Quei leader dell’Est che strizzano l’occhio a Putin

moldova guardia nazionale
Chisinau, Guardia nazionale della Moldova

A cinque giorni dalla vittoria di Trump, due Paesi in Est Europa, la Moldavia ex sovietica (ora Moldova) e la Bulgaria membro Ue e Nato, «capitolano» nominalmente a favore di Putin eleggendo due presidenti «filo-russi», Igor Dodon e Rumen Radev, fautori di legami più stretti con Mosca e una minore influenza della Ue. Facendo temere un «effetto a cascata» in vista dei voti in Francia, Austria e Germania, o persino un «nuovo patto di Varsavia» tra i membri orientali, dove vivono anche minoranze etniche russe, e i leader che guardano a Mosca sono già tanti.

Il Paese più povero 

Ma per dirla con un politologo moldavo, «i nostri leader filo-Ue hanno fatto molto di più di Putin per allontanare i nostri cittadini da Bruxelles». Che sono disillusi da crisi economica, corruzione, povertà, politiche di austerity e perdite dovute a sanzioni e contro-sanzioni russe colpevoli di aver affossato l’export agricolo verso Mosca: è il caso della piccola Chisinau, stretta fra Romania e Ucraina, Paese più povero in Europa che da 7 anni cerca un avvicinamento a Bruxelles, e ha cambiato cinque premier in tre anni. Dodon, ex vicepremier comunista oggi leader dei Socialisti (non certo un candidato fuori dal sistema), si ispira dichiaratamente a Putin invocando un potere «autoritario». Ha promesso di abrogare l’accordo di associazione Moldova-Ue e di aderire all’Unione Eurasiatica guidata da Mosca, con la benedizione del patriarca russo Kirill. Ventila di riconoscere la Crimea annessa, idea pericolosa nella Moldova che dal 1992 ospita una propria regione separatista filo-russa, la Transnistria. E ha vinto a man bassa, contro la sfidante filo-occidentale Maia Sandu, ex economista in Banca Mondiale, dopo il «furto del secolo», lo scandalo bancario che a fine 2014 ha visto «sparire» dal bilancio 1 miliardo di dollari (un ottavo del Pil nazionale): complice, agli occhi dei moldavi, il governo liberale europeista.

A Sofia il vento anti-Nato 

A Sofia, il più povero membro Ue, Radev, un militare appoggiato dai socialisti, come Dodon conservatore ed entusiasta di Trump, anti-immigrati, sostiene l’abolizione delle sanzioni alla Russia e oppone l’adesione del Paese a Nato e Ue. Promesse difficili da mantenere, anche perché i due neo presidenti hanno poteri limitati in politica estera, e i loro Paesi dipendono dai fondi Ue e Fmi per sopravvivere. Ma la loro collocazione a «sinistra», almeno teorica, amplia la narrativa delle destre europee attratte da Mosca.

No Time to Stop
Una strada di Bucarest (Jake Stimpson cc-by)

La tentazione estone 

Intanto in Estonia, nei Baltici che aspettano ansiosi l’arrivo delle truppe Nato per contrastare una temuta «invasione russa» (protagonista al cinema e nelle serie tv), la crisi di governo potrebbe portare al potere il 38enne Jüri Ratas, leader del Partito di Centro, riferimento della minoranza russofona (un quarto del paese). Ma qui mettere in discussione l’appartenenza alla Nato o all’Eurozona è tabù: per la presidente Kersti Kaljulaid la Russia «è un vicino imprevedibile e inaffidabile».

Le paure della Polonia 

Intanto in Polonia, forse la più ostile al Cremlino in Europa, gli ultra conservatori di Diritto e Giustizia tornati al governo ora vogliono riesumare le vittime dello schianto di Smolensk nel 2010 dove morì l’ex presidente Kaczynski per accusarne la Russia. Ad attrarre nell’orbita russa c’è la leva economica: «La Lettonia è interessata a buone relazioni con Mosca perché la nostra economia vi è legata», ha ammesso il presidente Vejoinis.

La Lituania con l’embargo russo ha visto crollare l’export caseario. In Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, tra i noti «fan di Putin» Viktor Orban, Milos Zeman e Robert Fico, contrari alle sanzioni, la chiave è la dipendenza energetica da Mosca, dal gas alle centrali nucleari. Nei Balcani che aspirano alla Ue si oscilla tra russo-filia e russo-fobia: dalla Serbia che ha fede comune con Mosca e cerca accordi su gas e Difesa, al Montenegro dove il premier Djukanovic ha denunciato un complotto dei partiti filo-russi per assassinarlo.

(Lucia Sgueglia, via La Stampa cc-by-nc-nd)

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In alto: guardia nazionale della Moldova
Foto t_y_l cc-by-sa

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