Karol Modzelewski, Adam Michnik e Jacek Kuroń (solo per citarne alcuni) sono diventati in breve tempo gli architetti dell’opposizione polacca e in seguito gli intellettuali di Solidarność, primo sindacato libero del blocco sovietico la cui nascita ha anticipato di appena nove mesi la caduta del muro di Berlino.

Il sovietismo ha perso gran parte della sua aura rivoluzionaria con le manifestazioni polacche del marzo 1968 che hanno fatto vibrare la generazione dei sixties. Ma per il “socialismo reale”, come lo definiva la Pravda, il colpo di grazia è arrivato dalla Cecoslovacchia.

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