Cinque canzoni per San Valentino

Fiori e cioccolatini a parte, anche quest’anno si può usare San Valentino come una buona scusa per riascoltarsi qualche bella canzone d’amore. Ho provato a fare un gioco: ho scelto cinque brani, che hanno nel titolo la parola “love”, da ascoltarsi da soli o, si spera, in compagnia.

The Cure, Lovesong
Se volete fare bella figura con la/il vostra/vostro partner, dedicategli una canzone scritta da Robert Smith. Pochi autori di musica leggera possiedono l’efficacia, la grazia e l’intensità del leader dei Cure. Nel repertorio della band britannica ci sono tanti esempi di canzoni d’amore da manuale, ma questa resta una delle migliori. Lovesong è il terzo singolo estratto da Disintegration e fu scritto da Smith come un regalo di nozze per Mary Theresa Poole, la sua attuale moglie. È costruita su un testo tanto semplice quanto azzeccato, con versi dalla presa immediata come “However far away I will always love you”. Menzione speciale per i riff del tastierista Roger O’Donnell, che si alternano alla voce di Smith. Adele, fresca vincitrice dei Grammy, ha cantato una versione del brano molto elegante, che però non arriva alle vette espressive toccate dai Cure.

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Nina Simone, To love somebody
A proposito di grandi autori, eccone altri due che non se la cavano affatto male: Barry e Robin Gibb, cioè i due terzi dei Bee Gees originali. Barry e Robin scrissero To love somebody per Otis Redding, che però non fece in tempo a registrarla. Il brano allora fu inciso dagli stessi Bee Gees, con un arrangiamento scritto dal geniale Robert Stigwood, produttore anche dei Cream e di musical di successo come Grease. In seguito To love somebody fu reinterpretato da altri musicisti, come Janis Joplin. Nina Simone ci mise le mani sopra nel pieno del suo periodo pop, nel 1969. Quando Nina Simone canta, è difficile trovare le parole per descrivere tutte le sfumature che aggiunge a ogni brano, tutta la carica di poesia e sofferenza della quale era capace.

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The Magnetic Fields, The book of love
Questo pezzo l’ho già usato per una playlist uscita due anni fa, ma è impossibile lasciarlo fuori. The book of love è una delle 69 canzoni contenute in 69 love songs, un concept album in tre volumi pubblicato nel 1999 dai Magnetic Fields, la band del cantautore statunitense Stephin Merritt. È una lezione di poesia e sobrietà, che insegna come cantare l’amore senza essere melensi e scontati. Il testo sembra quasi farsi beffe dei cliché sul romanticismo (“Il libro dell’amore è lungo e noioso” è un verso notevole), ma la melodia ribalta la prospettiva. E ci fa capire che in realtà questo è un inno all’amore universale.

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Daft Punk, The game of love
Anche gli androidi s’innamorano. I Daft Punk sono maestri nell’uso del vocoder, uno strumento che modula la voce con il suono di un sintetizzatore e si divertono a robotizzare la propria voce. The game of love, secondo brano dell’album Random access memories (sì, quello di Get lucky), è un lento funky sulla fine di un amore, dalla struttura minimalista. Ma, come spesso succede spesso con il duo francese, è l’arrangiamento a elevare la canzone a un livello superiore, soprattutto grazie a un basso in primo piano che dà robustezza all’insieme. Così come nel resto del disco, il suono nostalgico è un omaggio alla disco music della fine degli anni settanta.

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Arcade Fire, Crown of love
Se avete bisogno di farvi perdonare da qualcuno, regalategli Funeral degli Arcade Fire e ditegli di ascoltarsi Crown of love. Questo brano, uno dei più sottovalutati nella discografia della band, è una ballata folk sostenuta da una dolente sezione d’archi, chiusa dal tipico crescendo che piace al gruppo canadese. Anche in questo caso, la storia d’amore è finita, ma il protagonista non sembra aver perso le speranze e chiede a lei di perdonarlo. Le voci di Win Butler e Régine Chassagne fanno il resto. A distanza di anni, Funeral resta il disco più ispirato e senza tempo degli Arcade Fire. Potremo riciclarlo per tutti i San Valentino che vogliamo.

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(Giovanni Ansaldo via Internazionale.it, cc-by-nc-nd)

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