La partita che il Sultano Erdogan gioca in Europa

La posta in gioco è troppo alta e la priorità del capo di Stato turco, Recep Tayyip Erdogan, è quella di vincere, e in modo convincente, il referendum del prossimo 16 aprile, che trasformerebbe la Turchia da una Repubblica parlamentare a una presidenziale, garantendogli per legge lo strapotere che esercita già di fatto da oltre due anni.

La Germania e l’Olanda hanno rispettivamente un milione e 240mila turchi con diritto di voto. Alle elezioni politiche del novembre 2015, in questi Paesi, l’Akp, il partito di Erdogan, ha preso il 59,7% delle preferenze nel primo e il 73% nel secondo. Alla luce di questi dati non è così difficile comprendere perché il capo dello Stato di Ankara tenesse in particolare modo a fare dei comizi da queste parti, soprattutto se si conta che in patria nei sondaggi il no alla riforma è in netto vantaggio sul sì. Questo, almeno fino a ieri sera. Perché, involontariamente, Germania e Olanda potrebbero avere fatto a Erdogan un triplo, enorme favore.

Il primo è l’indubbio effetto che queste due crisi diplomatiche ravvicinate, con nazioni da sempre avverse all’ingresso della Turchia nell’Unione europea, sta avendo sull’opinione pubblica della Mezzaluna e che rischia di avvantaggiare, e non poco, il Capo di Stato. Già da parecchi mesi, Erdogan aveva puntato i suoi messaggi elettorali sull’esaltazione dell’identità nazionale, in chiave anti curda. Dopo il fallito golpe dello scorso 15 luglio, quando, secondo Ankara, Bruxelles aveva manifestato con troppo ritardo la sua solidarietà, il presidente ha iniziato a fare leva anche sui sentimenti anti occidentali e anti europei che da tempo covano nella società, dove l’onore e la sacralità dell’identità nazionale vengono prima di ogni altra cosa e dove tutto quello che può essere recepito come offesa a questi può dare luogo a reazioni imprevedibili. Erdogan, che conosce fin troppo bene il suo popolo, ha preso la palla al balzo e, se fino a ieri, si doveva votare sì al referendum per avere una Turchia più stabile e forte, adesso si è aggiunto anche l’aggettivo indipendente, ovviamente dall’Unione europea, che per quelle dietrologie di cui i turchi non riescono proprio a fare a meno, vorrebbe veder vincere il no per indebolire la Mezzaluna e non per lasciare ancora uno spiraglio di vita alla democrazia.

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Il secondo vantaggio è dare a Erdogan un pretesto in più per far saltare il sempre più traballante accordo sui migranti, che il capo di Stato ha usato più di una volta come spada di Damocle sulla testa dell’Europa, soprattutto con la Germania. Ankara continua a premere per avere la somma di denaro pattuita e perché vengano liberalizzati i visti per i cittadini turchi, nonostante non abbia ancora cambiato la legge antiterrorismo, che era una conditio sine qua non per avere il via libera generale ai viaggi nel Vecchio Continente.

Ma c’è un terzo punto, forse meno evidente, ma altrettanto insidioso. Con il loro atteggiamento, Germania e Olanda hanno indispettito migliaia di turchi che risiedono sul loro territorio, che hanno il diritto di voto nelle consultazioni locali oltre che in quelle turche, ma che soprattutto rischiano di sentirsi rigettati da un’Europa che sul piano dell’integrazione ha già parecchi problemi e polemiche da gestire, anche a causa dell’accordo sui migranti. Se si conta l’ambizione di Erdogan di rappresentare un punto di riferimento per le comunità islamiche all’estero e il rischio permanente di radicalizzazione, il no al presidente turco rischia di trasformarsi in un grosso errore.

(Marta Ottaviani via La Stampa, cc-by-nc-nd)


Foto Andreas Trojak cc-by
Illustr: BS

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