Romania, storia di un anno in piazza

[Francesco Magno, East Journal] Il 2017 romeno ha avuto un andamento circolare. Di fatto, si è aperto e si è chiuso in modo speculare: in piazza, a protestare. Con le ultime manifestazioni di novembre e dicembre è calato il sipario su un anno iniziato con le migliaia di persone radunate in Piața Victoriei contro le modifiche al codice penale varate con decreto d’urgenza dal governo socialista allora guidato da Sorin Grindeanu. Era l’inizio di febbraio. Nel frattempo, l’esecutivo Grindeanu è caduto, vittima dello scontro personale tra il primo ministro e Liviu Dragnea. Il nuovo premier, Mihai Tudose, che a luglio proclamava apertamente la sua amicizia con il leader maximo socialista, oggi non perde occasione per ribadire la sua indipendenza di pensiero e la sua totale libertà dal guinzaglio del presidente del partito.

Cambiano gli esecutivi, cambiano i ministri, ma il sogno di Dragnea di ammorbidire la legislazione anti-corruzione non muore mai. Dopo essere stato costretto a ritirare l’ordinanza di febbraio, in seguito alle veementi proteste della gente, il partito socialista ha presentato in autunno dei nuovi progetti di legge che mirano a porre la magistratura romena sotto il diretto controllo del dicastero della Giustizia. La popolazione è tornata nuovamente in piazza a protestare, e per il momento la situazione sembra in stand-by. Il 2017, anno apparentemente transitorio, privo di passaggi elettorali importanti, ha detto molto sul livello di alfabetizzazione politica dei romeni, e sul modo in cui la battaglia politica viene vissuta tra i Carpazi e il Danubio. Quel che emerge, è un quadro agrodolce.

Elezioni svalutate.

Il modo in cui i cittadini agiscono politicamente è figlio della storia del paese, non solo del passato comunista. I romeni si infiammano quando si tratta di difendere diritti che considerano acquisiti e inalienabili, ma non riescono a immaginare una battaglia politica condotta attraverso il mezzo elettorale. Quel che è accaduto nel 2017 lo dimostra. A febbraio i manifestanti erano svariate migliaia in tutte le città del paese; nella capitale addirittura 150.000 in una sola serata. Tuttavia, solo 50 giorni prima, alle elezioni parlamentari del dicembre 2016, alle urne si era recato solo il 40% degli aventi diritto, che aveva conferito al partito socialista una maggioranza schiacciante. Vien da chiedersi allora come sia possibile un cambio di rotta così repentino in soli 50 giorni. E’ evidente che la folla protestante pullulasse di persone che solo un mese prima aveva votato Dragnea e la sua cricca, ma questo non basta a spiegare il fenomeno.

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Foto Albert Dobrin cc-by-nd

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