Nuovi italiani all’estero: mobilità o nuova emigrazione?

ZURIGO\ aise\ – “Ci fu un tempo (neppure tanto tempo fa), in cui lo si chiamava nomadismo dei talenti. Descriveva una realtà produttiva nella quale i lavoratori si spostano di frequente alla ricerca di impieghi che ne riconoscano meriti e competenze, e le imprese competono per accaparrarsi i migliori. Tempi andati. Più recentemente si è iniziato a definirlo nuova mobilità. Oggi, sbaragliate residue esitazioni, lo si chiama nuova emigrazione”. Inizia così l’editoriale con cui Giangi Cretti apre il nuovo numero de “La Rivista”, mensile che dirige a Zurigo.

“È un fenomeno mutevole e complesso. Che giustifica l’affanno terminologico, nel tentativo di descriverlo in modo pertinente. Sottovalutato, oppure strumentalizzato, dalla politica. Enfatizzato dai mass media. Mimetizzato sotto forma di mobilità professionale e di mobilità geografica, rinasce, in modo massiccio, nel cuore della nostra società.

Mobilità ed emigrazione sono concetti che, teoricamente, potrebbero apparire sinonimi. In pratica, nel caso specifico, non lo sono. Mobilità induce a presupporre una scelta, suggerisce la circolazione di una sorta di élite professionale. Quella che, con espressione intenzionalmente coniata con valore distintivo, oggi comunque inappropriata, ha alimentato la mitologia dei “cervelli in fuga”.

Altra cosa l’emigrazione. Al di là della tragedia umana dei flussi migratori dal sud del mondo, ai quali stiamo assistendo, grosso modo rassegnati, negli ultimi anni, segnala la costrizione alla partenza. Non più alla ricerca di nuovi stili di vita, ma di un’occupazione: purché sia. Si emigra per la disoccupazione o la sottoccupazione, per le disuguaglianze crescenti e l’impoverimento anche tra chi un lavoro ce l’ha.

Non più solo giovani, anche se restano la componente prevalente, con un marcato aumento della proletarizzazione del fenomeno, a prescindere dalla formazione e dal livello di scolarizzazione. Si emigra per necessità. Ripercorrendo quelle strade di un passato che, nei fatti, ritorna. È cambiato il modo.

Più moderno è il mezzo. Mutato è il bagaglio: quello culturale e quello materiale. Dalla valigia di cartone, legata con lo spago, a quella in poliuretano, con le rotelle per alleviarne il peso. Le destinazioni si ripropongono. Sono quelle del Nord Europa, soprattutto, dove le prospettive economiche e previdenziali, malgrado diverse siano le condizioni del mercato di lavoro, sembrano offrire opportunità. Quanto meno: una possibile alternativa alla precarietà. Paragonabili sono i numeri. Fonti autorevoli del Ministero italiano degli Affari Esteri e della Cooperazione allo sviluppo dichiarano che “negli ultimi 5 anni abbiamo avuto un milione di nuovi iscritti all’Aire”.

Consapevoli che queste cifre non intercettano coloro, e sono la maggioranza, che all’Aire non s’iscrivono o che finiscono a lavorare in nero, ecco che il fenomeno assume le dimensioni di un esodo. Per chi lo intraprende, cambiano i modi e gli scenari. Invariata resta la speranza. Declinata in funzione delle singole aspettative, oggi come un tempo, giustifica, imponendolo, il viaggio”.

(aise) 

Foto Thomas Leuthard cc by

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