L’UE e l’allargamento ai Balcani: pro e contro

Lo scorso settembre, nell’ormai classico discorso sullo stato dell’Unione che il presidente della Commissione europea tiene ogni anno, Jean-Claude Juncker ha presentato la visione della sua Istituzione sulle questioni più urgenti dell’Unione europea. A distanza di quattro mesi, cosa resta di quel discorso? I passaggi sui migranti, con l’omaggio all’Italia salvatrice dell’onore europeo, e sulla necessità di preservare i legami con il Regno Unito, nonostante la Brexit, avevano riempito le pagine dei giornali nei giorni seguenti, lasciando in sordina quello che forse è, almeno storicamente, il tema più ricorrente per l’Unione europea, quello del suo allargamento.

Juncker ha infatti affermato che è giunto il momento di riportare l’ allargamento dell’Ue ai Balcani occidentali fra le priorità dell’Unione, dopo che nel 2014 aveva chiarito che non ci sarebbero stati allargamenti nei successivi cinque anni. Proprio in questi giorni, il tema sta tornando in auge anche giornalisticamente, causa il semestre di presidenza del consiglio dell’Ue della Bulgaria e dell’imminente pubblicazione a febbraio di un piano per l’ingresso nell’Ue dei Paesi dei Balcani.

Quali prospettive?

Senza calarsi in un’analisi approfondita delle possibilità di ingresso di ognuno degli Stati dell’ex-Jugoslavia, oltre che dell’Albania, cerchiamo di vedere quali sono gli scenari possibili, quali le tempistiche più probabili e quali i fattori pro e contro.

Tutti gli Stati della regione sono, dalla Conferenza di Salonicco del 2003, considerati una priorità per l’ allargamento dell’Unione. L’unico che non ha ancora presentato una candidatura ufficiale è il Kosovo, che dalla nascita concentra i suoi sforzi diplomatici prima di tutto sull’essere riconosciuto internazionalmente come stato sovrano ed indipendente.

Già due delle repubbliche che facevano parte della Federazione jugoslava sono entrate nell’Unione europea, la Slovenia nel 2004 e la Croazia nel 2013, rendendo evidenti i vantaggi sia in termini economici che di stabilità politica di cui potranno godere gli altri Stati della regione una volta entrati.

In termini economici l’accesso al mercato comune sarebbe un sicuro vantaggio per le repubbliche balcaniche. L’integrazione economica fra Ue e Balcani è già in parte una realtà: l’area è ‘circondata’ dal 2007 da Paesi membri dell’Unione europea, che ne sono i maggiori partner commerciali, ed ha la maggior parte dei suoi scambi con Italia e Germania, rispettivamente la terza e la prima economia della zona Euro.

Inoltre, molti Stati europei (Italia in primis) ospitano importanti comunità balcaniche. E nei Balcani vivono importanti gruppi etnicamente o linguisticamente affini a popolazioni dell’Ue (croati in Bosnia, ungheresi in Serbia, greci in Albania).

Le incognite sui tempi

Per quanto riguarda le tempistiche, i due Stati che hanno già fatto la maggior parte dei passi necessari a diventare membri a tutti gli effetti dell’Ue sono la Serbia ed il Montenegro, per i quali Juncker considera probabile l’0adesione già nel 2025.

Ciò nonostante, la strada verso l’Unione, in particolare per la Serbia, rimane ancora lunga. Molti dubbi sollevano, infatti, le situazioni relative alle minoranze etniche e allo statuto del Kosovo – questione recentemente acuita dall’omicidio di Oliver Ivanovic, uno dei leader dell’etnia serba nella repubblica kossovara -.

Un importante cambio di rotta politica ha recentemente portato anche la Macedonia a essere considerata un buon candidato nel medio periodo. La vittoria del socialdemocratico Zoran Zaev nelle elezioni del maggio scorso ha infatti posto fine al decennale governo nazional-conservatore guidato da Nikola Gruevski, che s’era dimesso in seguito a un’intesa, mediata proprio dall’Unione europea, per porre fine alle tensioni di piazza innescate dalle accuse del premier a Zaev.

Sotto la guida del giovane socialdemocratico, la Macedonia ha ripreso il dialogo con la Grecia per risolvere la disputa legata al nome dello Stato. Macedonia, infatti, è pure il nome di una delle regioni del nord della Grecia. Anche per questo, il nome ufficiale della repubblica balcanica è Repubblica ex-Jugoslava di Macedonia, e non semplicemente Macedonia. Una soluzione di questo problema potrebbe finalmente portare la repubblica slava nell’orbita europea in modo stabile, con la fine del veto che la Grecia di fatto impone all’ingresso nell’Ue nella Nato.

Un vantaggio per l’Europa? Pro e contro

Nonostante i vantaggi che le imprese dell’Europa occidentale potrebbero ricavare dall’accesso dei Balcani occidentali all’Unione europea, in primis manodopera a basso costo e nuovi mercati in cui espandersi, l’ allargamento a Stati così arretrati a livello economico potrebbe causare ulteriori problemi di stabilità a un’Unione già tutt’altro che coesa.

Il paradosso, come in un gioco a somma zero, è che la maggiore stabilità politica che potrebbe essere garantita ai Balcani sarebbe controbilanciata da un’Unione ancora più precaria. L’arrivo di nuovi migranti dall’Est Europa, unito alla delocalizzazione dei posti di lavoro verso aree a buon mercato, rischia di sortire l’effetto di benzina sul fuoco dei populismi che già oggi minano dall’interno il futuro dell’integrazione.

È dunque legittimo domandarsi se Juncker abbia fatto bene a rilanciare in un momento così delicato la tematica dell’ allargamento Ue. Chi scrive, nonostante le legittime preoccupazioni, crede di sì, poiché il senso ultimo dell’Unione europea è sempre stato quello dell’inclusività. Rinunciarvi in nome di un tornaconto politico di breve periodo significherebbe rinunciare all’essenza stessa dell’Unione euroea. Ben vengano dunque gli sforzi interni ed esterni per rendere l’ EU34 una realtà.

(Alessandro Miglioli via Affarinternazionli.it)

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