Crisi Londra-Mosca, a che punto siamo

Londra, UK – Le relazioni diplomatiche tra Inghilterra e Russia non sono mai state tanto tese dalla fine della Guerra Fredda. Il tentato avvelenamento dell’ex spia sovietica Sergei Skripal, avvenuto a Salisbury all’inizio del mese, ha avuto degli effetti deleteri sul rapporto tra i due Stati, tanto da spingere la premier inglese Theresa May a denunciare l’evento, in un suo discorso davanti al Parlamento, come un «illegale atto di forza della Russia contro il Regno Unito». Mosca nega con fermezza le accuse e dal Cremlino giungono già i primi avvertimenti nei confronti di una ipotetica reazione proveniente da Downing Street.

L’ AVVELENAMENTO DI SKRIPAL
Il 4 Marzo, il The Guardian riporta la notizia dell’improvviso ricovero dell’ex spia sovietica Sergei Skripal e della figlia Yulia, trovati privi di sensi e in fin di vita su una panchina di un parco a Salisbury(città del sud ovest, a 142km da Londra). Secondo i primi accertamenti, provenienti dal reparto di terapia intensiva in cui sono in degenza, i due sarebbero stati contaminati da una neurotossina chiamata Novichok: un gas nervino, di origine sovietica, con un livello di tossicità maggiore del VX (il più letale tra i cinque agenti nervini comuni e famoso per essere stato utilizzato nell’assassinio di Kim Jong Nam, fratello del leader nordcoreano Kim Jong-un). Secondo le autorità inglesi, il gas avrebbe anche contagiato – seppure in maniera minore rispetto a Skripal e la figlia – anche l’ufficiale di polizia che ha loro prestato soccorso e circa 131 altre persone che si trovavano nell’area nel momento in cui il Novichok sarebbe stato sparso nell’ambiente.
In base ad una prima ricostruzione degli inquirenti, le vittime non sarebbero state esposte all’agente nervino in un singolo momento. Data la possibilità di sintetizzare il Novichok come composto binario, risulta molto plausibile la pista per cui la neurotossina possa estere stata somministrata a Skripal in due momenti differenti: la prima dose sarebbe stata presumibilmente nascosta all’interno della valigia della figlia (si suppone all’interno di un deodorante, un profumo, …); la seconda, poco prima che entrambi venissero trovati in fin di vita sulla panchina del parco.
Zizzi Restaurant
La polizia fa i rilievi allo Zizzi, il locale dove le vittime avevano mangiato (foto Peter cc by)

Secondo quanto riportato da Reuters, la Russia non avrebbe dichiarato per intero alla OPCW – l’Organizzazione per la proibizione delle Armi Chimiche – le proprie scorte di Novichok, il che costituirebbe una violazione macroscopica della stessa Carta dell’Organizzazione.
In base all’articolo IX della Carta, uno Stato che abbia dei dubbi riguardo all’effettivo adempimento dei doveri del trattato da parte di un altro Stato può richiedere un’ispezione da condurre insieme al Consiglio Esecutivo della Convenzione. E’ chiaro che il rifiuto o l’opposizione ad una tale ispezione sarebbe una palese ammissione del possesso di tali armi chimiche da parte della Russia, così come è ovvio che una tale richiesta da parte dell’Inghilterra farebbe a pezzi qualsiasi tipo di relazione diplomatica tra i due paesi.
A favore della tesi esposta dall’intelligence britannica si è schierato anche Vil Mirzayanov, chimico russo in esilio negli Stati Uniti, uno tra i padri del Novichok. Questi ha confermato che la Russia – durante gli anni ’90, periodo in cui la Convenzione muoveva i primi passi – abbia attivamente nascosto lo sviluppo e l’esistenza di armi chimiche, cosa che l’ha spinto a denunciare i progetti di cui era a conoscenza e nei quali era personalmente coinvolto. Il suo coraggio gli è valso l’arresto con l’accusa di tradimento e infine l’esilio, sotto la pressione dei paesi occidentali.
Mirzayanov esclude che il caso di Skripal possa essere attribuito ad altri se non ad agenti governativi. Il Novichok è un composto chimico estremamente complesso tanto da poter categoricamente trascurare l’ipotesi di un agente indipendente e, sebbene egli non neghi che altri paesi possano aver avuto accesso a scorte del gas, indica il governo russo e Putin in particolare come i responsabili degli eventi di Salisbury.
LE TENSIONI INTERNAZIONALI
Il gelo diplomatico tra i due paesi non sembra destinato a cessare in tempi brevi; anzi, secondo quando riportato BBC NY Times, la premier inglese Theresa May, dopo aver ordinato l’espulsione di 23 funzionari dell’ambasciata russa di Londra e la sospensione di ogni contatto istituzionale, sarebbe pronta ad altre contromisure nel tentativo di attrarre ulteriore supporto dagli alleati europei e d’oltre oceano. Mosca, a sua volta, ha risposto con l’espulsione di 23 diplomatici inglesi dalla capitale e con la chiusura del British Council e del British Consulate di San Pietroburgo, centri vitali per le singole relazioni degli expat dei due paesi.
La risposta della Russia, come ci si aspettava, è stata robusta ma non sembra diretta a inasprire la già delicata situazione attuale. L’ambasciatore Alexander Yakovenko, intervistato dal Mail on Sunday, smentisce categoricamente le accuse, bollandole come «nient’altro che assurde teorie del complotto», negando l’esistenza di qualsiasi prova e invitando l’Inghilterra a «presentarle attraverso i canali ufficiali della OPCW». Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri russo, intervistata da BBC, nega che l’agente nervino usato a Salisbury provenga da Mosca e punta il dito contro Repubblica Ceca e Svezia: il che ha mosso i rispettivi ministri degli esteri a rispondere alle accuse definendole come «un classico tentativo di depistaggio e di manipolazione delle informazioni».
In tutto ciò, il Cremlino ha chiesto di essere reso parte delle indagini e ha minacciato gravi conseguenze in caso di qualsiasi tipo di azione punitiva nei suoi confronti, prima che vi sia un verdetto comune da parte della comunità internazionale. Questo sembra non impensierire troppo la May che appare intenta a sollevare la questione presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nella speranza di poter lanciare un’inchiesta formale nei confronti della Russia e – in particolar modo – sull’incremento di comportamenti altamente discutibili che questa ha tenuto in campo internazionale: vedi l’annessione della Crimea, l’assassinio tramite il tè al polonio di Alexander Litvinenko, la recente morte in circostanze sospette di Nikolai Glushkov e i continui abusi dei diritti civili perpetrati giornalmente nell’ex Unione Sovietica.
Theresa May guarda anche alla possibilità di sanzioni economiche come strumento di ritorsione contro il Cremlino. Negli ultimi giorni si è addirittura parlato dell’ipotesi di congelare i beni e i patrimoni degli oligarchi russi presenti in Inghilterra, nel tentativo di tagliare le gambe alla base di quello che è il vero supporto politico di Vladimir Putin: i miliardi provenienti dai traffici illeciti, dalla corruzione e riciclati attraverso il circuito finanziario inglese e, specialmente, attraverso Londra; il che, con le elezioni presidenziali alle porte, potrebbe essere un serio problema per il futuro di Putin.
Tale scenario, tuttavia, sembra altamente improbabile. Come detto, in una sua intervista per Vox, da James Nixey –  capo del programma per Russia ed Eurasia della Chatham House di Londra ed esperto di relazioni con gli Stati post-sovietici – è di gran lunga piu plausibile che il Regno Unito non punirà seriamente la Russia: «non vi è alcuna prova, oltre la semplice retorica politica, per cui si possa pensare che l’Inghilterra sia interessata a perseguire il denaro sporco proveniente dalla Russia». I miliardi degli oligarchi sono una risorsa fondamentale per la City e gli investimenti che questi hanno fatto nella proprietà immobiliare e nel circuito bancario londinese sono il motivo per cui l’Inghilterra è una delle maggiori destinazioni per il riciclaggio del denaro russo in tutto il mondo.
Se non bastasse questo a rendere l’idea del perché nessuno si aspetta una seria reazione di Londra si può sempre ricordare il fatto che, nonostante le sanzioni economiche cui Mosca è stata sottoposta dopo l’annessione della Crimea, la Russia rimane una superpotenza economica mondiale e ha tutte le capacità per rispondere colpo su colpo ad un’eventuale iniziativa inglese: ad esempio nazionalizzando le quote che British Petrol ha nelle compagnie petrolifere russe, come Rosneft (di cui la BP possiede circa il 20%); il che ne metterebbe seriamente a rischio la già scarsa crescita economica, soprattutto considerando anche i costi che comporterà il divorzio con l’UE nel 2019.
L’Inghilterra si trova letteralmente in una situazione di virtuale immobilismo nonostante l’abbondanza di strade che virtualmente potrebbe percorrere. Ancora una volta vengono a galla tutte le falle e tutte le criticità della comunità internazionale che si conferma, nuovamente, per essere una semplice sovrastruttura solo apparentemente ordinata che si piega – come al solito – alla legge del più forte. Dalla loro, Putin e la Russia se la ridono: con il rinnovo del mandato presidenziale fino al 2024 e gli Stati Uniti addomesticati nel 2016, al Cremlino la consapevolezza di essere i padroni dello scacchiere internazionale è davvero una certezza.
(Francesco Maccarrone, vocidicitta.it)
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Foto Number 10 cc by nc nd

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