Via della Seta e Balcani: come la Cina bussa alle porte d’Europa

Lo scorso novembre il Premier ungherese Viktor Orban ha incontrato il suo omologo cinese Li Keqiang nell’ambito del Summit 16+1 di Budapest. Il meeting ha avuto come obiettivo prioritario quello di promuovere e rafforzare i rapporti tra la Cina e i 16 Paesi dell’Europa centro-orientale sotto il profilo economico, tecnologico e infrastrutturale. Le azioni di Pechino hanno denotato negli ultimi anni la volontà di investire nella regione in virtù della posizione strategica che la stessa riveste come porta di accesso ai mercati dell’Unione Europea

IL MEETING DI BUDAPEST

Si è soliti ritenere che le risorse di un dato territorio abbiano costituito nei secoli il principale fulcro dal quale ogni epocale progresso sia lì scaturito. A quali cambiamenti avremmo potuto assistere senza “pionieri” pronti a scoprire le potenzialità di sviluppo di una risorsa andando oltre l’apparente status della stessa? Un semplice corso d’acqua in una terra desertica ed ostile, un investimento azzardato su di un prodotto innovativo, la combinazione perfetta di elementi sconosciuti: può rivelarsi tutto oppure nulla a seconda di chi osserva. Di “incidente storico che innesca trasformazioni” discute la letteratura manageriale, più semplicemente di lungimiranza parla chi scrive e probabilmente di questa caratteristica è dotata la Cina che ha deciso di dare impulso alla Cooperation between China and Central and Eastern European Countries (CEEC). Nata nel 2012, coinvolge quei Paesi dell’Europa centro-orientale con una passato travagliato che spesso hanno rivestito ruoli di secondo piano sullo scenario internazionale: la Romania, la Repubblica Ceca, la Polonia, la Bulgaria, la Slovenia, il Montenegro, la Bosnia, la Slovacchia, la Lituania, la Lettonia, l’Estonia, l’Albania, la Croazia, la Serbia, la Macedonia e l’Ungheria. Ogni anno gli esponenti dei Paesi interessati si incontrano durante il tradizionale Summit 16+1 organizzato per andare a definire i risultati raggiunti e per elaborare strategie future che possano migliorare la connessione sul piano commerciale, infrastrutturale e tecnologico. Le partnership instaurate offrono sicuramente a Pechino la possibilità di avanzare in Occidente per rintracciare nuovi mercati sui quali collocare merci e servizi Made in China. Per l’esattezza mercati europei, essendo ben 11 dei 16 componenti della CEEC parte integrante dell’UE. D’altra parte però costituiscono per gli aderenti la concreta opportunità di sfruttare le risorse possedute tramite ingenti investimenti stranieri, implementando la qualità della vita entro i confini nazionali ed azionando il motore dello sviluppo economico.
E’ nella cornice qui descritta che lo scorso 28 novembre 2017 Viktor Orban, Premier ungherese, ha ospitato l’omologo cinese Li Keqiang. I due leader, riuniti in conferenza stampa all’ombra dell’imponente Parlamento di Budapest, hanno rinnovato ufficialmente la solida amicizia esistente tra i loro Paesi e sono stati inoltre concordi nel definire necessaria l’implementazione delle alleanze e sinergie all’interno della CEEC così da poter perseguire l’ambizioso progetto della Via della Seta. Positive dunque le reazioni dei rappresentanti politici che lasciano ben sperare sul “roseo futuro“ tra le parti intente a promuovere la vitalità delle società coinvolte ma che, al tempo stesso, preoccupano coloro i quali avvertono come una minaccia il movimento incessante di capitali cinesi verso Occidente alla ricerca di tutto ciò che è possibile acquistare.

GLI INVESTIMENTI CINESI IN EUROPA CENTRO-ORIENTALE

Gli investimenti diretti esteri della Cina hanno attraversato nel corso degli anni  fasi altalenanti. Nel primo periodo che va dal 1979 al 1991 il Paese si è concentrato sul boom della domanda interna instaurando relativamente pochi scambi; dal 1992 invece il Governo ha deciso di puntare sui benefici offerti dal contesto internazionale dando il via alla privatizzazione di molte aziende e all’afflusso di yuan all’estero. Si è registrato uno stallo del movimento dei capitali in cerca di “terreno fertile” solo tra il ’97 e il ’98 conseguentemente alla crisi finanziaria che ha colpito il continente asiatico. Ma la situazione si è rivelata temporanea dal momento che, dal 2008, nonostante i difficili momenti che l’economia globale ha dovuto affrontare, la Cina ha saputo riprogettare il proprio assetto economico e finanziario configurandosi come il maggiore investitore transnazionale. Le aziende cinesi hanno saputo cavalcare l’onda della globalizzazione integrando i propri processi produttivi e la propria cultura organizzativa con quelli di entità straniere per ottenere il controllo sull’intero processo produttivo. Il potere pubblico, coadiuvando in molti casi tali aziende, ha saputo creare per se stesso lo spazio necessario alla costruzione di vantaggiose alleanze capaci di conferirgli più potere. Una strategia completamente diversa da quella statunitense, come ha sostenuto tempo fa Ian Bremmer sul Corriere della Sera. Il Presidente di Eurasia Group ha firmato un articolo in cui ha esposto come gli USA abbiano sempre preferito usare le forze armate per far si che l’autorità venisse loro riconosciuta. Al contrario la Cina ha investito, specialmente in infrastrutture, per migliorare il sistema di un dato Paese e instaurare con esso un rapporto di mutua cooperazione. E’ questo infatti l’approccio che Pechino sceglie anche in Europa centro-orientale dove, riuscendo a superare dissapori politici, religiosi e culturali, muta il volto di una regione che si estende per 1336 milioni di chilometri quadrati, comprende 123 milioni di abitanti e sulla quale si è impegnata a versare, attraverso l’istituzione di un fondo apposito, ben 10 miliardi di euro.

Uno dei progetti più ambiziosi è costituito senza dubbio dalla costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità tra Budapest e Belgrado. La linea di oltre 350 km è in grado di facilitare il trasporto delle merci che giungono nel porto del Pireo, connettendo l’Asia all’Europa. Un porto che  è di proprietà del gruppo cinese COSCO, leader nel settore del trasporto navale, che lo ha acquisito nel 2016 con un investimento di circa 280 milioni di euro. Una mossa strategica a cui non poteva non seguire “un’azione via terra”. La Cina sta infatti finanziando la costruzione di un fitto reticolo di strade ed autostrade in Macedonia, Montenegro e Serbia, prestando anche denaro ai Paesi coinvolti (circa 5 miliardi di euro solo alla Serbia, ad esempio). E Pechino mira a fare la stessa cosa in Lituania, puntando sul desiderio di Vilnius di migliorare la propria immagine internazionale per fini turistici.

I TIMORI DELL’UNIONE EUROPEA

Come confermato dal portale cinese toutiao, l’Unione Europea ha voluto pubblicare un rapporto in merito alle iniziative di “Paesi terzi” nei Balcani al fine di “proteggere i valori europei da investimenti contrari agli interessi legittimi dell’UE e dei suoi Stati membri.” Nel documento, riporta il sito, Bruxelles invita i Governi a prestare attenzione all’eventualità di dipendere economicamente e finanziariamente da altri Stati a cui non bisognerebbe conferire troppa fiducia. Il riferimento al Dragone Cinese, seppur non espresso in via diretta, resta palese. Già nel 2010, attraverso la voce dell’allora Segretario di Stato Hilary Clinton, anche gli Stati Uniti si erano interessati alle divisioni interne nella regione balcanica con l’auspicio che questa potesse avvicinarsi sempre più all’Unione Europea sfuggendo quindi dalla eventuale sfera di influenza della Russia e della Cina. Anche l’Istituto dell’Unione Europea per gli Studi sulla Sicurezza (EUISS) ha pubblicato una relazione in cui si palesano i dubbi sulla dinamica delle attività cinesi nei Balcani. Secondo l’EUISS, le imprese cinesi, stipulando contratti direttamente con i Governi dei Paesi coinvolti, potrebbero incoraggiare la corruzione che in altri casi è controllata dalla trasparenza che dovrebbe caratterizzare le gare d’appalto.

Nonostante i timori europei, ciò che la regione balcanica può rimproverare a Bruxelles però è il mancato raggiungimento di accordi per la costruzione di un corridoio che colleghi il Mar Nero e il Mar Adriatico. A sostenere tale versione è stato il Presidente della Macedonia Gjorge Ivanov il quale ha chiarito come le fonti di finanziamento cinesi siano state in realtà le uniche a pervenire per lo sviluppo del territorio. Ad oggi inoltre la Cina annuncia l’intenzione di investire ulteriori 3 miliardi nei 16 Paesi della CEEC differenziando le operazioni nei settori delle telecomunicazioni, dell’industria metalmeccanica, delle energie rinnovabili e del comparto chimico.

Ancora una volta la Cina si è insinuata dove l’Occidente non ha voluto rischiare. Ancora una volta la Cina si è insinuata dove l’Europa ha fallito. Può davvero essere colpevolizzato un Paese che, tenendo fede al proprio potenziale, ricerca la continua crescita?

C’è una legge che governa le società nel mondo e che molto spesso non risponde ad etiche o morali. Non sempre essa viene capita o accettata, ma esiste ed è un dato di fatto. Questa è la legge della domanda e dell’offerta. La Cina ha offerto capitali che hanno rappresentato opportunità di miglioramenti non indifferenti laddove c’era una domanda, una richiesta di aiuto volutamente ignorata dalle istituzioni europee.

(Federica Russo, Il Caffè Geopolitico cc by nc nd)

Foto WEF cc by nc sa
Bert van Dijk cc by nc sa

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