Lo schiaffo alla Merkel della Germania che non crede all’integrazione

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Ci si può anche raccontare che il Meclemburgo-Cispomerania è un land eccentrico, che ha sempre compiuto scelte particolari, che pesa pochissimo in termini di popolazione e non può essere preso come attendibile indicazione dello scenario nazionale. I media tedeschi sono comunque in allarme rosso.

Angela Merkel, che ha il suo collegio elettorale proprio da quelle parti (distretto di Stralsund – Nordvorpommern – Rügen), incassa una sonora bocciatura alla sua politica delle porte aperte sui migranti proprio nella regione con meno stranieri e meno rifugiati (non arrivano a 20mila). In una riedizione in salsa tedesca di quanto accade nei Paesi dell’Est Europa: fra i meno collaborativi e coinvolti eppure fra i più rigidi su migrazione e integrazione, dove la xenofobia vola.

In realtà la crescita di Alternative für Deutschland, il partito dalla storia bizzarra, spuntato tre anni fa dalla testa di Bernd Lucke, 54enne economista all’università di Amburgo successivamente uscito in polemica per lanciare Alfa, è ormai generalizzata.

Una realtà in tutto il Paese: dai sette eurodeputati del 2014 alla posizione di terzo partito nel Baden-Württemberg col 15,1% dei consensi fino ai successi in Renania-Palatinato o Sassonia. E ora nel land al Nord-Est del Paese che affaccia sul Baltico, fra quelli che più hanno ricevuto dopo la riunificazione: in Meclemburgo-Cispomerania diventa dunque la seconda formazione grazie alclamoroso sorpasso sulla Cdu della cancelliera che appunto giocava in casa. I numeri dicono 20,8% contro 19%. Ma a vincere, pur con una flessione, sono stati i socialisti dell’Spd col 30,6%: hanno perso circa cinque punti percentuali.

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Sotto il grande ombrello dell’euroscetticismo e del rifiuto degli stranieri e partendo da un’impostazione populista contro le banche e la grande finanza – a cui non fanno mancare altre prese di posizione di un anacronistico negazionismo, come sul riscaldamento globale – raccolgono ora una base ben più ampia di tre anni fa. E, con la leadership della 41enne Frauke Petry, nettamente anti-islamica, contrariamente ai primi passi di Lucke.

Dai neonazisti di Pegida e dell’Npd (che stavolta è rimasto fuori dal parlamento regionale, non è un caso) ma anche tanta gente che non votava, ex comunisti (anche in questo caso, non una coincidenza il crollo della Linke), verdi, democristiani inferociti e spaesati dalle (non) scelte della Merkel. L’ondata da oltre un milione di profughi siriani ha ovviamente pompato il successo di AfD: sono stati per esempio gli ultimi 12 mesi a portare in dote l’area di riferimento di Pegida, culla della nuova intolleranza tedesca. Ma anche i consensi di chi non si è sentito coinvolto e consultato da quelle decisioni.

Purtroppo, come accade altrove, quel populismo trionfante è anche una risposta alla vaghezza delle politiche governative. Berlino ha puntato sull’integrazione sul lungo periodo – tentando di mettere alla prova la Germania per farne un modello per l’Europa intera, scuotendo i restii vicini orientali con uno storico schiaffo morale – senza strategie di breve termine. E anzi, facendo a tratti dei passi indietro e lasciando soli i land, che pur dotati di maggiore autonomia non diversamente da altri enti locali europei sono attanagliati da problemi di bilancio e non sempre in grado di sostenere a lungo tutti i servizi previsti per i rifugiati senza ritoccare le tasse al rialzo. Insomma, “Wir schaffen das”, “ce la faremo”, ripete la Merkel da mesi dopo quel primo intervento il 31 agosto 2015. Ma molti tedeschi non capiscono come. E non si fidano più.

(Simone Cosimi, via Wired.it cc-by-nv-nd)

 

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Foto: Frauke Petry dell’AFD
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