Romania: la protesta come strumento di democrazia

A 27 anni dalla Rivoluzione dell’89 che portò alla caduta del regime comunista di Nicolae Ceausescu, la Romania – oggi paese membro dell’Ue e della Nato – torna di nuovo sotto i riflettori internazionali in seguito alle ampie proteste scoppiate nella capitale Bucarest e in altre grandi città del paese a partire dalla seconda metà di gennaio. [di Mihaela Iordache, ispionline.it]

Le manifestazioni sono culminate nella partecipatissima protesta di domenica 5 febbraio, quando circa mezzo milione di persone è sceso in strada contro la cosiddetta “ordinanza salvacorrotti” varata nella notte del 31 gennaio dal governo guidato dal socialdemocratico Sorin Grindeanu, un esecutivo formato in seguito alle elezioni dello scorso dicembre che, con un’affluenza del 40%, sono state le meno partecipate in Romania dalla caduta del regime. Il principale motivo della scarsa partecipazione al voto era stata proprio la mancanza di fiducia dei cittadini nei partiti politici, coinvolti in clamorosi casi di corruzione. Tra questi, è utile ricordare il caso di Adrian Nastase, ex primo ministro della Romania (2000-2004), condannato nel 2012 a due anni di carcere per la corruzione e, nel 2014 – quando il Partito Social Democratico (PSD), il suo partito, era al governo – ad altri quattro anni di reclusione a causa del dossier “Zambaccian”. Scontato un terzo della pena – circa 600 giorni – l’ex primo ministro è stato rilasciato (per buona condotta e per aver pubblicato alcuni libri) nel 2014 con la condizionale, anche se, in seguito alle proteste, quest’ anno dovrebbe finire di scontare la pena.

In campagna elettorale il Partito Social Democratico aveva promesso aumenti di stipendi e pensioni e tagli alle tasse, ma tra i primi atti compiuti dopo la vittoria vi è stata proprio la firma del decreto d’urgenza volto a depenalizzare l’abuso d’ufficio se il danno causato non superava i 45.000 euro. Non solo, per molti oppositori, il decreto rappresentava un vero e proprio “invito alla corruzione” ma, soprattutto, non poteva non apparire come una misura ad personam varata a sostegno di Liviu Dragnea, il presidente del PSD attualmente sotto processo per istigazione ad abuso d’ufficio e falso; processo che dovrebbe iniziare proprio oggi, il 14 febbraio. Già condannato a due anni di reclusione nel cosiddetto dossier “Referendum”, la sua pena era stata sospesa.

Appena è stata resa pubblica la decisione, fin dalla notte del 31 gennaio migliaia di persone sono scese in piazza in un crescendo di proteste proseguite per tutta la settimana. Diversi esponenti del PSD hanno accusato i manifestanti di essere manipolati dalle Ong finanziate dal magnate progressista ungherese-americano George Soros che, con il supporto di alcune multinazionali, avrebbe intenzione a loro avviso di destabilizzare il paese. Immediatamente, il PSD ha organizzato una contro-manifestazione davanti al Palazzo Cotroceni, sede della presidenza romena. Contestualmente, alcuni membri del PSD hanno inoltre chiesto le dimissioni del capo dello stato Klaus Iohannis, schieratosi con i manifestanti contro la decisione del governo.

Dopo sei giorni di proteste il governo di Bucarest ha ceduto: l’ordinanza è stata revocata e il Ministro della giustizia ha dato le dimissioni. La protesta però non si è placata, a causa soprattutto di un secondo disegno di legge in discussione al Parlamento che prevedrebbe l’amnistia per chi ha ricevuto una condanna inferiore ai cinque anni. Il decreto, almeno ufficialmente, sarebbe motivato dalla necessità di trovare una soluzione al sovraffollamento delle carceri del paese. Benché la piazza chieda le dimissioni di tutti i membri dell’esecutivo, colpevoli di aver perso credibilità agli occhi degli elettori, tale opzione è stata esclusa dal capo di stato che pure non aveva risparmiato le proprie critiche all’operato del governo.

Continua a leggere

 


Foto Albert Dobrin cc-by-nd

Be the first to comment

Rispondi

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetto" nel banner a fondo pagina"

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.